sabato, 17 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Di Maio dietro la lavagna
Pubblicato il 19-10-2018


Non ce l’ho con Luigi Di Maio, ma con gli elettori che hanno pensato, il 4 marzo, di affidare il governo del Paese a questi ragazzi inesperti e impreparati. La politica è una disciplina difficile che si impara, come la matematica, andando a scuola per anni, cioè partecipando a riunioni, dibattiti, elezioni, congressi, e contemporaneamente leggendo, studiando, riflettendo. Ancor più l’arte del governo si impara passando dall’amministrazione del più piccolo comune, alla provincia, al comune capoluogo, alla regione, al parlamento e al governo del Paese. Politici non ci improvvisa e uomini di governo ancor meno. Da molti anni tutto questo, che significa esperienza e merito, é stato spazzato via da nuovi e stupidi criteri di selezione fondati sul sesso, sull’età e addirittura sull’inesperienza innalzata a virtù. Si tratta dell’unico settore in cui questo criterio, che diventa di merito al contrario, ha trionfato. Mai potremmo pensare di utilizzare un dentista che non abbia mai fatto il dentista, un barbiere alla prima barba, un ingegnere senza laurea, un chirurgo senza un minimo di curriculum e alla prima operazione. Nella politica tutti i sistemi di selezione utilizzati altrove sono saltati, fino a partorire, appunto, un Di Maio.

Cominciò per primo Berlusconi, al quale interessavano nel 1994 nuovi profili che nulla avessero a che fare con la politica precedente o che l’avessero solo sfiorata (con qualche eccezione, vedasi l’estroso ex liberale Biondi). D’altronde eravamo in piena Tangentopoli e il vecchio sistema dei partiti era stato ingiustamente criminalizzato. Poi continuò Renzi, che addirittura teorizzò e praticò la rottamazione, equiparando uomini a macchine da gettare al macero. Se il primo ha prodotto inutili veline parlamentari, il secondo ha promosso ragazzi al primo incarico al ruolo improbo di statisti, con i tristi risultati che conosciamo. Anche Renzi, come Berlusconi, ha fatto qualche eccezione: Fassino, De Luca, Chiamparino. La rottamazione si fermava sull’uscio della fedeltà al rottamatore.

Questa cultura dell’antipolitica si è fatta strada. E oggi ha raggiunto il culmine coi Cinque stelle, il cui unico merito é di non aver mai fatto nulla, di non aver amministrato (con qualche rara e non esaltante eccezione, vedasi Roma), di non aver mai governato. Il gruppo dirigente dei Cinque stelle ha pochissimi anni di vita. Nato in occasione delle elezioni di cinque anni fa, il suo personale politico, generalmente piuttosto giovane, proviene dalle più svariate professioni o, é il caso di Di Maio, da nessuna professione. Oggi si trova a governare l’Italia, dopo un risultato elettorale clamoroso, senza alcuna esperienza, senza alcuna preparazione, senza aver mai gestito nemmeno un condominio. Stupirsi delle continue gaffe, degli errori di storia e geografia, delle distrazioni mentre si legifera? Ma che cosa si poteva pretendere da un gruppo di parvenu della politica?

Matteo Salvini, che invece proviene dal basso e la scalata l’ha fatta tutta, se li mangia e se li beve. E con lui quel Giorgetti che pare l’unico vero uomo di governo. La sceneggiata alla Merola di Di Maio é stata, fino a dichiarazione contraria, sbugiardata dal suo alter ego. Salvini ha rivelato che al decreto fiscale si é approdati con Conte che leggeva parola per parola e Di Maio che verbalizzava. Già pensare che a un vice presidente, caso unico nella storia dei governi italiani, sia affidato il ruolo del verbalizzante, fa scoppiare dal ridere. Ma che costui, nonostante abbia scritto tutto, non abbia capito è perfino probabile visto che l’alternativa é che abbia deciso deliberatamente di mentire. Soprattutto dopo la tirata d’orecchie di Grillo e forse Casaleggio. Io propendo più per la buona fede. Di Maio non ha capito anche se ha scritto tutto. Consiglierei d’ora in avanti di provargli la lezione alla fine dei Consigli e se non ha capito di retrocederlo, dal ruolo di verbalizzante, a quello di alunno da mandare dietro la lavagna.

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