domenica, 18 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

L’ATTACCO
Pubblicato il 26-10-2018


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Parte il secondo round di accuse del Governo italiano verso le istituzioni europee, stavolta contro il numero uno della Bce, Mario Draghi, l’uomo che ha alleggerito il carico del debito dei Paesi più sofferenti della zona Euro (come l’Italia) con il quatitative easing.

Luigi Di Maio ha attaccato Mario Draghi,  dopo il monito lanciato ieri dal presidente della Bce sull’aumento dello spread che sta incidendo sul capitale delle banche italiane. Il vicepremier pentastellato, su Rai2, ospite della trasmissione ‘Nemo’, ha detto: “Mi meraviglia che un italiano a capo della Bce si metta ad avvelenare ulteriormente il clima. Stiamo facendo una manovra mai fatta prima, dalla parte dei deboli e non delle lobby e delle banche. Stiamo mantenendo le promesse e non torniamo indietro”.

Parlando con Enrico Lucci, Di Maio ha spiegato: “Sostenere le banche non significa prendere i soldi agli italiani, lo spread sale perché c’è la paura che noi vogliamo uscire dall’euro e dall’Europa. Ma non è vero non è nel nostro contratto di governo e noi non vogliamo uscire”.

Di Maio, però, forse non sa che, un uomo politico serio, prima di fare promesse elettorali agli elettori avrebbe il dovere di verificarne la praticabilità.

Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico ha poi affrontato il capitolo Standard&Poor’s, che dopo la bocciatura di Moody’s la scorsa settimana, potrebbe annunciare stasera prospettive negative sulla tenuta del debito italiano che preludono a un possibile declassamento tra pochi mesi. Di Maio ha affermato: “Non ho paura del giudizio di Standard&Poor’s. La Francia è più indebitata di noi, che abbiamo un debito privato quasi inesistente e questo crea stabilità”.

Infine, Di Maio non ha risparmiato una stilettata all’ex premier, Matteo Renzi. Ha così commentato: “Ci vuole poco a essere meglio di Renzi, ma decideranno i cittadini. Al Circo Massimo c’erano 30mila persone, e se guardate la nostra area bibite, quello era il numero delle persone della Leopolda”.

In soccorso del governo italiano sono arrivate le dichiarazioni del presidente dell’Associazione delle banche russe, Garegin Tosunyan, che, a margine del XI Forum economico eurasiatico di Verona,  ha detto: “Senza dubbio c’è un interesse reciproco tra Russia e Italia, anche sul mercato dei titoli. Ovviamente prima dell’emissione dei titoli è molto importante una valutazione dei rischi, ma è un fatto che la Russia e l’Italia abbiano intenzione di venirsi incontro. Non solo lungo lo spettro dei vari prodotti e dell’energia, ma anche sul mercato finanziario. Lo dimostra il lavoro attivo delle banche italiane sul mercato russo, e l’attivo interesse dei russi verso l’Italia sugli investimenti possibili”.

Oggi, Piazza Affari ha ridotto il calo dopo le notizie sul Pil trimestrale Usa migliore delle stime. L’indice Ftse Mib è sceso dell’1,1% a 18.726 punti, con Eni (+0,51%) unico titolo in rialzo, mentre Intesa cede lo 0,85% e Unicredit l’1,31%. Nonostante lo spread in calo a 308 punti restano pesanti Ubi Banca (-3%), Banco Bpm (-2,6%) e, soprattutto, il Carige (-4,35%). Più cauta Mps (-1,46%), mentre continuano le vendite su Saipem (-5,41%). Fuori dal paniere principale, prosegue la corsa di Astaldi (+4,9%), mentre frena Tiscali (-7%).

Il Tesoro ha venduto tre miliardi di euro del nuovo Ctz novembre 2020 e 996 milioni del Btp indicizzato maggio 2028. I rendimenti in asta sono balzati per entrambi i titoli, raggiungendo il 2,34% per il Btp (+78 centesimi rispetto al collocamento di fine luglio) e l’1,626% per il Ctz (+91 centesimi rispetto a un mese fa).

Oggi c’è molta attesa per il giudizio di Standard & Poor’s sull’Italia. Dopo l’avvertimento di Fitch, che ha espresso dubbi sulla manovra, e la bocciatura di Moody’s della scorsa settimana, l’agenzia di rating statunitense potrebbe annunciare prospettive negative sulla tenuta del debito italiano facendo tornare l’incubo del declassamento. Attualmente il nostro Paese si trova un gradino sopra il livello dei cosiddetti ‘titoli spazzatura’, ovvero alla soglia del ‘non investment grade’, la categoria di imprese e Paesi cioè molto rischiosi per la platea di investitori. Ma quali sarebbero i rischi per l’Italia nel caso di un’ulteriore previsione al ribasso?

Se Standard & Poor’s si esprimesse con una revisione in negativo dell’outlook, cioè le prospettive future, il mercato potrebbe cominciare a riposizionarsi con effetti quasi immediati, anche se non meccanici. In primo luogo, potrebbero cambiare le politiche di investimento dei grandi fondi internazionali, ossia fondi comuni o fondi pensione, che diversificano e mettono un tetto massimo ai titoli più rischiosi.

Ci sarebbe poi da considerare l’effetto scia che il downgrade di un rating sovrano porta con sé. Le agenzie di rating riuniscono i comitati e valutano le implicazioni del declassamento di un Paese sulle società residenti che emettono obbligazioni. Sarebbe, nel caso, quasi scontata una revisione per il settore pubblico (Comuni, pubblica amministrazione), per quello delle partecipate statali e soprattutto per quello delle banche, molto esposti sui titoli governativi.

Quanto allo sguardo delle Authority europee nei nostri confronti non cambierebbe molto. Per le regole della Bce, sia ai fini del QE che ai fini delle operazioni di rifinanziamento con Titoli di Stato come garanzie collaterali (beni offerti in garanzia di un prestito), basta che almeno una delle quattro agenzie mantenga il Paese in area investment grade per continuare le operazioni.

Salvatore Rondello

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