sabato, 17 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

La dottrina Marchionne e la fine della lotta di classe
Pubblicato il 19-10-2018


Marchionne-Fiat“Fin dal nostro primo incontro, quando parlammo della possibilità che prendesse le redini della Fiat, ciò che mi ha veramente colpito di lui, al di là delle capacità manageriali e di una intelligenza fuori dal comune, sono state le sue qualità umane. Qualità che gli ho visto negli occhi, nel modo di fare, nella capacità di capire le persone. Ci ha insegnato ad avere coraggio, a sfidare lo ‘status quo’, a rompere gli schemi e ad andare oltre a quello che già conosciamo. Ci ha sempre spinti ad imparare, a crescere e a puntare in alto – spesso andando oltre i nostri stessi limiti – ed è sempre stato il primo a mettersi in gioco”. Sono state le parole con cui John Elkann ha salutato la sua improvvisa scomparsa, il 25 luglio 2018.

Nell’Italia dalle “sinistre divise” (l’una liberale, l’altra passatista), sulla Torre di Babele delle forze populiste neo-governiste, fra la “beatificazione” dei mass media, l’eco dell’odio proveniente dai social networks, l’apoteosi del ceto borghese e lo stile agiografico di alcuni editoriali su carta stampata, plurimi interrogativi si sono rincorsi nel Paese. Cosa lascerà in successione? Sarà un’eredità “vacante”? Nel senso più ‘civilistico’ del termine. Che ne sarà della conduzione dell’attività di impresa da lui inaugurata? Fiumi di retorica? Bibliografia per la manualistica o la catechesi della nuova classe dirigente? Ai “piani alti” a rompere il ghiaccio è il Presidente del gruppo Fiat Chrysler Automobiles. In un telegramma che reca l’indirizzo di destinazione delle fabbriche, promette ai preposti continuità e perseveranza nel solco già tracciato dall’ex amministratore delegato evidenziando come «i suoi insegnamenti, l’esortazione a non accettare mai nulla passivamente, a non essere soddisfatto della mera sufficienza» siano ormai parte integrante della cultura «in FCA: una cultura che ci spinge ad alzare sempre l’asticella e a non accontentarci mai della mediocrità».

Emigrato in Canada da bambino e laureatosi in legge alla Osgoode Hall Law School di Toronto, Sergio Marchionne (1952-2018) rimarrà nel bene e nel male “alla storia” del nostro Paese. La sua personalità sin tanto che resterà dibattuta e controversa saprà tener viva la memoria della propria leadership. Netto è lo spartiacque creatosi. Uno iato profondo che non può riassumersi in uno scontro fra “marchionnismo” e ‘landiniani’. Investe questioni più ampie.

Davide Maria De Luca su Il Post pone un accento sui “nastrini” dei traguardi tagliati. Si lancia in una storytelling ambientata in una business company che «per decenni aveva prodotto automobili con sovvenzioni pubbliche», che ora si pavoneggia a «multinazionale moderna ed efficiente, che in Italia ha ormai solo interessi secondari». Sottolinea che l’ex “alter ego” del Tycoon torinese «nel 2004 trovò un’azienda sull’orlo del fallimento e 14 anni dopo la lascia in salute, con un valore azionario moltiplicato».

Agli intenti apologetici e le iniziative encomiastiche si alternano le ultime “cannonate” dei suoi irriducibili oppositori, le vecchie frange del Partito Comunista. Piovono copertine imbarazzanti e “processi sommari” sulle colonne del quotidiano Il Manifesto. Viene ribattezzato come l’«uomo della transizione». Un iniquo ridimensionamento? Alla base delle loro contestazioni ci sono pur sempre motivazioni fondate. La deriva “americanista”, lo spostamento della sede legale a Londra, di quella fiscale in Olanda. Il numero complessivo dei membri del personale è sceso in Italia a «29.000 compresi quelli di Maserati e Ferrari. Erano oltre 120.000 nel 2000». Le medaglie sulla giacca non gli mancano. Dei successi sono stati conseguiti. Ma a quale prezzo? E sulla pelle di chi? Circostanze che gli varranno l’epiteto di «buon navigatore» nell’odierno caos finanziario.

Una strana forma di “amore e odio” lo lega agli operai degli stabilimenti FIAT. Avverte spesso il bisogno di scrivere loro «direttamente». Predilige il dialogo, il confronto “faccia a faccia”, accende i riflettori su di sé, cerca il loro consenso.

Agli inizi di settembre del 2013 sempre in una lettera ribadisce che la società «ha deciso di proseguire nel programma di investimenti in Italia, malgrado le precarie condizioni del contesto economico e politico in cui» ci si trovasse «ad operare». La crisi dietro l’angolo, perennemente in agguato, figlia di un’altra fase particolarmente avversa del ciclo economico (risalente al biennio 2008-2009), lo spauracchio del default e le profetizzate “sventure fallimentari” rumoreggiate dalle agenzie di rating non sembrano intimorirlo.

Si guarda indietro, fa leva sui trionfi pregressi, proclama l’elenco dei risultati raggiunti: «la rinascita della Fiat», il merito di aver «rifondato l’azienda», di averle conferito «una nuova cultura e nuovi principi di gestione», di essere riusciti a strapparla «alle condizioni disastrose in cui si trovava, portandola, qualche anno dopo, a raggiungere il più alto livello di redditività in oltre un secolo di storia». Il virgolettato del manager assomiglia tanto a delle issues in ordine alle quali sarà enucleato il discorso che si appresterà a fare un Presidente del Consiglio prima che venga messa ai voti la mozione di sfiducia in Parlamento. Da convincere ci sono gli indecisi (sempre tanti) e gli scettici (in voga di questi tempi).

È consapevole di quanto lo stipendio “a fine mese” non figuri l’unico stimolo “produttivo” per i dipendenti. Ci vuole passione, talento, dedizione nel mestiere sul campo, ma anche carisma e fascino se si è alla guida: rematori “olimpionici” ed un abile nocchiero. Rivendica le scelte fatte, persino quelle “impopolari”. Il contratto collettivo di lavoro decentrato “specifico di primo livello” e la pratica dei “referendum” semi-plebiscitari finalizzati ad abbattere la distanza imprenditore-salariato promuovendone la “disintermediazione” sindacale.

Occorreva «voltare pagina e chiudere con una lunga storia di sfiducia nelle relazioni industriali», lasciarsi alle spalle Confindustria e «guardare al mondo in un modo nuovo». Veste i panni di Giulio Cesare prossimo ad attraversare il fiume Rubicone. Sergio Marchionne ha raffigurato per l’Italia una figura singolare di “manager-leader”. L’enigma del domani è un incentivo. Le mete già percorse training autogeno per le prossime sfide che non si faranno attendere dopo aver cortesemente bussato la porta di casa. È senza ombra di dubbio il “condottiero post-moderno”, sul cui versante estetico il tradizionale binomio lancia-scudo lascia posto alla camicia sotto il pullover blu. Il bottino da conquistare, dalla diversa angolazione cui lo si guardi, è fornito da un insieme di cose, di fattori eterogenei: la crescita del PIL (per lo Stato), i passi avanti nella robotica (per i sognatori e gli avanguardisti), l’aumento del fatturato (verso la famiglia Agnelli e gli altri azionisti) e la creazione di nuovi posti di lavoro (nel famigerato popolo).

Non chiede “ai lavoratori di fare sacrifici, ma di condividere il progetto d’azienda”. Preferisce essere schietto e metterli in guardia su ciò che li attende. Non è un venditore ambulante di ottimismo. “La lotta di classe è finita, – era il suo opinabile punto di vista naturalmente – ma se è finita la lotta tra operaio e padrone, non è finita la lotta tra le imprese, anzi nella globalizzazione si fa sempre più agguerrita, la si può vincere solo se tutti all’interno dell’azienda remano dalla stessa parte”. Alla “cittadinanza” statale ed europea vorrebbe affiancarsi un senso di appartenenza legato all’ambiente lavorativo che non si rassegna a ridursi ad una banale “relazione sociale”. Aspira a qualcosa di più intenso e significativo.

Alle accuse di “non luoghi” riferite alle officine già delocalizzate, “fungibilità della manodopera” e “disconnessione soggettiva” fra chi produce e i beni oggetto della produzione, in un discorso pronunciato presso la sede della Sevel S.p.A. ribatte che «la Fiat non è un’azienda senza volto». “E allora cos’è?” Sarebbe venuto spontaneo domandarsi. Suscita stupore il suo periodare “collettivista”. “La Fiat siamo tutti noi. Siamo decine di migliaia di persone che hanno deciso di dedicare gran parte della nostra vita a un progetto comune. La Fiat di oggi non è più quella che molti italiani ricordano. È cambiata nella struttura, nella dimensione economica, nell’estensione geografica e nel peso che ha all’interno del settore automobilistico mondiale. Nove anni fa la Fiat era un’azienda con un orizzonte limitato, che guardava soltanto all’Europa. Oggi siamo un gruppo con una presenza ampia e diversificata sui mercati di tutto il mondo”.

Il segno di una ben riuscita “mutazione genetica”. Scongiurato il rischio “di essere colonizzata” da investitori stranieri, è passata al contrattacco e attualmente “colonizza nuovi mercati”. Da facile preda a feroce predatrice.

“Tornare a produrre”: questa la ricetta salvifica. Non è uno slogan, ma il marchio “tridimensionale” della sua politica imprenditoriale. Un’autentica governance che germina da una weltanschauung dai contorni precisi e filigranati. “L’unico modo che abbiamo oggi per risalire la china, per invertire un ciclo economico avvitato su sé stesso, è tornare a produrre. Se le forze politiche e sociali non fanno tutto il possibile per rispettare il primato della produzione, la libertà conquistata dai nostri padri e dai nostri nonni” assieme agli sforzi profusi saranno stati vani. “Perché solo un Paese che produce può creare benessere, occupazione e ricchezza”.

Rilancia la necessità di un “breviario dei doveri”: un codice deontologico. “I diritti di tutti, a prescindere dalla categoria sociale di appartenenza, costituiscono la base di una comunità civile. Ma oggi viviamo in un’epoca in cui si parla sempre e solo di diritti. Lasciatemi dire che i diritti sono sacrosanti e vanno tutelati. Se però continuiamo a vivere di soli diritti, di diritti moriremo. Dobbiamo tornare ad un sano senso del dovere. Bisogna riscoprire il senso e la dignità dell’impegno”.

Le lamentele palesate sulla farraginosità della burocrazia e la lentezza dei suoi uffici sono lo specchio di un Paese in cui l’impellenza di una semplificazione del sistema legislativo è divenuta improcrastinabile. Nel quale si registra da più parti il «bisogno di poter contare sulla certezza di gestione e su un quadro normativo chiaro ed affidabile».

Non prova vergogna nel ricordare, a chi lo avesse dimenticato o ne fosse ignaro, le sue umili origini. Le sue radici appenniniche. Scommette sulla forza delle identità locali di conservarsi, sopravvivere e riscuotere ammirazione finanche nel mondo globalizzato. “Non ho mai visto un abruzzese arrendersi. Non l’ho mai visto aspettare che arrivasse un salvatore da chissà dove a regalargli un domani migliore. I valori. Gli abruzzesi cadono e si rialzano, non perdono tempo a lamentarsi, ma fanno, producono, ricostruiscono. È successo dopo la guerra. Ed è successo dopo il terremoto. Avete reagito con forza e dignità, prendendo in mano il destino e tornando a costruire il futuro. Nulla potrà intaccare i valori sani di questa terra”. Dal locale al globale, disegnando la traiettoria di un moto “ascendente”, non viceversa.

Correva l’anno 2010 quando a Rimini, invitato alla XXXI edizione del “Meeting per l’amicizia fra i popoli” nell’intervento, dal titolo “Saper scegliere la strada”, si ritrova a parlare dinanzi ad un pubblico di soli giovani, a detta sua, «una delle cose più difficili da fare». Si definisce “un uomo di industria”. L’homo industrialis. Dimostra di voler andare oltre le etichette formali, di non desiderare né omaggi né farsesche benemerenze. È l’uomo del “fare”, non dell’affabile parlantina tipica dei “buoni” salotti televisivi. Ammonisce come non sia «facile trovare un’impresa che possa contare su un’esperienza internazionale così ampia, basata non soltanto sull’accordo con Chrysler, ma anche sulla posizione di leadership in America Latina e sulle iniziative create in Cina e in Russia. Si tratta di un bagaglio di conoscenze che fa della Fiat un punto di osservazione privilegiato per capire cosa sta succedendo nel resto del mondo, come si sta sviluppando l’economia globale e come preparare l’azienda ad affrontare un sistema completamente aperto, fortemente interconnesso ma senza confini geografici o economici». Il “faro di Alessandria d’Egitto” in un mare decisamente più pericoloso e insidioso rispetto all’assai docile Mediterraneo: le agitate acque dell’Oceano Atlantico. Allo sbigottimento generale ogni qualvolta denuncia, senza remore e perbenismi, le criticità del nostro Paese argomenta citando dati concreti: l’esiguo “livello degli investimenti stranieri”, l’elevata percentuale di “imprese hanno chiuso negli ultimi anni”, di quelle che “hanno abbandonato l’Italia”. Il progetto “Fabbrica Italia” sarebbe nato proprio “per cambiare questa situazione e per sanare le inefficienze del nostro sistema industriale”.

Il “fronte” aperto con la FIOM non avrebbe alcunché di ideologico. Lo minimizza a mera “contrapposizione tra due modelli, l’uno che si ostina a proteggere il passato e l’altro che ha deciso di guardare avanti”. Un “passato ferito e mutilato” (dopo la modifica dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori specialmente) che vuol prendersi la rivincita (la sentenza della Corte Costituzionale 231/2013 non è stata sufficiente?iii) su un presente proiettato al futuro.

“Il mondo in cui operiamo è complesso, a volte caotico. I problemi che dobbiamo affrontare cambiano ogni giorno. Le variabili in gioco sono così tante e così grandi”. Come venire fuori incolumi da questo labirinto il cui Minotauro di Minosse è indicato con l’inflazionata nonché vacua espressione “mercato”? Il filo di Arianna consisterebbe in una «flessibilità enorme». Urgerebbe dunque una «grande rapidità e la capacità di adeguarsi in tempo reale ai cambiamenti del mercato. La velocità di risposta a quello che non possiamo prevedere è l’unica arma» spendibile in questo intrecciato conflitto “invisibile” fra domanda e offerta.

Vorrebbe che “fosse riconosciuta anche la dignità del mestiere dell’imprenditore”. Che gli si rendesse finalmente sana “giustizia”. Per i “rischi che si assume, agli impegni che prende, agli sforzi che compie per aprire la strada ad uno sviluppo internazionale dell’azienda e all’impatto che le sue scelte possono avere sulla società. È una responsabilità che dovrebbe meritare, se non stima, almeno rispetto”. L’amaro senso di ingratitudine dei suoi compaesani lo affligge. Trova assurdo “che la Fiat venga apprezzata e riceva complimenti ovunque, fuorché in Italia”.

Nel consiglio conclusivo che dà ai ragazzi insiste sull’importanza del metodo, della libertàiv nell’assumere le decisioni, li distoglie dall’inseguire uno studio prevalentemente nozionistico senza “sbocchi pratici” dirottandoli sulla più prosperosa via del pragmatismo e del raziocinio: «La conoscenza è come la nottola di Minerva. Arriva a cose fatte, quando la realtà è già passata. Quello che si studia nei libri sul mondo dipinge una situazione che è già un’altra. Per questo non è importante la strada che sceglierete. È molto più importante l’approccio con cui deciderete di percorrerla».

Insignito della laurea honoris causa in Ingegnera Meccatronicav, nel 2017 tiene una Lectio Magistralis presso l’Università di Trento. Esterna vigoroso pessimismo verso le “fughe in avanti” del settore elettrico. Osserva come «forzare l’introduzione dell’elettrico su scala globale, senza prima risolvere il problema di come produrre l’energia da fonti pulite e rinnovabili», possa costituire «una minaccia all’esistenza stessa del nostro pianeta». Diffida dalle eventuali “spinte sul pedale dell’acceleratore” da parte del legislatore nel nome dell’ecosostenibilità e delle politiche di contenimento al fenomeno del global warming. «Quella dell’elettrico è un’operazione che va fatta senza imposizioni di legge e continuando nel frattempo a sfruttare i benefici delle altre tecnologie disponibili, in modo combinato».

Si sofferma sulla novità impostasi nella scena automobilistica del millennio: il “pilota automatico”. Non si perde in risposte superficiali dinanzi all’incognita dei risvolti della tecnologia: alienerà l’essere umano o gli consegnerà l’universo in un click? «I benefici che possono derivare dalla guida autonoma sono moltissimi: in termini di sicurezza, riduzione del traffico e potenziale azzeramento degli incidenti causati da errore umano, oltre ad un nuovo livello di indipendenza e di qualità della vita per le persone anziane e disabili». Si professa fiducioso sul fatto «che la guida autonoma sarà una realtà nel giro di un decennio e che i sistemi avanzati di ausilio alla guida svolgeranno un ruolo cruciale nel preparare legislatori, consumatori e aziende per un mondo in cui il controllo dell’auto sarà passato nelle mani dell’auto stessa».

Esprimendo un sincero ringraziamento per il caloroso abbraccio che lo accoglie nella Facoltà, ne elogia le “punte di diamante”: lo «spirito pionieristico», «l’apertura internazionale», «le collaborazioni con il mondo scientifico, con le imprese e le istituzioni». La funzione spiccatamente “maieutica” nel «preparare le generazioni future, dare loro gli strumenti culturali ed umani per diventare, a loro volta, artefici di qualcosa di valore». vi

Avrebbe dovuto farsi più scrupoli? Ha peccato di cinismo? In che misura? Gli esecutivi sono stati eccessivamente morbidi? O forse complici? Quanto hanno sofferto questo repentino “cambio di rotta” i lavoratori? E le loro famiglie? I pro hanno annebbiato i contro? Parafrasando l’eterno spunto machiavelliano, il capitale accumulato e il risollevamento del titolo FCA in borsa (il fine) hanno giustificato l’abbattimento dei c.d. “tempi morti”, la riduzione delle pause giornaliere, i licenziamenti ‘economici’ (per utilizzare la corretta dicitura “giuslavorista”), l’uscita dal contratto collettivo nazionale, la consacrazione della definitiva rottura dell’unità sindacale (i mezzi)? Non stiamo commentando il profilo di un politico che persegue scopi generali, la carriera e le “magistrature ricoperte”. C’è un interesse “particolare” di traverso. E, allora, il nostro giudizio come può essere imparziale? I bilanci hanno chiuso col segno “+”. Very good. Le ricerche sono da limitarsi a grafici e scritture contabili? Ogni tentativo di “disputatio” è aprioristicamente condannato ad esaurirsi in una futile disquisizione etica? Napoleone diceva che «gli uomini di genio sono meteore destinate a bruciare per illuminare il loro secolo». Ce ne saranno altre? È stata solo una parentesi? Siamo nel primo quarto del XXI secolo e i tempi probabilmente non sono abbastanza maturi per rispondere a ciascuna di queste domande.

Quella che Paolo Pagliaro chiama «infobesità»vii, il sovraccarico di notizie e materiali, è una cifra caratteristica dell’era “multimediale”. Centinaia di autori si saranno già addentrati nell’avventura titanica di accaparrarsi il best seller su Sergio Marchionne. Racconti, docu-fiction, inchieste di approfondimento, saggi, persino romanzi (sia di penne notorie che baldanzosi esordienti) pulluleranno presto nelle migliori librerie e biblioteche. “Viva Dio” che sia così. Nell’auspicio che in attesa della lauta preannunciata «infocena» sia stata gradita questa riflessione a mo’ di fresco “infoaperitivo”.

Norberto Soldano

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Commenti all'articolo
  1. Marchionne?
    E’ un uomo degli anni ’50.
    Già allora, si usava – parlando al personale – che “siamo nella stessa famiglia”.
    E ora, come allora, nella medesima famiglia c’è chi sfanga la vita e chi ha stipendi milionari.
    Sarà anche finita la lotta di classe….

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