domenica, 18 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Etica del lavoro e sviluppo capitalistico secondo Zygmunt Buaman
Pubblicato il 26-10-2018


lavoroL’etica del lavoro costituisce una sorta di comandamento con cui è stato imposto all’uomo l’obbligo di lavorare; per suo tramite il lavoro è divenuto, soprattutto nell’età moderna, la “condizione normale” per l’uomo, mentre non lavorare lo ha esposto, invece, alla pubblica esecrazione. Questa condizione normale è quindi fondata, nella coscienza collettiva di una comunità, sull’assunto che sia il lavoro (attraverso il quale diventa possibile procurarsi un compenso, in cambio di una qualche prestazione) a rappresentare oggettivamente il “valore morale apprezzato dall’etica del lavoro”, e non la libera scelta di chi aspira ad ottenere ciò di cui ha bisogno, oppure più di quanto già disponga.

A parere di Zygmunt Buaman, questa è la forma che tale morale ha assunto nella coscienza dei popoli, soprattutto a partire dalla Rivoluzione industriale; in “Le nuove povertà”, egli sostiene che ciò è accaduto a partire sin dalle prime fasi del processo di industrializzazione. Pur assumendo varie forme, lungo il tortuoso percorso della modernizzazione, l’etica del lavoro “è servita a politici, filosofi e predicatori come incitamento o giustificazione dei tentativi di sradicare, con le buone o con le cattive, un’abitudine considerata come il principale ostacolo all’avvento del mondo nuovo”; ovvero la tendenza dell’uomo a sottrarsi, quando fosse risultato possibile, all’obbligo morale che lo costringeva al “lavoro in fabbrica” e ad accettare la “docile sottomissione al ritmo di vita stabilita dai capireparto, dall’orologio e dalle macchine”. Nell’intento di rimuovere questa presunta mentalità distorta, si è svuotato di ogni contenuto un principio fondamentale dell’etica: che l’uomo sia libero di scegliere l’azione (giusta o sbagliata; buona o cattiva) per il raggiungimento dei propri obiettivi; tutt’altro, quindi, rispetto al comandamento di sottoporsi al lavoro (dipendente) per far fronte alle necessità esistenziali della persona.

In realtà, secondo Bauman, l’impegno profuso da politici, filosofi e predicatori per affermare l’etica del lavoro non è stata che una battaglia volta a fare accettare l’obbligo, da parte dell’uomo, di lavorare sotto il controllo e la subordinazione alle direttive di altri; dunque, si è trattato di una lotta (nella sostanza, se non nella forma) per obbligare i lavoratori ad accettare, “in nome della nobiltà del lavoro, una vita tutt’altro che nobile o rispondente ai loro principi di dignità morale”.

Inoltre, l’affermazione dell’etica del lavoro ha anche comportato una separazione del prodotto del lavoro dalle necessità esistenziali del lavoratore, dando priorità a “ciò che si doveva fare” rispetto a “ciò che bisognava fare, rendendo così – afferma Bauman – la soddisfazione dei bisogni dell’uomo irrilevante dal punto di vista della logica produttiva; il risultato è consistito nell’avere introdotto nell’attività produttiva il “paradosso della ‘crescita fine a se stessa’”.

L’etica del lavoro è servita a risolvere due esigenze fondamentali della nascente società industriale: da un lato, ha corrisposto al bisogno di soddisfare la domanda di lavoro a vantaggio delle attività produttive in rapido sviluppo; dall’altro lato, ha concorso a garantire condizioni di ordine sociale, suggerendo soluzioni adeguate al problema rappresentato da coloro che non “potevano reggere la dura fatica in fabbrica”. La questione riguardava, in altri termini, tutti quei “miserabili” che, indipendentemente dal fatto di non essere responsabili della propria condizione (invalidi, deboli, malati e vecchi), venivano considerati dei “vagabondi socialmente pericolosi”; la soluzione proposta è consistita nell’obbligo imposto a costoro di svolgere comunque un lavoro (qualsiasi e a qualunque costo), come unica condizione moralmente accettabile per giustificare il loro “mantenimento”. Si è potuto così sostenere che un decisivo contribuito alla riduzione della povertà andava riconosciuto all’etica del lavoro, cui si riconduceva la superiorità morale rispetto a qualsiasi tipo di vita (anche se vissuta in condizioni di indigenza e di mancanza di libertà).

Solo in una fase successiva, ad opera di riformatori impegnati a rimuovere il pericoloso fenomeno della diffusione del pauperismo, è stato affermato, a favore dei più svantaggiati, il diritto a un’assistenza gratuita, segnando l’inizio di un processo sociale che ha condotto all’avvento del capitalismo maturo. All’interno di questo, l’etica del lavoro ha svolto il compito di assicurare il continuo progresso materiale della società industriale, per la quale la collaborazione tra capitale e lavoro è divenuta tanto indispensabile da imporre alle istituzioni pubbliche la responsabilità (implicita nell’idea di una più ampia assistenza) di garantire a tutti un livello di vita tale da fare accettare senza resistenze il dovere morale di svolgere “volentieri e con entusiasmo” una qualche attività lavorativa, che di fatto era una “dura condizione”. L’etica del lavoro è valsa a fare accettare questa soluzione, considerata inevitabile per il successo della società capitalistica. E’ a questo scopo che, secondo Bauman, è stato introdotto nelle società capitalistiche avanzate il sistema del welfare State.

Tale sistema, infatti, è stato basato sull’idea che, al fine di assicurare una costante collaborazione tra capitale e lavoro, in condizione di stabilità politica, sociale ed economica, lo Stato avesse “l’obbligo di dover garantire il ‘benessere’ (welfare), e non soltanto la mera sopravvivenza, a tutti i cittadini, ovvero un’esistenza dignitosa, secondo gli standard di una data società in una determinata epoca”. Ciò ha comportato che l’assistenza pubblica fosse concepita come una forma di assicurazione collettiva “contratta dall’intera società ed estesa a ciascuno dei suoi membri”, per garantire prestazioni proporzionali alla dimensione dei bisogni individuali e non a quella “dei premi pagati dai singoli cittadini”.

Il welfare State ha avuto inizialmente un “ambiguo rapporto” con l’etica del lavoro, in quanto esso non ha avuto subito un’applicazione universale, a causa della mancanza di un’occupazione permanente per tutti. Per il raggiungimento della sua universalità è stato necessario estendere l’assistenza pubblica anche a chi fosse “rimasto indietro”. Affinché il welfare State potesse conservare all’etica del lavoro la sua “forza”, è stato necessario estendere l’assistenza pubblica a tutti i cittadini, indipendentemente dal loro contributo alla ricchezza comune; in tal modo, però, è stato incrinato il presupposto fondamentale dell’etica del lavoro, rendendo il diritto all’assistenza pubblica “una questione di cittadinanza politica, anziché di prestazione economica”.

Gli impulsi da cui ha tratto origine il welfare State universale sono stati talmente efficaci “da fare apparire – afferma Bauman – i suoi meccanismi di funzionamento come un fenomeno del tutto normale della vita sociale, al pari delle istituzioni democratiche”, inducendo l’opinione pubblica a considerarlo un’istituzione irreversibile, il cui “smantellamento avrebbe comportato l’abolizione delle democrazia e dei sindacati”, modificando il ruolo svolto dal sistema dei partiti. Ma, a partire dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, quello che prima era considerato impensabile ha cessato di esserlo, e “l’dea di un’economia capitalistica senza una rete di protezione sociale”, è divenuta nei Paesi economicamente più avanzati, una realtà. Nella legittimazione di questo rovesciamento ha concorso ancora una volta l’etica del lavoro.

L’estensione del sistema di welfare State nei Paesi capitalistici più industrializzati è stato la risultante di diverse “spinte” sociali, originate tutte dall’etica del lavoro nella forma maturata con lo sviluppo della società industriale; la sua durata è spiegabile sulla base della “funzione pacificatrice” che il sistema ha svolto, “inducendo i lavoratori ad accettare le regole stabilite dai capitalisti” a un costo inferiore rispetto a quello che un’etica del lavoro basata soltanto su misure coercitive non avrebbe mai potuto garantire.

La successiva “caduta” del welfare non è stata la conseguenza di un semplice cambiamento ideologico. Per una spiegazione convincente – a parere di Bauman – è necessario chiedersi perché la crisi del welfare si sia verificata in modo così rapido e improvviso; partendo dall’assunto che di essa non possa essere data una spiegazione esauriente, imputandola al sopravvento dell’ideologia neoliberista, la vera causa costituisce piuttosto un fenomeno “da interpretare”.

Tra le funzioni svolte dal welfare, quella di fornire una continua offerta di lavoro professionalizzata è risultata di fondamentale importanza; tuttavia, a partire dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, questa funzione si è notevolmente affievolita e, per alcuni settori del sistema produttivo, si è totalmente estinta. Sin tanto che la crescita e lo sviluppo della società industriale dipendevano dalla disponibilità di forza lavoro qualificata, le attività produttive fruivano del fatto che fosse lo Stato a provvedere alla formazione della forza lavoro; per quanto onerosi risultassero dal punto di vista fiscale i servizi sociali forniti dal welfare, il contributo delle attività produttive alla copertura della spesa pubblica per l’attività formativa veniva considerato conveniente; ma, dopo l’avvento della globalizzazione”, il progresso scientifico e il miglioramento delle tecnologie produttive, la convenienza delle imprese a disporre di forza lavora professionalmente formata dallo Stato è venuta meno.

In tal modo, l’interesse che stava alla base del sistema di welfare ha minato le sue stesse fondamenta; non considerando conveniente sovvenzionare la riproduzione della forza lavoro, le imprese, attraverso l’automazione dei processi produttivi, hanno teso ad approfondirsi capitalisticamente, a spese dei livelli occupazionali. Cosi, i governi, costantemente impegnati a evitare il contrasto tra capitale e lavoro, hanno dovuto affrontare l’aumento dei livelli dell’assistenza pubblica, divenuta sempre più insopportabile per lo stabile funzionamento del sistema produttivo.

Verso la fine del XX secolo, sostiene Bauman, l’etica del lavoro è tornata a svolgere l’originaria funzione, sia riguardo alla diagnosi dei “mali” dai quali le economie moderne erano afflitte, sia riguardo alle terapie necessarie per “curarli”, giustificando (ancor più rispetto al passato) il finanziamento di programmi per l’inserimento nella vita lavorativa dei poveri e di chi aveva perso il posto di lavoro, nonostante la dimostrazione storica dell’inutilità di tali programmi. Il motivo della persistenza nel finanziare questi programmi, continua Bauman, non era più rinvenibile “nei loro salutari effetti” sui livelli occupazionali, ma nell’evidente utilità che poteva essere tratta sul piano della sicurezza sociale da coloro che non erano poveri o privi delle risorse necessarie per la sopravvivenza.

Il termine disoccupazione, usato in passato per designare chi era senza lavoro, racchiudeva in sé il presupposto che la forza lavoro dovesse essere sempre occupata, ma dalla fine del secolo scorso nessuna fase successiva ad ogni ristrutturazione delle attività produttive ha portato i livelli occupativi ai livelli precedenti. In questo modo, il termine disoccupazione è stato sostituito da quello di “esubero”, che ha escluso a priori, chi era nella condizione di esubero da ogni possibilità d’essere inserito nel mondo del lavoro.

Con l’economia moderna, crescita economica e aumento dell’occupazione sono diventati antitetici, per via del fatto che il progresso tecnico, sul quale si basa l’aumento della produttività e della crescita, è stato reso possibile dalla riduzione o eliminazione di quote crescenti di posti di lavoro; perciò, la riproposizione dell’etica del lavoro, osserva Bauman, serve ora a “giustificare l’eterna presenza dei poveri e dei disoccupati strutturali e a consentire alla società di vivere più o meno in pace con se stessa”, senza porsi il problema della continua crescita del numero dei poveri. In altre parole, oggi l’etica del lavoro serve a screditare la dipendenza dell’uomo da altri, per cui la “tendenza ad elevarla a sistema, rimproverata al welfare State” è divenuta ora “uno dei principali argomenti a favore del suo smantellamento”. Denigrando la dipendenza dei poveri, qualificandola come “vizio”, l’etica del lavoro, nella sua versione attuale, serve solo a sgravare “i ricchi dal peso dei loro scrupoli morali”.

A parere di Bauman, un possibile modo di uscire dalle modalità di funzionamento di un’organizzazione sociale che considera “normale” la presenza costante nella società di poveri e di “senza lavoro” consiste nell’istituzionalizzazione di un sistema di supporto della vita dell’uomo (quando afflitta dalla povertà e dalla disoccupazione), basato non più su un salario, come vorrebbe l’etica del lavoro del passato, bensì sull’erogazione di un “reddito sociale”, che Bauman chiama “reddito minimo garantito sufficiente ad assicurare il rispetto della dignità umana”, considerato dissociato dall’obbligo di una qualche prestazione produttiva.

Bauman non va oltre ma se si considera che la logica di funzionamento delle moderne economie capitalistiche lascia intravedere una crescita continua dei poveri e dei senza lavoro, il reddito minimo garantito baumaniano, dissociato dal mercato e dalla volontà (divenuta impossibile) di inserirsi o reinserirsi nel mercato del lavoro da parte di chi lo riceve, non può che assumere il significato di reddito di cittadinanza universale e incondizionato. Si può pensare di poter finanziare questa “nuova forma” di sistema di sicurezza sociale attraverso la leva fiscale o attraverso il cambiamento delle regole che oggi sottostanno alla logica distributiva del prodotto sociale. Se il sistema di sicurezza sociale fosse ristrutturato secondo tali linee riformatrici, i principi di libertà, di uguaglianza e di fraternità, propri della Stato sociale di diritto, potrebbero essere espressi dalla sostituzione dell’etica del lavoro (divenuta obsoleta e superata) con l’etica dell’operosità.

Ciò, tra l’altro, consentirebbe, come auspica Bauman, di rimuovere il convincimento collettivo che la corresponsione di un reddito dissociato dalla logica economica tradizionale significhi solo incentivare l’ozio; inoltre, grazie anche all’etica dell’operosità, quando fosse opportunamente “promossa” sul piano politico e culturale, si consentirebbe all’uomo di acquisire, attraverso la costituzione e la conduzione di attività autodirette (rese possibili anche dall’introduzione del reddito sociale universale e incondizionato) la dignità negatagli invece dall’etica del lavoro, che ha sorretto il funzionamento del sistema del welfare State delle moderne società capitalistiche.

A chi insistesse ancora nel considerare impossibile la riforma del sistema di sicurezza sociale secondo le linee indicate, si può rispondere, con Bauman, che invece è possibile; allo stesso modo in cui si è potuto realizzare la riforma, ugualmente ritenuta impossibile, attuata all’inizio della seconda metà del secolo scorso, che ha consentito l’accordo tra capitale e lavoro, permettendo di realizzare un miglioramento delle condizioni di vita delle società capitalistiche mai sperimentato nel passato.

Gianfranco Sabattini

 

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