domenica, 18 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Fahrenheit 11/09: Moore e ‘la tempesta’ Trump. Ombra su elezioni
Pubblicato il 24-10-2018


locandina-fahrenheit-9-11-441663.660x368Come prepararsi alle prossime elezioni americane del 6 novembre di metà mandato (o ‘midterm’)? Occorre innanzitutto decidere per cosa votare più che per chi votare. Si deve stabilire se si vuole ancora ‘salvare’ questa America e, soprattutto, se sia ancora possibile farlo. Ma – in primis – c’è da chiedersi come si sia potuti arrivare a tutto ciò. Stiamo parlando di una terra che era quella del ‘sogno americano’: ha ancora senso? Sembra partito da qui Michael Moore per la creazione e produzione del suo “Fahrenheit-11/09”. O forse dovremmo dire 09/11? Sì, perché non si tratta di un remake del suo colossal di successo del 2004 (“Fahrenheit-11/09”, appunto, sulla tragedia dell’11 settembre ovvero dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle). Stiamo parlando di un altro evento che ha stravolto e cambiato per sempre la storia politica dell’America: l’elezione del 45esimo presidente Donald Trump. Si è aperta una nuova fase, di cui lui mostra tutti i retroscena più oscuri, o meglio noti, ma su cui tutti hanno taciuto a lungo. Ma, per quanto estremamente e profondamente satirico e provocatorio, il regista vuole andare oltre la semplice contestazione del presidente; per quanto non si possano negare il tono e l’atteggiamento irriverente di Moore, che non nasconde l’antipatia per Trump. Lo arriva persino a definire razzista e dittatore, tanto da paragonarlo a Hitler per il modo di condurre la sua azione politica, facendo opera di dissuasione di massa. Persuadeva l’elettorato e la sua ascesa fu favorita dalla convinzione che, opere illegali come le leggi razziali o simili, violazione ai diritti umani, non sarebbero mai potute essere attuate in concreto, certi che c’era la Costituzione a vietarlo a garanzia. Invece oggi essa, come allora, potrebbe non bastare più. C’è una nuova minaccia che incombe, peggio di quella terroristica: non tanto quella alla sicurezza quanto quella alla libertà. Infatti, se Trump si è posto come salvezza per l’America, l’obiettivo del regista americano è la tutela dei diritti umani; un film molto sociale dunque. Con il suo documentario-denuncia, Moore ci vuole ricordare l’importanza di questi valori, proprio nel momento in cui si deve decidere del futuro politico del Paese. Siamo ancora certi di godere della libertà? Se no, siamo disposti a sacrificarla per sempre? Dobbiamo pensarci in fretta, perché farlo dopo potrebbe essere già troppo tardi – esorta il regista -. Più che un attacco diretto, sferzato al presidente Trump, il suo sembra il monito di un uomo, di un cittadino, preoccupato per lo stato in cui versa la sua nazione: la terra dove regnano leader del calibro di Trump, ma anche del governatore Rick Snyder. Non tanto capi politici, quanto piuttosto manager che trattano i loro elettori come clienti, guardando al profitto e facendo gli interessi di un’oligarchia a loro vicina che gli dà consenso, che cercano di mettere al vertice i loro amici che li hanno sostenuti. A dispetto di tutto e di tutti. Anche di gente innocente come quella di Flint (nel Michigan, dove è nato Moore). Certo, si potrebbe obiettare, c’è un certo conflitto d’interessi, ma un dato è sicuro: lì sorgerà un caso simile a quello denunciato dalla giornalista Erin Brockovich sul cromo esavalente andato a finire nelle acque di uso pubblico, inquinandole fatalmente. Qui a Flint era presente del piombo in alta concentrazione. I limiti di tollerabilità – previsti per legge – erano di 3,5; mentre, quelli riscontrati nelle analisi, andavano da un minimo di 5, fino persino a 10 o 14. Inutile dire i morti che ha fatto. Eppure quei risultati non sono mai stati resi noti, ma modificati e falsati. Così come è avvenuto per i voti. Flint è divenuta, in seguito, sede di esercitazioni militari, i suoi cittadini nuovi bersagli di una politica distruttiva, in cui non si è neppure liberi di fuggire perché: chi compra la casa che si ha lì? Tutto questo per volontà del governatore Snyder, che aveva fatto costruire un altro viadotto (inutile, oltre all’altro già esistente), che non si alimentava delle acque dolci del fiume Huron (parte del sistema idrico di Detroit), ma da fonte contaminata da piombo appunto del fiume Flint stesso. Perché e da chi è stato finanziato il nuovo sistema idrico realizzato? Naturalmente dalla General Motors (fondata qui a Flint nel 1908) che c’era dietro l’elezione del governatore repubblicano del Michigan Snyder, tanto che la prima fabbrica a cessare di utilizzarlo sarà proprio uno stabilimento della GM. Dall’altro lato i brogli elettorali non sono la sola denuncia mossa a Trump: l’impeachment, ma anche gli scandali sessuali, l’accusa di razzismo e quant’altro. Come ha fatto a resistere in mezzo a tutta questa bufera che gli si è ritorta contro? Perché “io sono la tempesta”, tuona Trump stesso, fiero e convinto del suo potere. Già, perché – per uomini come lui – politica rima solo con potere e non tanto con principi morali. Ma, aggiunge Moore, ci vogliono dei Trump per scuotere le coscienze. Di fronte a un elettorato disilluso, tradito dalle politiche dei precedenti presidenti come Barack Obama, che intervenne direttamente sulla questione Flint in maniera clamorosa: mediatico-sensazionalistica più che pragmatica, come speravano quei cittadini, ovvero mandando la protezione civile a sostituire le condotte contaminate da tubature corrose ad esempio e non aerei militari per le esercitazioni. Invece Obama provocò, facendosi prendere un bicchiere d’acqua da bere per dimostrare l’inesistenza di rischi. Oppure da politici come il governatore Snyder, che seppe creare il governatore per le emergenze solo per dare occupazione ai suoi fidati.
Tutto questo lo scenario che ha permesso l’ascesa di Trump. Nella sfida alle presidenziali, Hilary Clinton sembrava favorita, invece perderà clamorosamente. Trump si farà annunciare da Gwen Stefani, che veniva pagata più di lui negli show, geloso della sua visibilità. Curiosa coincidenza, a sostegno della moglie di Clinton nel film si vedono anche Julia Roberts e George Clooney; proprio l’attrice che aveva interpretato Erin Brockovich in “Erin Brockovich-forte come la verità” (film del 2000 per la regia di Steven Soderberg). E, se per lo scandalo del piombo, Snyder dovette chiedere scusa pubblicamente, Moore sembra mosso da quella ricerca di verità e giustizia simili nella giornalista. È quella verità che vuole smascherare. Del resto anche Moore ha un passato da giornalista.
Non ebbe mai simpatie per Trump, anche se i due si incontrarono in più di un’occasione e si comportarono sempre in maniera civile; tollerante Moore, anche Trump resistette ad offendere, come fatto con la stampa più volte, che umiliava e strumentalizzava, scherniva, facendosi attendere per le interviste, che diceva lui come dovevano essere condotte o che denigrava. Eppure scoprirono di avere una cosa in comune: Trump aveva visto il film di Moore “Roger&Me” (del 1989) e gli piacque, anche se non sarebbe mai voluto essere nel povero Roger; ovviamente. Infatti, per chi conosce la trama, è facile comprendere la sua posizione. Roger potrebbe tranquillamente essere Snyder; tanto che, il documentario di Moore del 1989 narra proprio della crisi della General Motors e della chiusura di una fabbrica di automobili a Flint. Il ‘Roger’ del titolo è proprio Roger B. Smith, ex amministratore delegato della GM. Quest’ultimo licenzierà ben 30mila lavoratori, operai e dipendenti di quella fabbrica. Oltre a negarsi al confronto diretto con il regista, per Moore sorge lo spunto per raccontarci le storie personali, private e umane di tutti quegli uomini e quelle famiglie. Come accadrà nello stesso film “Erin Brockovich-forte come la verità”: Erin sapeva perfettamente a memoria i numeri e gli indirizzi, con esattezza, senza sbagliarne uno, dimenticarne nessuno e senza bisogno di dover consultare i registri e gli elenchi che ne aveva stilati. Per entrambi è la lotta alle multinazionali ed alle loro lobbies.
Trump in politica è stato come un terremoto che ha stravolto lo scenario politico americano, che ha fatto crollare, sotterrandole, tutte le certezze dei votanti, cancellando e azzerando ogni fiducia nella politica da parte degli elettori. Uno tsunami che ha messo a soqquadro e raso al suolo il governo americano. Disegnando un pronostico apocalittico ed epocale: un’ecatombe, ‘la morte della democrazia’ – come la definisce Moore -, come il genocidio razziale nazista (e fascista) degli ebrei. In questo scenario regna solo disperazione, non c’è più speranza. O forse sì, ne è rimasta ancora? L’America è quella multiculturale, ma delle diseguaglianze, della violenza montante anche a seguito della legalizzazione delle armi (che non rendono la gente di questa terra più sicura però). Non è una questione etica e/o morale. Qui non c’entrano né Trump nè Moore. Qui c’entra il ritornare ad essere la “grande America” del passato, una grande America: quella che lo stesso presidente ha auspicato e che Moore medesimo vuole poter riveder risorgere dalle macerie, di corruzione e depravazione, che sembrano non lasciare spazio per il futuro. Per questo non è tanto un processo, un’accusa, un’invettiva, un pamphlet sulla linea del noto “J’accuse” di Zola, quanto una denuncia sociale. Da dove ripartire, soprattutto in vista delle prossime elezioni di novembre?
Il film (presentato in anteprima alla Festa del cinema di Roma, a cui ha partecipato anche il regista stesso), nelle sale dal 22 al 24 ottobre prossimi, sembra proprio voler dire che bisogna ripartire da questa occasione che si ha, di andare di nuovo al voto il mese prossimo. Guidati da un interrogativo, che ricorda il titolo di un altro film presentato alla 13esima Festa del cinema di Roma: “Who will write our history” (per la regia di Roberta Grossman), sull’Olocausto. E allora, viene da rispondere: chi scriverà la storia dell’America? Chi, se non gli americani stessi con il loro voto? Ma da dove cominciare a decidere? Ma naturalmente seguendo gli esempi che sono già stati lanciati e che il regista mostra come spiraglio di luce e speranza. Si spera! Ovvero la protesta delle insegnanti del West Virginia, sottopagate, che non arrivano a fine mese, ma che gli alunni chiamano mamme, perché magari sono rimasti orfani in quanto la loro madre è morta per overdose. O quella, più importante, dei giovani. Dei ragazzi, adolescenti di licei e università che si sono uniti per contrastare il potere delle lobbies, che frutta miliardi a pochi a danno di tanti; ovvero di loro coetanei, morti e uccisi barbaramente in attentati in cui altri ragazzi come loro si sono introdotti in scuole e hanno sparato a raffica con fucili: vittime anche loro di un sistema fallato e depravato, che diffonde e istiga alla violenza, alla rabbia, all’odio, all’uso di armi appunto – sempre più diffuso tra i giovani stessi -. Denunciare il porto d’armi ormai è diventato come registrarsi all’anagrafe: è un’abitudine diventata consuetudine e parte intrinseca della cultura americana. Civiltà poco civile, in cui le minoranze non hanno diritti, se non quello di dover subire. E allora è la mobilitazione di chi non è stato ascoltato e/o riconosciuto che può portare a qualcosa di nuovo. Stiamo parlando di giovani, donne, soprattutto di colore, oppure di religione o indirizzo sessuale diverso. Cioè, vuol dire ascoltare il grido, non troppo silenzioso, di queste ribelli emancipate e rivoluzionarie. Perché i nomi delle candidate alle prossime elezioni già dicono tutto. Quello che si prevede attueranno, che ne potrà nascere e che già stanno iniziando a compiere, è il miracolo di una rivoluzione femminile, ma non femminista. Ci sono molte brutte pagine da cancellare; e non solo la tragedia di Flint, per la morte di circa 10mila persone (per la maggior parte bambini) per l’acqua inquinata dal piombo: “un incubo di ingiustizia, povertà e mancanza di democrazia” nella terra del “sogno americano” (disilluso) – come è stata definita -. Se si vuole il cambiamento, non lo si può fare eleggendo le stesse persone.
“La follia è rileggere sempre le stesse persone e pensare che qualcosa possa cambiare”; questo il pensiero di una delle candidate: Alexandria Ocasio-Cortez. Ma nel documentario di Moore ne appare anche un’altra: Rashida Tlaib. Tuttavia non sono le sole.
Andiamole a conoscere tutte. La prima, 28 anni, è portoricana del Bronx e socialista affermata, avrà un seggio sicuro al prossimo Congresso, dopo aver battuto un leader democratico storico come Joseph Crowley. Lei è l’icona di questo nuovo ‘movimento’, in quanto è riuscita a sovvertire una tendenza abbastanza diffusa: “donne come me non è previsto che corrano alle elezioni”, aveva spiegato. La seconda, potrebbe diventare la prima musulmana-americana ad ottenere un seggio al Congresso. Lei, infatti, ha 42 anni, è un avvocato e ha origini palestinesi, ma è nata, cresciuta e ha vissuto sempre a Detroit. La città, tra l’altro, vide scontri mostruosi tra poliziotti e afro-americani (uccisi a sangue e in maniera violenta dalla polizia), che sono stati al centro dell’omonimo film del 2017 (diretto da Kathryn Bigelow e scritto da Mark Boal); dunque l’aspetto sociale della sua politica sarà centrale, nonché fondamentale e da tenere assolutamente in considerazione. Alle elezioni lei rappresenta i Democratic Socialists of America.
Poi c’è anche Jahana Hayes, 45enne di Waterbury. Premiata come miglior insegnante degli Usa nel 2016, è impegnata nel sociale poiché è cresciuta in una casa popolare e aveva una mamma drogata; anche lei è stata presto una giovane madre, aiutata solo dal sostegno della sua comunità. Potrebbe diventare la prima afro-americana del Connecticut al Congresso. E che dire di Christine Hallquist? Potrebbe essere lei il primo governatore americano transgender nel Vermont (nella regione del New England). ‘Vermont’: il nome deriva dal francese ‘mont’ ‘monte’ e ver ossia ‘vert’ ‘verde’; infatti, qui nel New England, c’è la catena delle Green Mountains (a cui il nome si ricollega), dunque particolare attenzione dovrà essere rivolta alle problematiche ambientali. Poi c’è anche la 35enne, originaria di Mogadiscio (in Somalia), Ilhan Omar, cresciuta lì dal padre e dal nonno (poiché perse la madre da piccola); la sua eventuale elezione al Congresso ne farebbe la prima ‘rifugiata’ americana nel Minnesota per i Democratic Farmer Labor. Arrivò in America (per la precisione a Minneapolis) per sfuggire alla guerra. Altra emigrata, ma stavolta di origini asiatiche, proveniente dalle Filippine e ‘sbarcata’ a San Antonio, – particolarmente rilevante per diverse ragioni – è la figura della 37enne Gina Ortiz Jones; donna esperta di guerra e lesbica, è un vero e proprio marines, una combattente a tutti gli effetti, che ha agito in Iraq ed è stata un membro dell’Intelligence americana. Si candida nel Texas a rappresentante di tutte le minoranze femminili. Come lei, anche la 42enne Amy McGrath è un’esperta militare. Proviene da Cincinnati (nell’Ohio), ma si candida per la Camera del Kentucky; ha fatto parte dei marines per circa un ventennio, partecipando a missioni in Afghanistan e Iraq. È stata la prima donna a pilotare un areo caccia F-18. Infine, segnaliamo anche la presenza, tra le candidate, di Sharice Davids. La 38enne è impegnata a contendersi il seggio in Kansas e potrebbe portare all’elezione della prima indiana (americana) ed anche lesbica; infatti è una nativa di una tribù del Wisconsin, giunta per studi in Kansas. Ma, oltre a tutto questo, Sharice Davids è anche un avvocato, che ben conosce e pratica le arti marziali, che padroneggia con abilità.
Comunque le si voglia definire e valutare, anche incapaci o illuse, i loro programmi di certo sono diversi, ma soprattutto fanno rabbrividire quelli come il governatore Snyder&co, che potremmo definire i ‘Robin Hood’ dei ricchi: prendere ai poveri per dare ancora di più ai ricchi. Nel programma di Alexandria Ocasio-Cortez si parla di istruzione gratuita, tanto per cominciare e fare un esempio. Ma non ci interessa giudicare, indirizzare le preferenze, simpatizzare, accusare o criticare nessuno. Né da una parte né dall’altra. Perché di una cosa siamo certi: che qualsiasi americano, di destra o di sinistra, democratico o repubblicano, socialista o liberale, donna o uomo, di colore o bianco, di qualsiasi fede religiosa o indirizzo sessuale, concorderà su una cosa: l’amore per la sua terra, per il bene dell’America. E allora, per ciascun/a candidato/a sarà imprescindibile possedere un connotato: farsi rappresentante dell’unità del Paese. Viene in mente il titolo di un film dei Vanzina: “Mai Stati Uniti”. Dei fratelli si ritrovano a fare un viaggio negli USA insieme (dove non erano mai stati prima), dopo la morte del padre; e allora scoprono, per la prima volta, di essere davvero una famiglia. Dunque potremmo anche dire: mai stati uniti, nel senso di non essere mai stati prima così coesi. Mai come ora, in America (come in Italia e ovunque) c’è bisogno di essere uniti. Soprattutto per gli Stati Uniti d’America, patria della Guerra d’indipendenza coloniale americana. Ricordo ancestrale di un passato glorioso da riesumare, da quella terribile e temibile tomba della democrazia che preoccupa tanto Moore. Affinché le problematiche sociali e le emergenze umanitarie non siano più strumentalizzate e politicizzate, diventando parte integrante della promozione dell’azione governativa, o di campagne elettorali che sembrano seguire la logica di una strategia di marketing più che dei principi o valori morali. E i movimenti di protesta studenteschi e giovanili sono stati, in questo, centrali nel ribadire tale concetto, ma nel sottolineare anche il fatto che è l’unione a fare la differenza. Consapevoli dell’importante ruolo che potevano avere per veicolare un messaggio sociale del genere. E dettero vita a 700 marce in tutta America e 100 in tutto il mondo; vere e proprie fiaccolate per la memoria di vittime innocenti. Condotte sulle note di “Take me home, country roads” (di John Denver): portami a casa, perché tutti questi americani vogliono poter ritornare a casa, ritrovare cioè la loro patria. E, a tale proposito, un’ultima nota la merita la musica (con canzoni scelte con cura da Moore) che fa da colonna sonora al film, che dà ritmo, incisività, profondità e fruibilità ai contenuti, fornendo un tono di freschezza che non guasta; il regista, inoltre, è bravo a dosare simpatia e ironia accanto all’ asprezza della satira e della denuncia (sociale, giuridica, economica e politica).

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