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Opinioni e commenti
 

Gianni Bonadonna, pioniere dell’oncologia e umanista della Sanità
Pubblicato il 15-10-2018


Gianni BonadonnaCon il sottotitolo «Medici umani, pazienti guerrieri» è stata presentata l’11 ottobre scorso la Fondazione Gianni Bonadonna per definire un progetto di ricerca oncologica ed innovazione terapeutica. La presentazione si è svolta nella sede della Fondazione Prada, che – oltre a sostenere l’iniziativa – si distingue per tenere vivo il nome di Gianni Bonadonna (Milano, 18 luglio 1934 – ivi, 7 settembre 2015), uno dei pionieri dell’oncologia moderna, noto in tutto il mondo come il «padre della chemioterapia» e il maggiore specialista nei tumori al seno.

Il grande medico milanese, meritevole di essere ricordato per la battaglia contro il cancro, può essere considerato il promotore di studi scientifici nella lotta ai tumori e il riferimento peculiare per generazioni di oncologi e ammalati di tumore. Grazie alle sue capacità mediche e alle sue doti scientifiche, milioni d persone possono curare il proprio tumore.

Laureatosi nel 1959 all’Università di Milano, Bonadonna, dopo aver frequentato il Liceo Zaccaria, svolse il tirocinio presso il Memorial Sloan Kettering Cancer Center (1961-1964) di New York, dove perfezionò i suoi studi oncologici alla scuola di David Karnofsky (1914-1969), suo maestro e direttore del primo centro interamente dedicato alle malattie tumorali. Rientrato nella città ambrosiana, egli esercitò la professione nell’Istituto Nazionale dei Tumori, assumendo nel 1976 la direzione della Divisione di oncologia medica e, successivamente, di Medicina oncologica.

Proprio a Bonadonna si devono le prime valutazioni cliniche sull’efficacia dell’adriamicina, della bleomicina e della epirubicina, oltre a varie ricerche sulla chemioterapia adiuvante e primaria del carcinoma mammario, sulla malattia di Hodgkin. Per il trattamento di questa neoplasia perfezionò una nuova combinazione di farmaci, nota come ABVD, i cui studi hanno ricevuto una rilevanza internazionale. Primo ad introdurre in Italia la metodologia degli studi clinici controllati in oncologia medica, Bonadonna avviò nel 1972 una nuova combinazione di farmaci per la malattia di Hodgkin, nota come ABVD (adriamicina, bleomicina, vinblastina e dacarbazina), ancora oggi (30 anni dopo) considerata l’associazione «gold standard» per il trattamento convenzionale della malattia di Hodgkin. Per le sue ricerche in questa neoplasia, il Comitato dell’International Symposium on Hodgkin’s Disease di Colonia (Germania) ha istituito la «Gianni Bonadonna Hodgkin’s Disease Lecture» che premia periodicamente i ricercatori che lavorano in questo campo.

Nel 1973 Bonadonna visitò il National Cancer Institute di Bethesda, traendo la convinzione che l’associazione tra chirurgia e terapia medica potesse abbassare la percentuale di recidive nel tumore mammario. Egli condusse il primo studio clinico per valutare l’efficacia della combinazione CMF (ciclofosfamide, methotrexate e fluorouracile) quale trattamento postoperatorio adiuvante nei carcinomi mammari ad alto rischio di ripresa di malattia. La combinazione farmacologica fu utile a molti pazienti, che videro una riduzione significativa del tasso di mortalità per carcinoma mammario, con risultati favorevoli anche 30 anni dopo l’inizio dello studio.

Dal suo quartier generale all’Istituto dei tumori, molto simile allo studio di un artista per la massiccia presenza di pittori dell’Ottocento francese, Bonadonna fece uscire il suo trattato più fortunato e importante, che pubblicò insieme a G. Robustelli della Cuna con il titolo Manuale di oncologia medica (Masson Italia, Milano 1981, pp. XXXVI-970). Il decennio successivo, che si aprì con quel trattato più volte ristampato, fu fecondo di altri studi: nel 1988 pubblicò – insieme a Gloria Jotti Saccani – Carcinoma della mammella. Dalla diagnosi alla terapia (s.n., Reggio Emilia) e Una sfida possibile. I tumuri: ricerche e terapie speranze (Rizzoli, Milano) con la collaborazione di Robustelli della Cuna e di Ferruccio Saccani.

Nel 1995 l’oncologo milanese, all’età di 61 anni, fu colpito da un’emorragia cerebrale, che interruppe la sua carriera professionale, trasformando il grande luminare della medicina oncologica in un paziente gravemente paralizzato da un ictus. Due settimane dopo la malattia riusciva «a farfugliare» poche parole. «Non so perché, parlavo in inglese – ricordò più tardi – ma solo mia moglie, i miei figli e Pinuccia, da trent’anni la mia collaboratrice, riuscivano a capire quelle parole smozzicate e storpiate». Poi cominciò la fase più ardua, la riabilitazione, con esercizi faticosi e stressanti, ai quali Bonadonna si sottoponeva con caparbietà. Perché il suo obiettivo era quello di emanciparsi dalla carrozzella e tornare a camminare, anche se con l’aiuto di un bastone, e a piccoli passi. «La gioia più grande che provo oggi è riuscire a bere un tazzina di caffè da solo – oppure ancora quella di annodarmi la cravatta. Chi è sano e si alza dal letto senza problemi non sa che fatica si fa ad aprire una porta, a girare la pagina di un libro, a sollevare la cornetta del telefono».

Durante questa grave crisi, Bonadonna dimostrò una straordinaria capacità nell’accettare la malattia e nel trasformarla in una risorsa di una feconda battaglia per umanizzare la sanità e rendere più comprensiva la terapia. Una volta guarito racconterà: «è calato il buio sui miei occhi, i piedi erano diventati pesanti come il piombo e la mia coscienza se n’ era andata, ma quando mi sono svegliato ho capito subito cosa era successo. Mi sono fatto la diagnosi: emorragia cerebrale. Ho raccolto le mie forze, le poche che mi erano rimaste, e il primo pensiero è stato quello di prendermi una rivalsa sul destino che mi aveva messo a terra».

Dopo sei anni di sofferenze da quel drammatico ictus, Bonadonna riprese la sua attività tra mille difficoltà: nel 2001 pubblicò La cura possibile. Nascita e progresso dell’oncologia (Cortina, Milano), affrontando la questione della prevenzione e sostenendo che il cancro non doveva più essere considerato un male incurabile. Lo scenario nuovo, inaugurato dalla medicina oncologica e caratterizzato da tecniche innovative, apriva la speranza ai malati di tumore. Tre anni dopo ricevette la laurea honoris causa in Medicina dall’Università di Torino, accanto ad altre varie onorificenze nazionali e internazionali.

Nel 2005 Bonadonna pubblicò il libro autobiografico Coraggio, ricominciamo. Tornare alla vita dopo un ictus: un medico racconta (Baldini Catoldi Dalai, Milano 2005) con la curatela di Giangiacomo Schiavi: un diario in otto capitoli, che svelavano un misto di rabbia, emozione e perspicacia mentale. Egli riannodò così i fili di una vita spezzata e ritornò a vivere per aiutare le persone colpite da ictus: «ne manderò – raccontò dopo l’uscita del libro – una copia a Bossi, perché anche lui, come me, non si è rassegnato».

L’anno successivo fu coautore del libro Dall’altra parte, con cui tre medici gravemente ammalati raccontavano la loro storia e proponevano una riorganizzazione della sanità, con l’auspicio di impartire agli ammalati cure autentiche. Nel 2007 l’American Society of Clinical Oncology istituì il «Gianni Bonadonna Breast Cancer Award and Lecture» come riconoscimento della sua importante attività clinico-scientifica. Nel 2008 pubblicò il libro di divulgazione Medici Umani, Pazienti Guerrieri (Milano 2008), che ha dato il titolo al congresso istitutivo della Fondazione intitolata al grande oncologo milanese.

Nel 2010 Bonadonna pubblicò Una guerra da vincere. L’avventura di una squadra all’Istituto Nazionale dei Tumori. Nel 2013 lasciò definitivamente l’Istituto dei Tumori di Milano, per dedicarsi alle attività della «Fondazione Michelangelo», istituita nel 1999 come organizzazione non lucrativa di utilità sociale per l’avanzamento dello studio e della cura dei tumori. Nei due anni che gli rimasero, Bonadonna lasciò una vivida testimonianza sul rapporto medico e paziente, che dovrebbe essere indicata come modello a coloro che della professione di Ippocrate traggono solo lauti guadagni, senza curarsi della salute dei pazienti. «La malattia mi ha cambiato – concluse Bonadonna al termine della sua vita – io che già prima dell’ictus teorizzavo l’importanza di una medicina più umana, adesso che ho provato cosa significa fare il paziente, dico che i medici devono imparare a comunicare con i malati».

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