lunedì, 22 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Giorno contro pena capitale, bracci della morte inumani
Pubblicato il 10-10-2018


pena capitaleSakae Menda ha trascorso 34 anni nel braccio della morte in Giappone, prima di essere liberato. Il ricordo del periodo di prigionia è un incubo che mai potrà superare. “Non potevamo muoverci dentro le celle, costretti a restare seduti durante il giorno e a dormire la notte con una luce abbagliante accesa. Alcune volte alla settimana vengono concessi trenta minuti di esercizio fisico. Viene permesso un bagno di 15 minuti due volte a settimana, tre volte durante i mesi estivi. In cella, si è sottoposti a una sorveglianza 24 ore su 24 attraverso una telecamera posta sul soffitto per prevenire tentativi di suicidio, autolesionismo o fuga. Un prigioniero ha raccontato che alcune volte i detenuti hanno ricevuto una punizione (chobatsu). Una volta un prigioniero ha trascorso 2 mesi con le mani ammanettate costringendolo a mangiare come un animale”.

Non solo condannati a morte. Ma anche condannati a trattamenti disumani e degradanti. Sake Menda non è un caso isolato, sono molti i prigionieri, in ogni parte del mondo, costretti a sopportare condizioni carcerarie ogni oltre immaginazione.

“A prescindere dal crimine che possa aver commesso, nessuno dovrebbe essere costretto a subire condizioni inumane di detenzione. Invece, in molti casi, i condannati a morte sono tenuti in rigido isolamento, vengono privati delle cure mediche di cui necessitano e vivono nella costante ansia di un’imminente esecuzione”. Lo ha dichiarato Stephen Cockburn, vicedirettore del programma Temi globali di Amnesty International, in occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte che ricorre oggi, 10 ottobre.

Negli Stati Uniti, in particolare in Stati come la California o il Texas, l’isolamento è completo e i prigionieri restano bloccati nelle loro celle tutto il giorno, 22 ore al giorno. In Pakistan, chi è condannato a morte può camminare fuori solo per un’ora al giorno, mentre spesso sono assegnate loro aree apposite note come “celle della morte” dove “otto prigionieri sono costretti a condividere una cella di 8×10 piedi (2,4×3,0 metri)”. In Bielorussia, il clima di segretezza che circonda l’uso della pena di morte fa sì che le esecuzioni non siano note all’opinione pubblica e vengano portate a termine senza alcuna comunicazione preventiva ai prigionieri, alle loro famiglie o agli avvocati”.

“Il fatto che alcuni governi notifichino l’esecuzione ai prigionieri e ai loro familiari pochi giorni, se non addirittura pochi minuti prima, aggiunge crudeltà alla situazione”, ha dichiarato Cockburn.

Quest’anno, la Giornata mondiale contro la pena di morte, che mobilita in tutto il mondo organizzazioni e difensori dei diritti umani, accende i riflettori su un tema forse meno conosciuto della pena capitale. “Chiediamo che i prigionieri condannati a morte siano trattati con umanità e dignità e detenuti in condizioni rispettose delle norme e degli standard internazionali sui diritti umani”, spiega Amnesty International. E a cinque paesi in particolare (Bielorussia, Ghana, Giappone, Iran e Malaysia) si rivolge affinché i rispettivi governi pongano fine alle inumane condizioni detentive dei condannati a morte e assumano iniziative in favore dell’abolizione totale della pena capitale.

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