domenica, 18 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Gli abissi del potere sono la negazione della democrazia
Pubblicato il 23-10-2018


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Il numero di agosto di “Limes” è dedicato ad un tema di particolare interesse, non solo perché è percepito in termini sfumati a livello intuitivo dall’immaginario collettivo, ma anche è soprattutto perché fa emergere un aspetto, quello della sicurezza dei popoli, che la politica ufficiale, “schiacciata” sulla costante considerazione dei problemi correnti, trascura, mancando di valutarne tutte le implicazioni negative.

Il tema trattato è quello della “profondità degli Stati”, espressa dalle burocrazie che esercitano funzioni pubbliche, sottratte ad ogni forma di controllo democratico; burocrazie che, giustamente, vengono indicate come costituenti gli “abissi del potere” ed esprimenti di fatto quello che viene chiamato “Stato profondo”. “In superficie – afferma l’Editoriale di Limes – gli Stati si somigliano tutti”; però, ogni “Stato profondo è profondo a suo modo”. Ciò dipende da varie ragioni: innanzitutto, dal modo in cui le singole leggi costitutive degli Stati ne prescrivono la costituzione e l’articolazione degli organi fondamentali; ma soprattutto dagli obiettivi che ogni Stato si prefigge di perseguire nella propria proiezione esterna.

Se la forza degli Stati fosse distribuita equamente, gli obiettivi che ciascuno di essi intendesse perseguire a livello globale non darebbe origine ad alcun problema degno di preoccupazione da parte del resto del mondo; poiché accade che la forza sia distribuita in modo ineguale, è invitabile che lo Stato profondo degli Stati ufficiali dotati di maggior forza diventi fonte di preoccupazione per gli “Stati minori”, i quali inevitabilmente sono costretti a ruotare come satelliti all’interno dell’area gravitazionale di ciascuno di quelli più forti. Sono molti i pericoli cui è esposta l’umanità, a causa dell’“equilibrio di potenza” dinamico esistente tra le diverse costellazioni di Stati; questi nascono dalla “gestione” affidata agli Stati profondi, che costituiscono il centro gravitazionale di ogni costellazione di Stati ufficiali.

La dinamica dell’equilibrio di potenza dipende dall’obiettivo di ciascuno degli Stati dotati di maggior forza; poiché tale obiettivo consiste nell’aspirazione di ciascuno di essi a “dominare il mondo”, attraverso il supporto della loro dimensione profonda, vale la pena conoscere le modalità del loro modo di interagire con gli organi e le strutture palesi degli Stati. Dato che ognuno degli Stati forti persegue lo stesso obiettivo, verrebbe da pensare che le loro strutture profonde siano identiche; non è però così, per cui, al di là di alcuni tratti comuni, il loro modo di agire e di valutare ciò che accade nel mondo è molto diverso, risentendo della storia e delle tradizioni che sono proprie di ogni Stato ufficiale. Sono proprio le diverse modalità di valutare gli accadimento globali da parte dei singoli Stati ufficiali, col supporto delle loro burocrazie arcane, a costituire la fonte dei pericoli cui è esposta l’umanità; per rendersi conto di ciò, seguendo l’Editoriale di Limes, è possibile descrivere in cosa consista, in concreto, lo Stato profondo e come esso interagisca con lo Stato ufficiale.

Come afferma l’Editoriale, lo Stato è come una “carta a due semi. Il primo ostentato, perché attiene alla sua dimensione politica”, che si riflette “nell’attività delle sue istituzioni e dei suoi dirigenti, variamente accessibili allo sguardo del cittadino”; il secondo “seme della medesima carta è lo Stato profondo, labirinto di burocrazie, funzioni e influenze”, articolate in organi usi ad agire sulla base del principio, enunciato dal noto politologo e consigliere dei governi americani, Samuel Huntington, secondo il quale “il potere resta forte finché rimane nel buio”, perché se fosse esercitato alla luce del sole comincerebbe inevitabilmente ad “evaporare”.

L’Editoriale di Limes sostiene che non c’è Stato ufficiale senza Stato profondo. Il confine che divide l’uno dall’altro non sempre è facile da individuare e a volte è, anzi, inesistente, come nella Repubblica Popolare cinese; tuttavia, a ciascuno Stato ufficiale corrisponde un proprio esclusivo Stato profondo, costituendo una “dualità statuale” che assume configurazioni alquanto difformi a seconda dei Paesi. Di solito, lo Stato ufficiale nasce “leggero”, poi si allarga e si “appesantisce”, dotandosi degli organi destinati a costituire la sua profondità funzionale. A volte accade l’opposto, quando il livello ufficiale dei cosiddetti “Stati fantoccio” nascono e si formano per iniziativa degli organi profondi di una superpotenza.

Malgrado la loro diversità, gli Sstati profondi hanno alcuni elementi che li accomunano,, riguardanti funzioni e modalità operative dei suoi organi. In primo luogo, gli organi labirintici degli Stati ufficiali hanno lo scopo di salvaguardare “le strategie geopolitiche”, offrendo competenze specialistiche ai decisori elettivi; in secondo luogo, lo scopo che orienta gli organi profondi dello Stato ufficiale è quello di garantire il costante perseguimento dell’”interesse nazionale”, la cui natura esclude per definizione che lo Stato ufficiale possa perseguire “interessi subnazionali o sovranazionali”; in terzo luogo, le burocrazie degli abissi dello Stato ufficiale sono ritualiste, nel senso che sono spinte “a ripetere gesti canonici con nevrotica compulsione anche quando il compito è esaurito”.

Inoltre, un altro tratto comune degli Stati profondi è costituito dal fatto che i soggetti preposti agli degli cui compete l’esercizio delle attività burocratiche profonde, nella presunzione di “saperne quasi sempre molto più dei propri superiori eletti”, sono spesso spinti a “manipolare” i decisori politici dai quali dipendono (se non a sostituirsi ad essi). Infine, in ogni Stato profondo, vi è un livello ancora più profondo “negli strapiombi di ogni Stato”, che è l’intelligence, la cui funzione è quella di garantire la salvezza dello Stato ufficiale e quella dei suoi “interessi fondamentali, attraverso l’impiego di mezzi anche illegali; attività, questa, che consente “agli agenti di intelligenza, quando necessario alla sicurezza nazionale, di commettere reati”, che dovranno essere “coperti” dallo Stato ufficiale, nonostante spetti ad esso per obbligo di legge il controllo del suo braccio profondo.

Un ulteriore elemento presente nelle burocrazie dello Stato profondo è costituito dal fatto che, normalmente, a differenza degli organi politici elettivi dello Stato ufficiale, esposti alla possibilità di subire cambiamenti, le burocrazie profonde, invece, “sono dotate di vita propria, destinate ad estinguersi solo con la fine dello Stato”.

Dalla riflessione sull’insieme dei tratti che le burocrazia degli Stati profondi hanno in comune è facile dedurre ciò che esse possono rappresentare, nel bene e nel male, per la democrazia: col loro operato possono garantire la sopravvivenza dello Stato ufficiale, spesso in contrasto con le decisioni degli suoi organi elettivi (come capita, ad esempio, in Israele, dove i cosiddetti “guardiani dello Stato”, che occupano il livello statale più arcano, compiono spesso azioni che prevengono o ridimensionano quelle decise o attuate degli organi ufficiali); talvolta, però, le burocrazie profonde possono assumere decisioni, o compiere azioni, che vanno ben oltre la tutela degli interessi nazionali, esponendo non solo il loro Stato, ma l’intero globo ad esiti “indesiderati”.

E’ importante, quindi, che il confine che separa i “due semi” dello Stato (quello ufficiale e quello profondo), per quanto labile, consenta l’esistenza di un rapporto dialettico tra i due livelli, nel senso che, anche quanto le burocrazie profonde possono garantire competenze e supporto agli organi elettivi, questi ultimi abbiano sempre la possibilità di esercitare sulle burocrazie il controllo politico. Di fronte all’instabile equilibrio di potenza che caratterizza le relazioni tra le principali potenze globali oggi esistenti (Stati Uniti, Russia e Cina), i pericoli cui è esposta l’intera umanità dipendono dall’esistenza o meno del confine tra i due livelli di ogni Stato, e quindi dall’esistenza di un rapporto dialettico tra gli stessi. Un rapido confronto della situazione propria di ciascuna delle principali superpotenze globali, oggi contrapposte nella loro “aspirazione a dominare il mondo”, dimostra che le cose non stanno come sarebbe opportuno che stessero, nell’interesse dell’intero mondo.

Negli Stati Uniti d’America, la politica estera è la risultante della conflittuale interazione tra il dipartimento della difesa, quello di Stato (che cura i rapporti con l’estero) e le agenzie di intelligence; la conflittualità tra questi organi è mediata dal Consiglio per la sicurezza nazionale, raccordando la Presidenza dell’amministrazione americana con le “visceri dello Stato”. In questo contesto, osserva Dario Fabbri, in “Il mondo degli apparati americani” (Limes, n. 8/2018), uomini dell’intelligence, diplomatici e militari, pur configgendo tra loro, concordano sul come perseguire gli obiettivi imperiali ufficiali, identificando i principali “nemici della nazione” e interrompendo, di fronte all’assunzione della responsabilità politica finale da parte della Presidenza, gli scontri intestini, prima di paralizzare l’azione del Paese.

Così, negli USA, pur in presenza di una fisiologica concorrenza tra burocrazie profonde e istituzioni ufficiali, diventa possibile ribadire la tradizionale propensione imperiale dello Stato (consistente, ora, nel difendere la globalizzazione, intesa come sinonimo, sul piano prevalentemente economico, di impero americano) e intraprendere le necessarie attività sotto la tendenziale assunzione della responsabilità politica delle relazioni con l’estero da parte degli organi elettivi.

Anche nella Russia di Putin, lo Stato profondo mira a conquistare il mondo; questa propensione, però, è coltivata, non solo in termini economici, ma anche in termini messianici, perché sorretta dal mito della “terza Roma”, indicante il ruolo spirituale assunto da Mosca nei confronti del mondo, successivamente alla caduta di Costantinopoli nel 1453. Da allora, il mito si è radicato nella cultura russa, confermandosi “duro a morire” anche in epoca staliniana, durante la quale si è manifestato nella sua forma più aggressiva, attraverso l’ideologia dell’esportazione della rivoluzione proletaria nel mondo.

Dopo l’implosione dell’URSS, l’instabilità istituzionale successiva e l’avvento dell’era Putin, era sembrato che il nuovo Stato russo avesse intrapreso la via della democratizzazione della vita politica; ciò però ancora non è avvenuto, o quantomeno il cammino verso l’adozione di un regime democratico è stato sinora molto lento, al punto che l’antico mito sembra caratterizzare l’attuale postura esterna della Russia. A parere di Nikolaj Petrov, professore di Scienze sociali presso l’Alta scuola di economia di Mosca, la politica imperiale russa è ispirata dai “falchi” dello Stato profondo, che hanno preso il sopravvento sulla politica revisionista di Vladimir Putin; essi, dopo aver rimpiazzato le burocrazie che avevano provocato e sostenuto il crollo del socialismo reale, non avrebbero ora, secondo Petrov, “altro obiettivo se non quello di mantenere il potere”.

Perdurando questa situazione, espressa dall’incerta transizione del Paese verso la democrazia, che sinora non è giunta a compimento, “non c’è ragione – afferma Petrov – che quando Putin cederà il potere […] la classe dirigente russa possa cambiare posizione” nei confronti della politica estera. Ciò non sarà privo di conseguenze nei confronti del mondo, in quanto l’esile (se non inesistente) confine che separa il livello degli organi dirigenti dello Stato Russo da quello delle burocrazie profonde, oggi prevalenti, e la conseguente mancanza di ogni parvenza di dialettica tra i due livelli dello Stato valgono a conservare il resto del mondo (più di quanto accade con la postura estera degli USA) esposto al rischio di una instabilità futura, sul piano militare, politico ed economico.

Più drammatico appare il caso della Cina, in quanto i pericoli della sua proiezione imperiale non si riducono alla strategia ufficiale per la conquista del primato globale nel campo dell’economia; essa (la strategia) include anche l’obiettivo di dimostrare la presunta superiorità del retaggio culturale della Cina, come forma di riscatto dalle molte umiliazioni alle quali il Paese è stato sottoposto, soprattutto da parte dell’Occidente.

La pericolosità della pretesa estera cinese è aggravata dal fatto che, come testimonia Francesco Scisci (ricercatore presso la China People’s University, nell’articolo “In Cina lo Stato si specchia in sé stesso”, in Limes, n. 8/2018), nella Repubblica Popolare “non esiste alcuna dialettica istituzionale fra esecutivo e brurocrazia”, per cui Stato ufficiale e Stato profondo risultano un tutt’uno; fatto, questo, che, a parere di Scisci, impedisce agli organi deliberanti della Cina di avere una precisa contezza dello stato reale del proprio Paese e di configurare la propria posizione nei confronti dei competitori internazionali in termini politicamente razionali.

Come concludere le riflessioni sin qui svolte sul ruolo e la funzione degli Stati profondi? La risposta non può essere che una: con le loro “pompose” dichiarazioni, tutti gli Stati (in particolare, le gradi potenze planetarie), manifestano la volontà di volere la pace e il benessere del mondo; in realtà, le dichiarazioni servono solo a “coprire” l’attività delle loro burocrazie che, sottratte all’occhio vigile dei cittadini, inducono l’immaginario collettivo ad ipotizzare l’esistenza di complotti, orditi da ciascuna potenza ai danni delle altre. L’ideologia del complotto, giustificando la corsa agli armamenti, espone il mondo al pericolo che le profezie complottiste si autoavverino; questa, non è certamente una prospettiva desiderabile.

Gianfranco Sabattini

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