domenica, 18 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

I sessant’anni del Gattopardo e la celebrazione negata
Pubblicato il 19-10-2018


gattopardo

Gioacchino Lanza Tomasi, figlio adottivo del principe di Lampedusa, ha denunciato, in una intervista apparsa giovedì 18 ottobre sul quotidiano “Il Messaggero”, che la Feltrinelli non vuole celebrazioni per i sessant’anni del Gattopardo. E questo “perché loro credono che può ancora esistere una letteratura pedagogica di sinistra, e che funzioni soltanto quella. Il Gattopardo, che alla Feltrinelli ha dato successo e denaro, non rientra in questo schema. E del resto, è un libro terribile. È l’opera di uno scettico, non di un progressista mainstream”. E ancora: “Da visionario (Tomasi di Lampedusa) seppe vedere qualsiasi degenerazione razionale del presente: dalla demagogia al pressappochismo a una certa aria di stupire con nulla inflazionando le parole e svalutandole”.

Lanza Tomasi, per i sessant’anni del Gattopardo, aveva proposto alla Feltrinelli di fare venire in Italia i grandi letterati che hanno amato il romanzo (Vargas LIosa, Xavier Marìas, Yehoshua), ma a Milano l’idea non è stata raccolta. Il Gattopardo, pubblicato il 28 ottobre del 1958 e subito apprezzato dai lettori più disparati, nel giro di poco tempo diventò un best seller, un classico della scuola e un’icona dell’immaginario collettivo degli italiani. Fu anche, però, oggetto di letture semplicistiche e superficiali. Gianfranco Contini, ad esempio, così spiegava il successo del romanzo: “La fortuna eccezionale del libro in Italia e all’estero, (…) è dovuta al fatto di essere una gradevolissima ‘opera d’intrattenimento'”.

Altri lessero Il Gattopardo come un’opera di “raffinato qualunquismo”. Un libro importante e in alcune parti assai bello, che aveva però il torto di proporre una letteratura che rifiutava il mondo reale per rifugiarsi nel ricordo del passato. In tempi più recenti, Alberto Asor Rosa nella sua Storia europea della letteratura italiana è ritornato a negare valore al capolavoro di Tomasi di Lampedusa, definito un “anacronismo letterario”, perché presenta tematiche in gran parte note e ripetitive. E questo perché Il Gattopardo, desacralizzando il Risorgimento come una costruzione retorica e condannando alla “non speranza” le utopie palingenetiche legate alla Resistenza “per il momento (…) delle camicie rosse non si parla più, ma se ne riparlerà. Quando saranno scomparse queste ne verranno altre di diverso colore: e poi di nuovo rosse. E come andrà a finire?”, comunica verità sgradevoli, difficili da accettare per chi ragiona politicamente in termini di progresso e non sa leggere il pessimismo dell’aristocratico scrittore siciliano, la delusione di chi vede emergere una classe dirigente fatta di sciacalletti e di iene, di homines novi senza storia, incarnati nell’avidità, nella rozzezza e nella vanità dei tanti Calogero Sedàra sparsi nella Penisola, moralmente e politicamente poveri, non in grado di mettere l’Italia al passo con l’Europa moderna.

Pessimismo non nostalgico e nemmeno sterile, perché ci fa percepire che la realtà storica è assai complessa e non sempre coincide con il miglioramento della società. Ci insegna che la storia non ha alcun disegno e non tende a un fine. Si cambia per rimanere a galla e mantenere i privilegi delle classi dominanti. I cambiamenti politici sono esteriori: contano i rapporti sostanziali di potere basati sull’economia. Questa visione della realtà procura, in chi ancora si ostina a credere che le idee muovano il mondo, irritazione, un impeto di ribellione. Purtroppo è anche vero che troppe cose che abbiamo visto succedere sembrano dare ragione all’autore del Gattopardo, che, come scriveva Bassani nella sua prefazione al romanzo, possedeva “un’acutissima percezione della realtà sociale e politica dell’Italia contemporanea, dell’Italia di adesso”. Quella del 1958, che nel mese di novembre, quando nelle librerie le prime 3000 copie del Gattopardo erano andate esaurite, vedeva nascere in Sicilia una clamorosa operazione di trasformismo che portava alla presidenza della Regione Silvio Milazzo, transfuga democristiano dai trascorsi separatisti, eletto con i voti di neofascisti e comunisti. E poi l’Italia di dopo, quella del consumismo omologante degli anni del “miracolo economico” e del finto benessere ottenuto con ipoteche e cambiali, che hanno generato individualismo e mediocrità, indifferenza ai valori della bellezza e della memoria, inerzia morale e graduale assopimento politico. E infine l’Italia di oggi, forse anche di domani, attraversata da una crisi economica che non permette a milioni di giovani, uomini e donne di condurre un’esistenza dignitosa. Ferita a morte dalla mafia, dalla camorra e da altre associazioni criminali bene organizzate. Imbrigliata da una classe dirigente incapace di percepire un movente diverso da quello dei propri vantaggi immediati. Espressione di un’idea della politica intesa come attività retorica, cinica, gioco verbale che ha contribuito a trasformare i siciliani e gli italiani in individui sempre più scettici sul loro futuro.

Lorenzo Catania

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