martedì, 11 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Inps. Cosa fare se la quattordicesima non è arrivata
Pubblicato il 01-10-2018


Pensioni

COSA FARE SE LA 14ESIMA NON È ARRIVATA

“Il pensionato che non ha ricevuto la quattordicesima, pur avendone il diritto, non deve attenderla, con l’idea che l’Inps pagherà prima o poi, ma deve rivolgersi a un patronato per presentare idonea domanda di ‘ricostituzione reddituale per quattordicesima’”. A dirlo sono gli Istituti di patronato e di assistenza sociale, presenti su tutto il territorio nazionale che forniscono la propria assistenza gratuita nello svolgimento delle pratiche relative a tutte le tipologie di prestazioni erogate dall’Inps.

“Da quanto riferito dall’Inps – sottolineano – il problema sarebbe attribuibile a un disguido nella raccolta dei dati relativi ai redditi dei pensionati pervenuti allo stesso ente previdenziale da parte dell’Agenzia delle Entrate. Tale disservizio avrebbe provocato delle incertezze in relazione alla situazione ‘reddituale’ dei pensionati e per tale ragione si è reso necessario che i patronati si attivassero per presentare all’Inps di competenza un’apposita domanda di ricostituzione della pensione”.

“Solo attraverso la presentazione della domanda di ricostituzione -avvertono i patronati – il pensionato potrà, infatti, ottenere un diritto che gli sarebbe, invece, spettato automaticamente, ovverosia la riliquidazione della pensione con decorrenza dalla data in cui ha maturato il diritto alla prestazione aggiuntiva. Ne consegue che l’Inps dovrà corrispondere al pensionato la quattordicesima per l’anno di presentazione della domanda oltre agli arretrati per gli anni pregressi a partire dall’anno in cui è sorto il diritto alla prestazione (compatibilmente con il termine di prescrizione di 5 anni)”.

L’Inps, invece, “liquida esclusivamente – hanno detto – l’ultima spettanza o, in caso di benefici mensili, vi provvede riconoscendo gli arretrati a far data dalla domanda, omettendo di saldare il dovuto nel rispetto della prescrizione quinquennale”. “Ciò significa che, nonostante il pensionato abbia diritto a recuperare quanto gli appartiene – continuano – entro 5 anni dall’istanza, l’Inps non vi provvede automaticamente neppure quando è l’interessato a sollecitarne la liquidazione. Ma c’è di più: infatti, sulla lettera recante la comunicazione di accoglimento della pratica, che l’Ente previdenziale trasmette al beneficiario, non si legge alcuna motivazione o riferimento in merito all’esistenza e alla possibilità di procedere al recupero delle restanti somme”.

“Così, proseguendo con l’esempio fatto per la quattordicesima – precisano i patronati – facendo due calcoli, il pensionato rischierebbe di non percepire ben 2.520,00 euro (fino a 5 anni) di arretrati, in tali casi, difatti, sarà necessario, formulare un ricorso amministrativo nei confronti dell’Inps, che sarà deciso dagli organi interni dello stesso Istituto. Nell’ipotesi in cui il ricorso dovesse avere esito negativo, inoltre, bisognerà rivolgersi all’autorità giudiziaria entro tre anni dalla decisione del ricorso da parte dell’Inps”.

“Non c’è solo la quattordicesima – concludono – perché in altri casi è possibile ragionare addirittura nell’ottica di centinaia di euro per ogni rateo mensile (si pensi a una integrazione totale, o ad un assegno sociale non erogato per la presunta sussistenza di altri redditi nel frattempo venuti meno)”.

Inps

BOPERI: INPS SPENDE 2 MLD L’ANNO PER LA MALATTIA

“L’Inps spende ogni anno circa 2 miliardi di euro per indennità di malattia per i dipendenti privati che sono a carico delle imprese invece nei primi 3 giorni di assenza, mentre le giornate di assenza dei pubblici dipendenti valgono circa 2,8 mld su base annua quando vengono calcolati in termini di retribuzione corrisposta al lavoratore in caso di malattia. Sono numeri importanti”. Ad affermarlo nel corso di una recente audizione al Senato in Commissione Lavoro sulle visite fiscali è stato lo stesso presidente dell’Inps, Tito Boeri.

“L’Inps riceve ogni anno circa 12 milioni di certificati di lavoratori privati assicurati per la malattia e 6 milioni di certificati di dipendenti pubblici nel cosiddetto Polo Unico. A fronte di 18 milioni di certificati e, quindi, di malattie potenziali destinatarie di controlli medico fiscali, l’attuale capacità produttiva dell’Istituto, si attesta intorno al milione di visite di controllo all’anno, ossia il 5%. Da qui la necessità di scegliere con cura dove, quando e come eseguire le visite”. E’ evidente, ha rilevato Boeri, “che una selezione intelligente dei certificati medici per i quali disporre le visite mediche di controllo sia essenziale per l’Inps. Data la numerosità dei controlli, un milione, è, inoltre, inevitabile che la selezione sia, almeno in parte, automatizzata, non essendo certo gestibile a mano”.

L’Inps, ha osservato ancora Boeri, “ha circa 400 medici di ruolo, che dovrebbero esaminare manualmente 30 mila certificati pro capite, cui andrebbero aggiunti i 15 mila pro capite dei lavoratori pubblici del Polo Unico. Il fondamento della selezione su riscontri obiettivi e procedure informatiche è importante anche per garantire una uniformità di trattamenti su tutto il territorio nazionale e scoraggiare potenziali comportamenti collusivi che ci potrebbero essere a livello locale tra medici fiscali e lavoratori assenti per malattia”.

“Non si vedono ragioni per cui dovrebbe essere vietata una programmazione mirata delle visite mediche di controllo quando forme ben più ampie di profilazione vengono comunemente praticate nel contrasto all’evasione fiscale, nella programmazione dei controlli medico-sanitari, nella definizione di corsi di recupero per i partecipanti ai test di ammissione alle facoltà universitarie, e in un’infinità di altre occasioni da parte di enti pubblici e soggetti privati”. Così Boeri ha commentato la decisione del Garante per la protezione dei dati personali, dopo un’istruttoria e un fitto scambio di corrispondenza con Inps iniziato a febbraio 2018, che ha chiesto la sospensione dell’attività di data mining e avviato un procedimento sanzionatorio nei confronti dell’Istituto per la violazione di più norme vigenti a tutela della riservatezza dei dati personali.

La programmazione ‘intelligente’ delle visite fiscali, ha chiosato Boeri, “è stata sospesa” il 14 marzo 2018 e si è proceduto ad una estrazione casuale dei malati da sottoporre a visite d’ufficio. “Questo – ha sottolineato il presidente dell’Inps – ha provocato costi ingenti all’Istituto, alle imprese e agli stessi lavoratori malati e non, riducendo fortemente l’efficacia delle visite nel limitare comportamenti opportunistici e, invece, imponendo ai malati e alle loro famiglie visite di controllo che non si sarebbero altrimenti effettuate in virtù dell’alta probabilità di confermare il giudizio del medico curante”.

Una nota elaborata dal centro studi dell’Inps, ha evidenziato Boeri, “propone una stima degli effetti dell’intervento del Garante comparando gli esiti delle visite prima del 15 marzo 2018, data in cui, ricordiamo, l’Ente assicuratore ha sospeso le procedure di data mining, e quelli nei tre mesi successivi. Questi rilievi ci portano a concludere che l’abbandono del modello statistico per la selezione dei certificati da sottoporre a controllo ha ridotto fortemente la capacità delle visite fiscali di individuare casi di assenza ingiustificata alla visita del medico (-26,8%)”.

In particolare, dopo l’intervento del Garante, ha rimarcato Boeri, “si è assistito a una riduzione del 39,5% delle visite fiscali che riscontrano idoneità al lavoro e prevedono una riduzione della prognosi, e ad una riduzione del 74,5% dei casi in cui si pone un limite inderogabile alla durata della malattia (idoneità con conferma della prognosi)”. In termini monetari, ha aggiunto, “la perdita per le casse dell’Inps è stata di circa 335.000 euro al mese”.

Anche nei mesi a venire, ha precisato il presidente dell’Inps, “la perdita per le casse dell’Inps sarebbe superiore ai 4 milioni di euro su base annua. In termini percentuali , si tratta di una riduzione di quasi un quarto delle somme recuperate dall’Istituto a seguito delle visite di controllo d’ufficio nel settore privato (pari a 17.803.037 euro nel 2017). A queste spese vanno poi aggiunti gli oneri legati alle contribuzioni figurative accreditate ai dipendenti in malattia”.

Alla luce dei rilievi del Garante per la Privacy e delle più recenti disposizioni del Regolamento europeo in materia di protezione dei dati “solo un intervento normativo può consentire all’Inps di ripristinare un sistema automatizzato o profilazione che consenta, nell’interesse complessivo del Paese, di far emergere quelle situazioni in cui, non necessariamente in mala fede, il lavoratore è ‘meno malato’ di quanto dica il suo certificato medico”.

L’intervento normativo, ha affermato, “dovrà garantire che le esigenze di efficienza, efficacia e economicità dell’azione amministrativa dell’Istituto e i connessi rilevanti motivi d’interesse pubblico, siano contemperati con le obbligatorie stringenti disposizioni introdotte dal recente Regolamento europeo in materia di protezione dei dati che, in particolare, per quanto attiene al trattamento di dati relativi alla salute, stabilisce che i processi decisionali automatizzati – compresa la profilazione (art. 22 Regolamento) – siano autorizzati da un’apposita norma di legge che precisi adeguate misure a tutela dei diritti fondamentali, delle libertà e dei legittimi interessi degli interessati e che sia proporzionato alla finalità perseguita l’Istituto”.

Tale norma, ha commentato Boeri, “consentirebbe, già nel breve termine, di superare l’attuale situazione di contrapposizione tra Inps e Autorità, normando e circoscrivendo in modo chiaro e inequivocabile per quali finalità l’Inps sia autorizzato al trattamento dati e alla profilazione nell’ambito delle sue competenze. In ogni caso di profilazione, l’Istituto, nel rispetto degli obblighi, provvederà a dare adeguata informativa a tutti gli interessati, secondo quanto disposto dal Regolamento europeo”.

L’auspicata norma, ha aggiunto ancora il presidente dell’Inps, “risulterà enormemente utile su vari fronti (la lotta ai fenomeni fraudolenti, la proposizione proattiva di servizi e prestazioni, l’elaborazione di studi e ricerche sull’andamento delle prestazioni e su proposte di innovazioni normative, etc.), anche nell’ambito dei controlli, anch’essi auspicabili, che il legislatore vorrà introdurre sulla fruizione dei permessi di cui alla legge 104/92, i quali costano più di un miliardo nel solo settore del lavoro privato”.

Quei controlli, se mirati ed efficaci, ha concluso Boeri, “potrebbero anche ‘restituire’ alle aziende e al sistema produttivo centinaia di migliaia di giornate di lavoro all’anno. L’Istituto si rende disponibile a collaborare con la Commissione nell’elaborazione di una norma che sia rispettosa della normativa europea e italiana in materia di trattamento dei dati ma che consenta, nel rispetto di tali principi fondamentali, all’Istituto di adempiere ai doverosi e normativamente previsti controlli sui lavoratori assenti per malattia”.

Carlo Pareto

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