lunedì, 10 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Joseph Nye. L’Occidente e l’alternativa all’esercizio del “soft power” Usa
Pubblicato il 09-10-2018


A decorative plate featuring an image of Chinese President Xi Jinping is seen behind statues of late communist leader Mao Zedong at a souvenir store next to Tiananmen Square in Beijing on February 27, 2018. China's propaganda machine kicked into overdrive on February 27 to defend the Communist Party's move to scrap term limits for President Xi Jinping as critics on social media again defied censorship attempts. The country has shocked many observers by proposing a constitutional amendment to end the two-term limit for presidents, giving Xi a clear path to rule the world's second largest economy for life. / AFP PHOTO / GREG BAKER        (Photo credit should read GREG BAKER/AFP/Getty Images)

AFP PHOTO / GREG BAKER (Photo credit should read GREG BAKER/AFP/Getty Images)

Alcuni decenni fa, secondo uno dei politologi americani più influenti di allora, Joseph Nye, autore di “Soft power. Un nuovo futuro per l’America”, era necessario che gli Stati Uniti, per esercitare positivamente il ruolo di prima potenza mondiale, senza alienarsi l’accettazione di tale esercizio da parte dei Paesi sui quali esso veniva fatto pesare, producessero ed esportassero soft power (potere di persuasione).
Con questa espressione, da lui stesso introdotta al termine del patto tra capitale e lavoro di keynesiana memoria, il politologo americano intendeva indicare la natura della politica internazionale con cui, dopo la fine della Guerra fredda, l’America avrebbe potuto attrarre nella sua “sfera di influenza” i Paesi del mondo che fosse riuscita a persuadere, perché imitassero la propria organizzazione politica, sociale ed economica.
Il soft power è divenuto così strettamente legato alla cultura e alle politiche degli USA, tanto quanto lo era stato l'”hard power”, ovvero, la capacità coercitiva con cui, durante il periodo della Guerra fredda, l’America era riuscita a cooptare e a mantenere legata a sé gran parte dei Paesi del mondo, attraverso la forza militare ed economica.
Alcuni osservatori, sorprendentemente, da posizioni di sinistra, tendono a paragonare l’espressione “soft power” con quella di “egemonia” di gramsciana memoria; quest’ultima espressione, nell’ambito delle scienze sociali, in particolare nell’ambito dell’economia e della politica internazionale, è stata impiegata per spiegare le modalità distributive, su basi aconflittuali, delle risorse e del potere decisionale tra i singoli individui e tra i singoli Stati. All’interno delle scienze sociali è escluso che il concetto di egemonia, così come è stato inteso da Gramsci, possa essere interpretato come complesso di mezzi (materiali e non) idoneo a consentire a chi gestisce il potere statuale di utilizzarlo per “imporre”, da un lato, un dominio culturale e, dall’altro lato, di farne uso come guida di chi viene ad esso assoggettato.
Se si mancasse di tenere ferma questa distinzione, tra il soft power di Nyé e l’egemonia culturale di Gramsci non esisterebbe alcuna differenza, in quanto il dominio fondato sull’esercizio del potere culturale e intellettuale sarebbe uno strumento essenziale per la stabilità di un sistema di potere, avente la stessa natura di quella realizzata attraverso l’esportazione violenta di valori e di modelli comportamentali ritenuti unilateralmente “superiori”.
E’ proprio su questo punto che il soft power di Nye e l’egemonia di Gramsci si differenziano: il primo (cioè il soft power di Nye) non implica alcuna interiorizzazione dei valori e dei modelli di comportamento esogeni da parte di chi li subisce, ma solo un processo di imitazione di istituzioni politiche ed economiche estranee alla cultura dei popoli degli Stati destinatari del soft power; al contrario, l’egemonia implica un potere esercitato sulla base di una “condivisione dal basso” della validità di valori e modelli di comportamento, che non nascono per imitazione di valori e di modelli di comportamento esogeni, ma da un’evoluzione culturale autoctona delle istituzioni politiche ed economiche dei singoli popoli. Fuori da questa prospettiva, il soft power non può che essere concepito come parallelo (anche se somministrato in termini più morbidi) all’hard power; ovvero, come forma invisibile e ovattata di un potere esogeno, che arriva laddove la materialità della violenza non può arrivare.
Partendo dall’assunto che il soft power, quale è stato esercitato dagli USA nei confronti del resto del mondo dalla fine della Guerra fredda, Eric Li, politologo cinese, nell’articolo “Il soft power americano è morto. Riuscirà la Cina a sostituirlo?” (Limes n. 6/2018), afferma che il mondo non vuole più essere come l’America, in quanto il potere di persuasione, con cui gli USA hanno pensato di convertirlo alla logica di funzionamento e agli stili di vita propri del capitalismo contemporaneo e dell’ideologia neoliberista, è entrato irreversibilmente in crisi. Eric Li propone, un punto di vista cinese, come possibile alternativa alla natura non più condivisa del soft power americano.
Ma quali sono i contenuti del soft power statunitense, del quale, secondo il politologo cinese, il mondo intero non vorrebbe più saperne? A parere di Eric Li, Nye, avendo connotato il soft power in termini culturali, ideologici e istituzionali, si sarebbe convinto che, “in ciascuno di questi ambiti il mondo ambisse a essere come l’America”, arrivando a definire il “soft power come la capacità di un soggetto di far fare ad altri ciò che altrimenti non avrebbe fatto, spingendoli a desiderare di assomigliare culturalmente, ideologicamente e istituzionalmente al soggetto stesso”; da ciò, secondo Eric Li, il convincimento di Nye che se uno Stato fosse stato in grado di accreditare come legittimo il proprio potere al cospetto degli altri Stati, avrebbe incontrato, da un lato, minor resistenza nell’attuazione delle propria strategia internazionale; dall’altro lato, avrebbe potuto promuovere l’adozione di istituzioni che avrebbero reso gli altri Stati desiderosi “di incanalare o limitare le loro attività” nel modo che lo Stato dominante avesse preferito, potendo, quest’ultimo, sottrarsi alla necessità di sostenere gli alti costi (non solo economici) dell’esercizio dell’hard power.
Tra le istituzioni che lo Stato dominante ha proposto, attraverso l’esercizio del soft power, un’importanza strategica hanno assunto, a parere di Eric Li, la democrazia liberale, l’economia di mercato ed i valori propri del neoliberismo. Nei decenni successivi agli anni Ottanta del secolo scorso, ai quali risale l’inizio della politica internazionale degli USA ispirata al concetto di soft power di Nye, “il liberalismo connaturato ai valori americani – afferma Eric LI – ha avuto un fascino impareggiabile in tutto il globo”. A un certo punto è sembrato, continua Li, “che quasi ogni Paese del pianeta aspirasse a essere come l’America e volesse le stesse cose che l’America aveva e voleva”.
Mai, prima d’allora, sempre secondo il politologo cinese, nell’esperienza storica, tanti Paesi “hanno dismesso i propri sistemi politico-economici per trasformarsi in regimi liberali”, inaugurando così un periodo di “grande conversione” istituzionale ed economica. Attraverso questa, gli Stati Uniti, nell’ambito della politica internazionale, hanno guidato il processo di integrazione delle economie nazionali, creando, ampliando o potenziando nuove, o già esistenti, istituzioni internazionali, per metterle al servizio del continuo approfondimento del processo di globalizzazione.
Anche il “progetto europeo”, a parere di Eric Li, sarebbe diventato “la versione regionale del soft power americano”, con le istituzioni dell’Unione Europea che, da entità soprannazionali, si sarebbero sostituite agli Stati membri secondo la narrazione di Nye. Per una generazione intera, i Paesi comunitari “hanno volontariamente dismesso porzioni sempre maggiori della propria sovranità per sottomettersi a una serie di regole basate sui valori liberali”; tutti gli Stati membri non hanno esitato a introdurre nella loro organizzazione interna ciò che le istituzioni comunitarie volevano, usando il soft power à la Nye, “così bene”, osserva Eric Li, tanto che a un certo punto sembrava che tutti volessero essere membri della UE.
La percezione di quanto è avvenuto nel periodo della grande conversione è stato percepito dall’immaginario collettivo come un cambiamento epocale, destinato a caratterizzare l’intero XXI secolo; ma, sul finire del primo decennio del nuovo secolo, le cose sono improvvisamente cambiate, in quanto “il contesto storico appena descritto” è entrato in una profonda crisi, parallelamente al crollo della logica sottostante il soft power, sulla cui base era stato realizzato l’ordine internazionale gestito attraverso il “Washington consensus”.
La spiegazione del crollo, a parere di Eric Li, è riconducibile al fatto che la logica del soft power, così come era stata concepita da Nye, non ha funzionato per tutti i Paesi coinvolti nella grande conversione; questa, infatti, ha condotto i Paesi a “coltivare l’illusione” che le promesse tratte dall’ideologia neoliberista fossero scontate e le realizzazioni irreversibili. Ciò non è accaduto perché, in realtà – afferma Eric Li – “il soft power è e sempre sarà un’estensione e un derivato dello hard power”, col quale, sotto mentire spoglie, è stato possibile esercitare il potere di persuasione che ha provocato lo stravolgimento delle organizzazioni istituzionali ed economiche dei Paesi integrati nell’economia mondiale, inclusi lo Stato (l’America) e l’organizzazione soprannazionale (l’Unione Europea) dominanti in diverse aree del globo.
Infatti, il prevalere dell’ideologia neoliberista, della quale il soft power è stato portatore, ha danneggiato tutti indistintamente i Paesi integrati nell’economia internazionale, in quanto essa (l’ideologia neoliberista) ha frammentato, invece di unire, gli Stati che di essa hanno subito le conseguenze negative; ciò perché la globalizzazione, realizzata attraverso il soft power definito da Nye, ha travalicato la capacità, da parte degli Stati nazionali e delle organizzazioni internazionali, di gestire nella stabilità il funzionamento dei sistemi produttivi, causando l’aumento dei debito pubblico, l’ineguaglianza distributive e l’interruzione della crescita.
Di fronte alla crisi economica generalizzata e all’instabilità dei rapporti tra gli stati, può il mondo – si chiede Eric Li – aspirare a qualcosa di meglio, con la riproposizione di un soft power più condivisibile? A suo parere è possibile, e la Cina, al riguardo, potrebbe “entrare in gioco”; ciò perché – egli sostiene – quando nelle relazioni internazionali è stata adottata la logica del soft power, la “Repubblica Popolare era l’unico grande Paese in controtendenza. Nell’ordine post-seconda guerra mondiale si era integrata, in quello successivo alla Guerra fredda invece no. In questo modo è riuscita ad allestire una transizione estremamente complessa dalla pianificazione centralizzata all’economia di mercato, senza però permettere a quest’ultima di ergersi al di sopra dello Stato. E’ lo Stato il primo organizzatore dell’economia cinese. E sempre lo Stato ha rifiutato le definizioni occidentali di democrazia, libertà e diritti umani, mantenendo e rafforzando il proprio sistema a partito unico. In termini di soft power, la Cina non ha accettato di desiderare quel che l’Occidente desiderava. Sotto ogni punto di vista: culturale, ideologico, istituzionale”.
Al contrario della maggior parte dei Paesi che hanno vissuto la grande conversione, la Cina ha avuto “un successo senza precedenti nella storia umana. Si è evoluta – afferma Eric Li – da povero Paese agricolo a maggiore economia industriale del mondo, sollevando nel frattempo 700 milioni di persone dall’indigenza”. Ciò è avvenuto solo in termini pacifici e, con modalità assai differenti rispetto a quelle sperimentate dalle altre grandi potenze antiche e moderne; la crescita e la modernizzazione della Cina sono avvenute in assenza di ogni forma di atteggiamento aggressivo ai danni del mondo ad essa esterno.
Ora, conclude Eric Li, dopo molti decenni in cui ha curato la propria crescita da posizioni autonome, la Repubblica Popolare sta proponendo al mondo, con le grandi infrastrutture delle “vie della seta”, la realizzazione di “una comunità di destini condivisi”, in cui ogni Stato rispetti le scelte degli altri Stati riguardo ai propri percorsi di sviluppo e modernizzazione.
Questa conclusione boccia quindi la scelta fatta dall’Occidente alla fine della Guerra fredda, quando da gran parte dei Paesi integrati nel mercato mondiale è stata accettata una gestione delle relazioni internazionali basata su un soft power ispirato all’ideologia neoliberista; promuove, invece, l’ipotesi che i Paesi integrati nell’economia mondiale si aprano a “un nuovo tipo di potere persuasivo”, inaugurando una nuova era nelle relazioni internazionali, della quale il pacifismo cinese dovrebbe essere il garante “di una crescita economica mondiale”, della quale beneficerebbe “anche la stessa Repubblica Popolare”.
Eric Li, nella sua proposta, sembra riecheggiare la tesi di Kant, il quale, nel suo “Progetto per una pace perpetua”, riteneva che la pace dipendesse anche dallo “spirito del commercio”, in quanto l’attività di scambio avrebbe portato inevitabilmente all’integrazione tra i popoli, perché le loro diverse economie sono tra loro complementari. E’ proprio la complementarità delle economie e lo spirito del commercio che, secondo il grande filosofo, motivano gli Stati a tendere alla pace per assicurare maggior benessere ai loro popoli. Kant, tuttavia, non sperava che gli uomini, attraverso il commercio, potessero diventare più “buoni”, ma riteneva possibile la realizzazione di un’organizzazione mondiale degli Stati, tale da abolire qualsiasi pretesa prevaricatrice di uno Stato a danno degli altri, così come avviene ora con gli Stati federali. All’interno di questi, al di là del “potere residuo” che consente ai singoli Stati federati ampia autonomia di autogestione, resta il fatto che la parte di sovranità che ogni singolo Stato delega allo Stato federale implica la gestione delle materie delegate sulla base di principi condivisi e uniformi.
Nel caso in cui il mondo si aprisse alla proposta di un soft power in “salsa cinese”, che garanzie esistono che ciò determini un radicale mutamento nella gestione delle relazioni internazionali? In assenza di reali garanzie, esiste il rischio che il prevalente “Washington consensus” o il “Bruxelles consensus” siano sostituiti da un “Beijing consensus”, implicante la pretesa di un’omogeneità istituzionale ed economica propria del soft power con cui Washington o Bruxelles hanno gestito le relazioni internazionali dopo la fine della Guerra fredda.
Al riguardo, non va dimenticato che la trasformazione della società politica ed economica della Cina è stata realizzata nella presunzione di sua superiorità culturale rispetto al resto del mondo. Non può che sollevare molti interrogativi uno Stato che ha raggiunto il successo, come afferma Eric Li, senza abbandonare l’intento di tornare ad essere il centro del mondo, come emerge dalla strategia inaugurata dall’attuale Presidente delle Repubblica Popolare cinese, Xi Jinping.
Sulla base di queste considerazioni, resta plausibile e fondata la conservazione da parte del resto del mondo di un qualche dubbio riguardo alla possibilità che un soft power cinese possa risultare persuasivo. Se si pretendesse di governare le relazioni internazionali al di fuori delle istituzioni che la cultura democratica dell’Occidente ha messo a punto per il rispetto di tutti gli attori coinvolti in tali relazioni, è assai improbabile, se non impossibile, che l’Occidente possa “dare il benvenuto” a un nuovo soft power d’ispirazione cinese, che esclude la democrazia e fa dello Stato il supremo arbitro nella gestione dell’economia e della società.

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