sabato, 17 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

La gelosia di Fellini per l’amico e attore Germi
Pubblicato il 22-10-2018


germi e felliniCome testimonia qualche foto che li ritrae in amichevole conversazione o seduti al tavolo di un ristorante o di un bar, tra Federico Fellini e Pietro Germi correvano buoni rapporti, maturati negli anni in cui l’ex vignettista di giornali satirici e umoristici aveva contributo, come sceneggiatore, all’ottimo esito artistico dei film del regista genovese In nome della legge e Il cammino della speranza. L’amicizia e la stima nata tra i due si era poi mantenuta anche quando Fellini, che nel frattempo si era dato alla regia, aveva diretto alcuni film importanti e premiati, come I vitelloni, La strada e Le notti di Cabiria, che avevano consolidato la sua fama di regista notevole e originale presso il vasto pubblico e la critica straniera. Consacrato a livello internazionale, ora il poliedrico Fellini in cuor suo è consapevole di avere superato il maestro Germi come autore, perché come esecutore, come «regista all’americana», il Riminese considerava il Genovese «il migliore». Perciò, quando questi decide di diventare attore e di recitare come protagonista dei suoi film, Fellini rimane non poco sorpreso ed è sollecitato dal suo narcisismo a inventarsi un alter ego che poi si materializza nella persona di Marcello Mastroianni. All’attore, abitualmente utilizzato dai registi per interpretare figure di giovani seducenti e gentili quanto ingenui, Fellini affida il ruolo del giornalista romagnolo malinconico e mondano che nel film La dolce vita nutre ambizioni letterarie e si muove a disagio nel caos rumoroso e trasgressivo del sottomondo della città di Roma sospesa tra arcaismo e modernità, dove gli uomini, ormai sottomessi alla logica di una società ridotta a consumo di merci, organizzano feste squallide e volgari per ostentare un benessere che non riesce a coprire le ingiustizie e le diseguaglianze che si celano dietro il (finto) miracolo economico. A tal proposito Moraldo Rossi, modesto sceneggiatore, regista e documentarista ma anche amico di Fellini, che frequenta assiduamente dal 1951 al 1959, seguendo in particolare la lavorazione dei film che precedono la realizzazione di La dolce vita, ha scritto: «La mossa di Pietro, di fare anche il protagonista dei suoi film, l’aveva totalmente sorpreso. Ne rimase, non invidioso, ma certamente spiazzato. Se gli chiedevi cosa pensava di Germi attore, rispondeva: “Mah, non so… io preferisco Gary Cooper”. Per quanto dicesse che L’uomo di paglia e Il ferroviere erano film melensi, la visione di Germi in quei due ruoli, sono sicuro che spinse Federico ad accelerare la ricerca del suo alter ego, del suo Gary Cooper. Era Mastroianni. A Federico, Mastroianni piaceva come piacciono le vetture sportive, l’unico pezzo che non gradiva erano le mani corte da burino e un dito giallo di nicotina». La testimonianza di Moraldo Rossi trova un riscontro nelle parole di Fellini, che, intervistato da Giorgio Bocca pochi giorni dopo i fischi e le polemiche alla prima milanese di La dolce vita, la sera del 5 febbraio 1960, afferma: «[La dolce vita] è un film di una persona smarrita, disperata, confusa. È un’autobiografia. Marcello mi rappresenta dalla testa ai piedi». Dichiarazione di amicizia e stima ricambiata con affetto dall’attore di Fontana Liri, che anche dopo La dolce vita continuerà a incarnarsi perfettamente nella personalità complessa del maestro di Rimini, che all’interno della sua filmografia ha sentito in maniera costante il bisogno di estraniarsi dal mondo che lo circondava per parlare a se stesso, più che agli altri, delle fantasie allucinatorie e delle ossessioni che lo rendevano insicuro e disarmato come un pascoliano “puer aeternus”: «Fellini mi somiglia molto e io gli voglio bene per questo, perché ha i miei stessi difetti, compresa la facilità di dire bugie, che è una manifestazione di fragilità, si promette perché non si ha il coraggio di dire di no, di disilludere gli altri sulle immagini che hanno di te».

Lorenzo Catania

Il regista e attore Pietro Germi, oltre a essere stato oggetto di un simpatico disegno-caricatura di Fellini, che lo ritrae con l’immancabile sigaro, compare due volte nei sogni del Riminese: “con i suoi baffoni e il sigaro” e come complice in una inquietante strage di donne che li vede protagonisti: “Germi ed io con le nostre bande abbiamo ucciso a colpi di mitra 5 o 6 donne. Bisognava farlo, abbiamo ragione noi, ma ora la polizia armatissima ci sta cercando (Sono tedeschi?) Tutta la città è in mano alla polizia”. (Cfr. Federico Fellini, Il libro dei sogni a cura di Tullio Kezich e Vittorio Boarini, , Rizzoli, Milano 2008, pp.61 e 162.

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