sabato, 15 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

La verità su Stefano Cucchi
Pubblicato il 11-10-2018


Il caso, uno di quelli più delicati perché interessava le eventuali responsabilità di uomini dell’Arma dei carabinieri in relazione alla morte di un giovane romano, Stefano Cucchi, arrestato nell’ottobre del 2009 per spaccio di droga e deceduto in stato di detenzione, pare ormai al suo epilogo. Dopo un processo ultimato con un nulla di fatto e un’assoluzione dei presunti militari coinvolti, nel 2015 il carabiniere Casamassima, dopo sei anni di silenzio, ha aperto un nuovo fronte di indagini. Egli ha dichiarato di aver sentito nell’ufficio le confidenze del superiore- il maresciallo Roberto Mandolini- dei presunti colpevoli. Il maresciallo è divenuto così uno dei cinque indagati. A lui e a Vincenzo Nicolardi, é stato contestato il reato di falsa testimonianza. Per gli altri tre – Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro, Francesco Tedesco – i pm ipotizzano il reato di lesioni. Accusa che potrebbe mutare all’esito dell’incidente probatorio, se la nuova perizia dovesse stabilire che Cucchi sia morto a causa dei pugni e dei calci ricevuti.

Oggi al processo la testimonianza di Francesco Tedesco ha fatto piazza pulita delle menzogne e delle coperture finora abusivamente assicurate sulle questione. Tedesco ha ammesso il duro, inspiegabile, cruento pestaggio del giovane al quale ha partecipato. Anche se ha sostenuto di non avervi preso parte materialmente e anzi di avere pregato gli altri due di smetterla. Per nove anni l’omertà ha regnato sovrana e si deve alla sorella di Stefano, Ilaria, se il caso ha continuato a turbare gli italiani e la ricerca della verità non è mai venuta meno. Il recente film sul caso Cucchi “Sulla mia pelle” ha peraltro tenuto sveglia l’attenzione di tutti.

Nella sventagliata di sospette responsabilità, la polizia penitenziaria, i medici, gli scalini della caserma dei carabinieri, la magrezza di Stefano, la sua epilessia, l’effetto delle droghe, sempre gli uomini dell’Arma hanno cercato di coprire le loro responsabilità. La sentenza dovrà evidenziare tutte le colpe. Non solo quelle materiali di chi é stato protagonista di un efferato e micidiale atto di violenza, peraltro compiuto contro un ragazzo in grave stato di prostrazione e forse di malnutrimento, ma anche tutte le coperture assicurate. Da quelle minori, dei colleghi che sapevano e non hanno parlato, a quelle maggiori, dei vertici che hanno deciso di mettere una pietra tombale sull’accaduto pensando di difendere l’Arma e che invece hanno finito per danneggiarla. Il caso del carabiniere Casamassima che per primo aveva deciso di parlare e che oggi denuncia di aver subito minacce e addirittura un trasferimento con demansionamento, va subito affrontato dagli organi competenti. Dire la verità é un dovere per chi ha il compito di difendere i cittadini. E’ la menzogna che deve essere punita.

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