giovedì, 13 dicembre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

“La vita promessa”, una vecchia storia di emigrati e speranze
Pubblicato il 04-10-2018


la vita promessa“La vita promessa” (regia di Ricky Tognazzi) è una fiction struggente; racconta una pagina importante della storia degli italiani: emigrati in America, sono come i migranti di oggi. La ‘vita promessa’ è quella che la protagonista, Carmela Carrizzo (Luisa Ranieri), sogna per sé e per i suoi figli e che giura di dare a se stessa e a loro. Si va dalla Sicilia degli anni Venti all’America della crisi del ‘29, del fatidico ‘giovedì nero’; crisi economica, che ricorda quella moderna, in cui molti imprenditori e affaristi, a seguito del crollo della borsa, si suicidarono. Napoli, da cui si imbarcano per l’America, è come la Sicilia e Little Italy a New York come l’Italia: tutto rimane immutato. Carmela sfugge a una violenza sessuale subita da un ammiratore insistente e ossessivo (il campiere Vincenzo Spanò) degna di uno stalker odierno e di uno stupro contemporaneo; ed anche alla mafia, ma troverà la pericolosa (e forse peggiore) ombra della ‘Mano nera’. Tutto ciò rende l’opera attuale e profonda, grazie soprattutto all’intensa interpretazione di Luisa Ranieri, che sente molto il personaggio, così come di tutti gli altri attori che fanno la differenza, regalando anche un po’ di commozione nel finale. È una storia corale, in cui questa donna si trova da sola a combattere per i figli, per proteggerli sino all’ultimo. Lotta per il loro bene con coraggio, tenacia e forza di volontà, anche a costo di sbagliare per troppo amore. Determinata e ostinata, prende decisioni importanti con fermezza, come ha raccontato l’attrice del suo personaggio. Nell’ultima puntata ha avuto oltre sei milioni di spettatori (e il 26,20% di share) e il finale – che resta un po’ aperto e sospeso – potrebbe regalare una seconda stagione.
Cinque figli, ognuno ha un carattere diverso. Uno di loro, Rocco (Emilio Fallarino), viene picchiato a sangue e accusato di essere un ladro per aver ‘rubato’ un agnello morto per mangiarlo. Rischierà la vita, tentando il suicidio, ma non sarà in pericolo di morte. Sì riprenderà, tuttavia il trauma sarà talmente forte che rimarrà ‘minorato mentalmente’ per sempre. Questo ricorda che vi sono ferite ben più profonde di quelle fisiche, che restano indelebili e spesso non si cicatrizzano e non guariscono, se non parzialmente: quelle dell’anima. Bravissimo l’attore nel rendere bene la devastazione emotiva dietro il problema psichico. Presto si comprenderà quanto tale frustrazione sia comune ai suoi fratelli.
Poi c’è Michele (Cristiano Caccamo), il più responsabile, riflessivo e maturo. Sente il peso di dover sostenere la madre e il resto della sua famiglia dopo la scomparsa del padre (Salvatore Carrizzo, Marco Foschi). Sì occupa principalmente di lavoro e politica.
Antonio (Giuseppe Spata), il più ribelle, apparentemente il più incosciente e scellerato, il più disorientato e problematico, si caccia sempre in un mare di guai. In realtà è solo un atteggiamento per catturare le attenzioni della madre, da cui si sente trascurato; ma sarà lei a dirgli che per lei i suoi figli sono “tutti uguali”. E, infatti, si dimostrerà anche generoso e protettivo nei confronti della madre e dei fratelli, pronto a sacrificarsi per loro se necessario.
Alfredo (Antonio Magazzù) è il più piccolo, ma il più intelligente, molto studioso: il che lo porterà anche a guadagnare molti soldi.
Infine c’è Maria (Francesca Di Maggio), dolce, sensibile, romantica e innamorata del suo Alfio (Primo Reggiani); si ammalerà di colera a Napoli e rischierà anche lei di morire. Le vicissitudini della vita la separano dalla madre, dai fratelli e dal suo fidanzato (con cui aveva deciso di sposarsi), che poi ritroverà in America; ma il destino ha deciso per lei un’altra sorte: sposare, per poter raggiungere i suoi parenti, Mosè Pogany (Flavio Furno), da cui avrà un figlio. Dimenticare e separarsi da Alfio non sarà facile. Anzi, il finale sarà tragico, come sarà drammatica la situazione che tutti loro si trovano a vivere in questa serie melodrammatica e realistica.
In breve, si tratta delle vicende di chi, ridotto sul lastrico, nella povertà, nella fame e nella disperazione, è costretto a fuggire dalla propria terra (in questo caso la Sicilia) per trovare fortuna e una speranza di un futuro diverso e migliore. Donne come Carmela che, rimaste sole, per sfamare i loro figli, se volevano approdare in America erano costrette a sposarsi per procura, senza conoscere chi vi fosse dall’altra parte dell’oceano ad attenderle. Donne senza scelta, come lei e come Rosa Canuto (Miriam Dalmazio) che (come poi accadrà un po’ anche a Maria), con un figlio a carico e per smettere di prostituirsi per avere il minimo indispensabile per sopravvivere, decide di tentare la sorte con un matrimonio per procura e di andare anche lei in America: diventerà la moglie di Rocco, ma senza sapere del suo handicap mentale. La Chiesa di Don Cosimo (Lollo Franco) e don Ignazio (Giacomo Rizzo) aiutava questa gente onesta, che non aveva niente, a ‘salvarsi’. Ma questa ‘salvezza’ consisteva in un ‘salto nel buio’, cioè nel rischiare tutto, nel vendere ogni cosa per racimolare il denaro sufficiente al viaggio e alla traversata. Lasciare tutto per salpare, avendo l’ignoto ad attenderli. Non potevano più andare avanti, ma neppure indietro. Sarebbero approdati in America, sapendo di non avere un lavoro e, soprattutto, che lì non tutti potevano mettere piede: (un po’ come per i migranti di oggi, ahimè), lì gli emigrati li volevano tutti sani, belli e forti. Quelli ‘malati’ come Rocco no, venivano rifiutati, mandati via e rispediti a casa. Così, anche lì serviva sempre un santo in Paradiso, un protettore in grado di mettere una buona parola, di intercedere, di promuovere la loro causa: come Mr. Amedeo Ferri (Thomas Trabacchi); un uomo buono e generoso, che sinceramente si innamora (di un amore impossibile, o forse no?) di Carmela e si affeziona alla sua famiglia ed aiuta Alfredo a studiare. Onesto come lo sono Carmela, che non ne approfitta mai, neppure quando potrebbe impossessarsi dei soldi che aveva trovato nelle sue camicie, mentre le stirava, e come Rosa, che vuole subito lavorare e studiare alla scuola serale per mantenersi da sola. Un uomo solo che aiuterà molto i Carrizzo.
Se la ‘fortuna’ è qualcosa che Carmela non ha conosciuto fino a quel momento, il viaggio in America avrà un prezzo carissimo. Nel suo cuore ci sono solo dolore, sofferenza, tristezza e non c’è posto per nessuno se non per i figli. Gente come lei si chiede e si interroga: adesso che faccio? Come faccio? Che devo fare? Aveva perso tutto, anche la speranza. Disperata, non confida più neppure in un gesto di misericordia, di gentilezza e di bontà, che stenta sempre ad arrivare al momento del bisogno. Ha conosciuto solo dolore, botte, rabbia, vergogna. Dall’altro lato, però, in mezzo a tutta questa solitudine di cuori straziati, c’è Little Italy, dove ci si ritrova tutti, davanti a un caffè, a una tavola con buoni cibi italiani, genuini, magari fatti in casa (come la lasagna, pane, pasta e succo d’uva), dove si è tutti una famiglia, si è ospitali e ben accolti, si è tutti fratelli, senza distinzioni né discriminazioni, come a casa. Ma, nella vita di questa comunità, si insedia l’ombra della malavita locale, che cerca di ‘accaparrarsi’ le giovani leve; con i traffici di armi e di merce di contrabbando (sigarette o altro), in luoghi come i ‘mescita’ (una sorta di osterie, dove si discute di affari illeciti e ci si accorda in segreto). Ed è così che molti nostri si fanno ‘corrompere’ (vedendola come l’unica possibilità): come Antonio o come Matteo Schiavon (Andrea Pennacchi), marito per procura di Carmela. Questi malavitosi sono come i nostri mafiosi, come Spanò (agricoltore a guardia dei campi privati, che in realtà voleva solo dominare con la prepotenza). E sono loro che hanno diffuso il preconcetto degli italiani: “violenti”, “ubriaconi” e “mafiosi”. Ma gli italiani hanno anche l’arte, il fascino della musica lirica di Verdi e Puccini e del teatro. Se sembra che abbiano attraversato un oceano per ritrovarsi nella stessa situazione (“che differenza fa tra lì e qui?, tanto valeva rimanere dove eravamo” si chiede Carmela), Mr Ferri le insegna che “bisogna sempre essere pronti a partire e a cambiare”, a lottare tutti insieme quasi, ma l’importante è la strategia (come dice ad Alfredo): mai fare una mossa se non c’è un’idea dietro. I miracoli a volte accadono. L’America è la “dea dell’abbondanza: se hai voglia di fare ti accoglie”. Però dipende da quanto si è disposti ad investire. Se Carmela si sente inadeguata per lui (così nobile e ricco), lui le fa notare che gli abiti sono solo apparenze. Lei sogna di aprire un ristorante lì, come hanno fatto molti connazionali. Ma soprattutto lotta per la propria libertà e i diritti. Quelli di donne a cui è stata tolta la dignità. Come Rosa, che ha conosciuto uomini come Spanò. Intanto si svela man mano la scena della violenza su Carmela, ma conosciamo anche meglio la storia di questa gente che chiede rispetto. Non è solo un regolare i conti con il proprio passato, ma trovare il proprio riconoscimento (di diritti e dignità appunto). Non è con i soldi che si può comprare tutto, né tanto meno il rispetto, la libertà e la dignità. Eppure in una società violenta e corrotta (come quella italiana e americana, con la polizia corrotta che carica sulla folla e uccide), c’è chi combatte per l’emancipazione. Le donne, quanto gli uomini, i lavoratori; che scioperano perché difendono la loro dignità, non solo il loro salario. Ma bisogna saper aspettare, protestare al momento opportuno, perché non è gettandosi nel fuoco che si vincono le battaglie e spesso ribellarsi può essere un suicidio – ricorda Michele ai compagni -. Se lui è una guida, un esempio, un uomo giusto, occorre sempre rispettare le regole, le leggi che dovrebbero convalidare e riconoscere i loro diritti, che in America vigono: “la mossa geniale fatta al momento sbagliato ti può far perdere tutto”, dice Mr. Ferri; mai usare la violenza, ma la ribellione deve essere pacifica, pare ammonire Michele. Dovrebbe sempre esserci anche chi le salvaguarda, ma le ingiustizie comunque imperversano e bisogna sempre contrastarle. Così c’è chi, come Antonio, per sfuggire alla malavita, è costretto di nuovo a fuggire, a scappare da New York in California, dove trova altra povertà e miseria.
“La vita promessa” è una fiction bella come una foto di famiglia: quella del finale. Come quella nell’album di tanti italiani emigrati, nostri connazionali, che hanno dovuto patire molto per avere la loro dignità e libertà. Come gli ebrei del quartiere ebraico vicino a Little Italy. Tutti stranieri in terra straniera, che cercavano di sentirsi a casa, sognando di poter tornare a casa.

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Sergio Mattarella Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento