domenica, 18 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Luciano Pellicani. La difficile evoluzione della “civiltà dei diritti”
Pubblicato il 30-10-2018


copertina-loccidentePur essendo stata la culla della civiltà, dei diritti e della libertà, l’Occidente è diventato oggi il centro di reiterati assalti terroristici; Secondo Luciano Pellicani, in “L’Occidente e i suoi nemici”, ciò è la conseguenza dell’odio maturato nei suoi confronti in un’epoca precedente; ovvero, da quando i Paesi occidentali più avanzati sul piano economico hanno esteso i loro “tentacoli sul pianeta Terra”, sottoponendo alla loro “smisurata volontà di dominio e di sfruttamento” gran parte dei Paesi economicamente e militarmente più deboli.
Fra le “misure” che i popoli dominati hanno adottato per fronteggiare “lo straripamento planetario dell’Occidente”, la più radicale – afferma Pellicani – è quella contemporanea che ha assunto la forma del terrorismo, quale “chiamata rivoluzionaria alle armi contro la Modernità. Percepita e stigmatizzata come una satanica potenza che tutto corrompe e degrada e che, precisamente per questo, va rasa al suolo”.
Ma l’odio contro l’Occidente – continua Pellicani – non è nato solo al suo “esterno”; esso è nato anche al suo “interno”, com’è dimostrato dal fatto che le “prime significative manifestazioni della rivolta intellettuale e morale contro il mondo moderno si registrano proprio in Europa, dal cui seno sono scaturiti travolgenti movimenti rivoluzionari di massa […] animati dall’intenso desiderio di fare tabula rasa della civiltà liberale, bollata come il regno di Mammona e dei suoi avidi adoratori”.
A ragione, quindi, sostiene Pellicani, analisti e pensatori del calibro di Karl Raimund Popper e di José Ortega y Gasset hanno interpretato la storia della civiltà occidentale come “lotta permanente tra la ‘società chiusa’ e la ‘società aperta’”: la prima centrata sulla “cultura della comunità divinizzata”; la seconda sulla “cultura dell’autonomia individuale”. Due modelli di società, quindi, del tutto incompatibili e, in quanto tali, “destinati a lacerare le viscere intellettuali e morali della civiltà occidentale”.
E’ interessante seguire la narrazione che Pellicani compie riguardo all’evoluzione dello scontro svoltosi nel tempo tra i sostenitori dei due modelli di società; per quanto possa giudicarsi eccessivo l’accento posto sulla prevalente natura “predatoria” delle originarie ragioni poste a fondamento della nascita dello Stato, egli riconduce l’inizio dalla storia della civiltà, ovvero delle “società autocefale”, fortemente gerarchizzate, nelle quali la vita sociale è caratterizzata dal controllo esercitato da una minoranza organizzata che, in quanto detentrice degli strumenti di coercizione, “ha esonerato se stessa da ogni forma di lavoro produttivo”.
Le conoscenze etnologiche e storiche delle quali oggi si dispone varrebbero appunto a dimostrare – a parere di Pellicani – che la nascita dello Stato sarebbe stato caratterizzato dal fatto che gli uomini, passando dalla società primitiva (del “tutti uguali”) alla società statualmente organizzata, sarebbero “discesi” dalla libertà alla schiavitù. Ciò perché, assieme allo Stato, si sarebbe formato un “ordine coercitivo collettivo”, caratterizzato dall’accentramento dei mezzi di produzione e della forza nelle mani di pochi e dalle condizioni servili dei molti, produttori di quanto era necessario per la continuità dello Stato.
A fronte della gerarchizzazione della società, non c’è bisogno di pensare, come fa Pellicani, all’avvio di un processo che avrebbe dato origine ad un’organizzazione sociale dominata dalla presenza di una “Megamacchina”; la gerarchizzazione della società è di per se sufficiente a giustificare ciò che nel corso della storia si è poi verificato, ovvero: “l’accentramento del potere politico, la separazione delle classi, la divisione a vita del lavoro, la meccanizzazione della produzione, l’esaltazione della forza militare, lo sfruttamento economico del debole e l’instaurazione della schiavitù e del lavoro forzato e fini industriali e militari”. In tal modo, a partire dal consolidamento progressivo di questa struttura sociale, la società sarebbe stata “ingabbiata” dentro “lo Stato burocratico-manageriale e condannata a muoversi entro il recinto della Sacra Immutabile Tradizione”.
Questa conclusione è sicuramente riduttiva, in quanto sembra voler affermare che la nascita dello Stato abbia dato origine a una sorta di campo di concentramento, nel quale sono stati rinchiusi i liberi ed uguali componenti della società primitiva; cioè, a sottintendere che, se questa non fosse stata “ingabbiata” nella Megamacchina, con l sua libera e spontanea evoluzione, avrebbe reso possibile ciò che, con lo Stato burocratizzato, è stato successivamente perseguito: la continua crescita (quantitativa) con cui gli uomini, da un lato, hanno migliorato progressivamente le proprie condizioni esistenziali e, dall’altro lato, hanno anche potuto realizzare, sicuramente a caro prezzo, lo sviluppo (qualitativo) delle strutture organizzative dello Stato.
Non è casuale che sia stata l’Europa, la parte dell’Occidente più avanzata sul piano della crescita materiale, ad avviare il lento processo di trasformazione della rigida organizzazione dello Stato burocratizzato, istituzionalizzando – come sostiene Pellicani – un sistema politico centrato sulla distinzione tra “esercizio del potere” e “controllo del potere”, grazie alla quale l’”ordine spontaneo” (presente nelle società primitive, ma conculcato dalla Megamacchna in quelle statualizzate) si è sottratto all’”ordine pianificato”. Questo processo, iniziato nei primi secoli del secondo millennio, è sfociato nella formazione di un nuovo ordinamento politico-giuridico dello Stato, “entro il quale – afferma Pellicani – è emersa la classe che, con il suo spirito di iniziativa, avrebbe dato l’abbrivio alla rivoluzione capitalistica: la borghesia imprenditoriale”.
La rottura dell’ordine costituitosi nei secoli precedenti l’avvento del capitalismo (con il conseguente passaggio dalla “società chiusa” alla “società aperta”) non può essere spiegata, per Pellicani, sulla base di una prospettiva analitica meccanicistica di stampo positivista, che individua nell’accumulazione delle risorse il fattore propulsivo che avrebbe reso possibile la crescita e lo sviluppo dell’Occidente (secondo ritmi mai sperimentati precedentemente); essa (la rottura) va, invece, ricondotta ad una prospettiva esplicativa alternativa, che è possibile derivare dal pensiero del filosofo-economista scozzese Adam Smith, che la considera come conseguenza del libero svolgersi delle inclinazioni naturali dell’uomo, all’interno di uno Stato dotato di uno specifico ordinamento politico-giuridico in grado di garantire ai governati la possibilità di impiegare le risorse delle quali dispongono “nel quadro di leggi poste a protezione della proprietà, della libertà contrattuale e dell’iniziativa privata”.
Con la realizzazione di un siffatto ordinamento politico-giuridico, resa possibile al caro prezzo di sanguinose rivoluzioni, i governati hanno potuto, grazie ai diritti individuali conquistati, trasformare il loro status sociale di sudditi in quello di cittadini titolari “di diritti soggettivi, formalmente riconosciuti e garantiti dallo Stato. Uno Stato, ovviamente, a sovranità limitata, sottoposto al controllo materiale dei contro-poteri della società civile e al controllo formale della legge”. Con questo processo di modernizzazione, a partire dalla fine del XVIII secolo, all’interno del nuovo ordinamento politico-giuridico, si è affermato un tipo di libertà (quale pacifica forma di godimento dell’indipendenza privata) che è valso a sancire la distinzione fra “sfera privata” (dei cittadini in quanto singoli) e “sfera pubblica” (degli stessi cittadini in quanto comunità organica).
Malgrado l’istituzionalizzazione di questa distinzione, conseguita al caro prezzo di lotte sociali e di sacrifici, la parte più modernizzata dell’Occidente (come si è detto l’Europa) è stata dilaniata da una dura contrapposizione tra i difensori della democrazia liberale, propria dell’ordinamento politico-giuridico dello Stato di diritto, e i sostenitori della democrazia totalitaria, negatrice della distinzione tra sfera privata del cittadino e sfera pubblica dell’intera comunità. La separazione fra Stato e società civile veniva contestata da questi ultimi, come causa di disuguaglianza economica e politica dei cittadini e della separazione dell’uomo dalla sua natura comunitaria e solidaristica; in nome di queste istanze, i difensori dell’ordinamento politico-giuridico dello Stato di diritto e quelli della democrazia totalitaria hanno alimentato e sostenuto movimenti sociale contrapposti, culminati nella Rivoluzione russa dell’Ottobre del 1917 e nell’esperienza negativa del socialismo reale che intendeva sopprimere la sfera privata della libertà individuale.
In alternativa all’esperienza fallita del socialismo reale, per contrastare i limiti dell’organizzazione sociale propria dell’ordinamento politico-giuridico democratico dello Stato di diritto si è affermata la socialdemocrazia, sostenuta dai “moderni tribuni della plebe” che, con la loro severa critica portata contro gli esiti sociali negativi dell’individualimso, hanno creato le condizioni perché si giungesse alla costruzione, in luogo dello Stato di diritto originario, lo Stato sociale di diritto. Con questo nuovo ordinamento politico-giuridico, è stato possibile, non solo ribadire l’autonomia e la libertà della società civile, ma anche sancire, attraverso l’istituzionalizzazione del principio di solidarietà, il dovere dello Stato di ridurre le disuguaglianze sociali, attraverso l’universalizzazione di tutti i diritti fondamentali (civili, politici, sociali) dei componenti le comunità democratiche. Tutto ciò è avvenuto grazie al welfare State che, con le sue prestazioni universali, ha realizzato le condizioni perché la vita dei gruppi sociali economicamente e politicamente “più deboli” non fosse condizionata dai gruppi “più forti”.
Pellicani sostiene tuttavia che differenze sociali (economiche e politiche) non siano state rimosse anche all’interno dello Stato sociale di diritto; sebbene, nel corso dell’ultimo secolo, nelle società occidentali siano stati acquisiti nuovi diritti, queste conquiste hanno però fatto nascere anche “nuove attese di eguaglianza”, che sono valse a denunciare il perseverare della distanza tra uguaglianza sostanziale perseguita e realtà fattuale. Da qui, secondo Pellicani, “il grande paradosso del mondo moderno”, espresso dal fatto che gli uomini perseguono il principio di eguaglianza, ma sono costretti dal principio di realtà a constatare la presenza, sia pure variabile, della disuguaglianza sociale; per cui, quanto più essi perseguono l’uguaglianza, tanto più per loro la realtà diventa oppressiva.
Tutto ciò, conclude Pellicani, significa che il progetto socialdemocratico, di estendere, attraverso il principio di solidarietà, l’uguaglianza economico-politica a tutti i componenti la società, per dare ad ogni essere umano la libertà di realizzare la propria individualità è “irrimediabilmente utopistico”, per cui la civiltà moderna non può che essere basata sulla “ingiustizia istituzionalizzata”.
Si tratta di una conclusione discutibile; la condanna degli uomini all’ineguaglianza sociale della quale parla Pellicani, è un paradosso che ricorre solo all’interno di un mondo che, nonostante la sua modernizzazione, continua a considerare insostituibile la gerarchizzazione dei rapporti sociali, in funzione di una permanente presenza di una generalizzata situazione di scarsità di risorse; scarsità, che il processo di modernizzazione del mondo, grazie appunto alla scienza e alla tecnologia, ha consentito di superare.
La mancata considerazione di questo status del mondo attuale e la rinuncia a governare le conseguenti disfunzioni, sul piano economico e su quello sociale, hanno originato la diffusione dell’ideologia neoliberista, condivisa e sostenuta dagli integralisti delle libertà individuali. I motivi di crisi delle società occidentali, verificatisi a seguito della mancata corretta gestione dell’abbondanza di risorse, sono stati imputati all’eccessiva espansione dei diritti attuata dallo Stato sociale di diritto. Ciò ha consentito ai seguaci dell’ideologia neoliberista di realizzare, a partire dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, la “rivoluzione dello Stato minimo”, a seguito della quale sono stati sacrificati molti dei diritti conquistati.
Anche se Pellicani considera le crisi continue che hanno caratterizzato negli ultimi decenni le società occidentali come una conseguenza dell’avvento dell’ideologia neoliberista, nella sua critica a tale ideologia reazionaria egli si limita genericamente a proporre la realizzazione di una “società giusta”; ovvero, di una società fondata sul senso di un destino comune dei suoi componenti, nella quale libertà e giustizia esprimano l’importanza con cui tutti devono considerare, non solo i diritti civili, ma anche quelli politici ed economici, continuando però ad accettare la condanna ad un’”ingiustizia istituzionalizzata”. Troppo poco, per immaginare un possibile futuro del mondo attuale affrancato dalla precarietà e dall’instabilità sul piano economico e su quello sociale che la “miseria del neoliberismo” è valsa a riproporre, riportando alle condizioni del passato l’esistenzialità degli uomini.

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