domenica, 18 novembre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Pd, dalla vocazione maggioritaria al nulla cosmico
Pubblicato il 26-10-2018


Scrivere costa? Scrivere costa specie se si sviluppano riflessioni critiche nei confronti di un qualcosa in cui si crede. Sono stato uno dei fondatori del Pd. Ci arrivavo dopo l’esperienza nei Ds e dopo che all’ultimo congresso avevo abbracciato la minoritaria mozione “Angius”, che voleva un Pd come partito federato tra i due partiti fondatori e ancorato ai valori del socialismo europeo. Temevamo, allora, che il nuovo soggetto sarebbe stato poco più di una fusione a freddo di classi dirigenti come poi, ahimé, si è rivelato. Eppure abbiamo vissuto la fase costituente con entusiasmo e curiosità: abbiamo incontrato tanta gente, parlato con tante persone, ci siamo appassionati al discorso di Veltroni al Lingotto, quello della vocazione maggioritaria, un’idea che sapeva di semplificazione in un clima ancora fortemente influenzato dal bipolarismo. La gente ci chiedeva unità, perché unità era sinonimo di forza e perché su tanti temi (non su tutti, si badi bene) le forze della sinistra democratica e della sinistra cattolica avevano sempre ragionato all’unisono.

Dove volevamo andare? Pensavamo, senza dubbio, di diventare il punto di riferimento per la gente di sinistra, gente che avrebbe capito, pensavamo, che per governare bisogna avere idee riformiste, perché il riformismo è anche coraggio di cambiare. I risultati a livello nazionale non furono brillanti, quel 33% fu un dato forse al di sotto delle aspettative, ma lo considerammo frutto di una partenza e di una possibilità di migliorare. Meglio poi andarono tante elezioni a livello locale, dove il partito aveva uomini e dirigenti preparati, dove sapeva aggregare, individuare candidati civici all’altezza della situazione. Ma quel 33% costò la messa in stato d’accusa di Veltroni e del suo gruppo dirigente, riemersero le vecchie ruggini, le correnti, ci si rese conto che l’amalgama tra esperienze e idee diverse era tutt’altro che riuscito. Il resto fu tutto un oscillare tra un leader più moderato e uno più di sinistra, fu tutto una rincorsa interna al posizionamento, senza tenere in debito conto la sostanza, la programmazione, i progetti politici. La ventata innovativa, ma anche violenta (internamente, nei toni e nei metodi) di Matteo Renzi, ci era sembrata un qualcosa di doveroso, in grado di innovare finalmente un partito fermo nei metodi e nei rituali. Ma quella fiammata durò poco.

La retorica dell’uomo solo al comando, del leader forte, durò l’esprit di un matin: il referendum costituzionale, che qualcuno pensava potesse consacrarlo leader assoluto, fu la tomba del Renzi di governo. Giustamente Renzi si dimise, ma la sua ombra, ancora lunga, resta lì su un partito che sembra incapace di reagire. Martina, da reggente, sta cercando di barcamenarsi, anche con chiarezza e pacatezza, per portare il partito a un congresso ricostituente. Ma se non si chiariscono linee chiare di proposta, di alleanze, di rinnovata strategia europea, il Pd resterà un contenitore vuoto che i sondaggi accreditano al 17%, metà rispetto all’anno di nascita. È questo l’approdo che si voleva? Non credo. Tanta strada per prendere meno voti di quelli che avevano i Ds non mi pare sia stata una grande volpata. Colpa delle volpi? Forse, anche, magari più di quello che pensiamo. E allora che fare? Ripartire da un progetto, che sono un congresso serio può costruire e ridare voce ai territori, dove tanti amministratori locali che guardano al centrosinistra sanno aggregare, proporre, combattere e costruire forze di governo. Solo qui si possono pescare i dirigenti dell’oggi e dell’immediato domani, per imbarcare definitivamente chi ha fatto male a un partito, a un sogno a una speranza. Si ritirino a vita privata e scrivano libri, ma non pensino più di essere gli indispensabili salvatori della patria.

La rottura sarà naturale e inevitabile. E, almeno a mio parere, altamente salutare.

Leonardo Raito

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Sergio Mattarella Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento