domenica, 18 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Pietro Artioli, il socialista anomalo e dimenticato
Pubblicato il 15-10-2018


artioliUn libro di Marco Montipò, mio giovane amico, “Scandiamo e la grande guerra”, (Modena 2018) (1) propone la figura di uno scandianese, anzi per la precisione di un arcetano, che fu protagonista della nascita del socialismo reggiano e che è purtroppo stato dimenticato: Pietro Artioli. Lo avevo ricordato anch’io nel primo volume della Storia del socialismo reggiano (Montecchio 2009) (2). Marco d’altronde è uno storico che come me ama ricercare dove nessuno l’ha fatto o per negligenza o per scelta.

Nella storia di Pietro Artioli vi é la storia dell’origine del socialismo italiano: quell’insieme di patriottismo e di amore per la giustizia che ne hanno caratterizzato la natura. Siamo nei primi anni settanta dell’ottocento e Marx nella penisola non lo conosceva nessuno. Il Capitale non era ancora stato tradotto. Un compendio del Capitale di Marx, opera di Carlo Cafiero, prima marxista e poi anarchico, data 1879. Antonio Labriola, che non riuscì a convincere Turati a rinviare all’indefinito la fondazione del partito fino alla piena coscienza del ruolo rivoluzionario che il socialismo scientifico attribuiva alla classe operaia, inizia i suoi studi sul marxismo solo negli anni ottanta (nel 1887 il professore conquista la cattedra all’università di Roma). Il marxismo era solo un richiamo lontano per i primi socialisti, ancora confusi cogli anarchici, nei primi anni settanta dell’Ottocento. Nell’agosto del 1872 si svolse a Rimini la prima Conferenza dell’Internazionale e socialisti e anarchici vi parteciparono con una prevalenza dei secondi sui primi. Nel 1874 e nel 1877 (con Costa e Cafiero in prima linea) si verificano i moti di Bologna e del Matese (a cavallo tra Campania e Basilicata) cogli anarchici che tentano sommosse fallite a metà tra il tragico e il goliardico. Nel 1879, anche a seguito del fallimento dell’insurrezionalismo anarchico programmato dallo stesso Bakunin, Andrea Costa sceglierà dall’esilio francese la via socialista. Carlo Cafero, rampollo di una famiglia assai benestante, aveva finanziato il recupero di una villa a Locarno detta La baronata da cui Bakunin dirigeva le operazioni italiane, convinto com’era che la rivoluzione non dovesse essere opera degli operai, ma dei contadini e dunque che l’Italia fosse lo scenario ideale. Gli rimarranno nelle mani i cocci di tante illusioni.

Tra socialisti confusi cogli anarchici e garibaldini e mazziniani ferventi anche a Reggio il primo socialismo non fu affatto decisamente socialista. Il rapporto tra Risorgimento e nascita del socialismo é nel reggiano molto stretto. D’altronde Garibaldi aveva inneggiato al sol dell’Avvenire e Mazzini partecipato alla prima Internazionale a Londra 1864. I due si erano politicamente separati nel 1871 sul giudizio attorno al fallimento della Comune di Parigi, che Mazzini, al contrario dell’eroe dei due mondi, aveva condannato. Ma i due erano rimasti sentimentalmente uniti nel cuore dei primi internazionalisti, che anche a Reggio, penso alla figura di Angelo Manini, e a Mirandola a quella di Celso Ceretti, si ispiravano a entrambi. Al culto dell’indipendenza italiana, che si abbinava con la partecipazione, come del resto decise di fare Artioli, ad altre guerre di indipendenza in altre nazioni, si sommava la ribellione allo stato di indigenza della popolazione dopo l’unità, che si poteva toccare con mano proprio nelle campagne emiliane, alle prese con condizioni di vita umilianti per braccianti e mezzadri, spesso segnati da malattie e da morti precoci.

Pietro Artioli fonda a Reggio un circolo popolare già nel 1873 e già dal 1871 aveva creato la sua rivista politica e letteraria dal titolo L’Iride. Nel 1873 anarchici e socialisti partecipavano insieme ancora alla Prima internazionale (Bakunin rompe con l’Internazionale fondandone una sua, sul tema della rivoluzione, proprio nel 1873). Ma nonostante la scissione a livello internazionale i contatti tra socialisti e anarchici non cessarono, tanto che gli uni e gli altri parteciparono al primo congresso del partito dei lavoratori che si tenne a Genova nell’agosto del 1892. Solo in quell’assise, e dopo anni di tormenti e di momentanee separazioni, socialisti e anarchici intrapresero in Italia strade diverse.

Pietro Artioli ha il merito di avere anticipato tutti. La sua adesione a una forma di socialismo gradualista del 1877 anticipa sia quella di Andrea Costa che avviene nel 1879 con la famosa lettera “Ai compagni di Romagna”, sia quella di Camillo Prampolini che aderisce alla svolta di Costa solo nel 1883, dopo il suo comizio a Reggio e nel bel mezzo dell’esperienza del suo giornale “Lo scamiciato” (1882-1884).

Artioli aveva all’epoca 26 anni. Era nato ad Arceto nel 1851 da genitori della media borghesia, aveva fatto l’oste e il bottegaio, ma si era dotato di solida cultura umanistica e aveva abbracciato giovanissimo l’internazionalismo. Dopo aver fondato “L’Iride” agli inizi degli anni settanta gli scrisse niente meno che il generale Giuseppe Garibaldi: “Caro Artioli”, lo raccomandò Garibaldi”, dite ai nostri operai che liberino l’anima dal prete e si potrà allora aveva libertà materiale. Seguite poi i precetti di Guerrazzi: non fumare, non giuocare al lotto e tanti altri vizi che vi fanno schiavi dei birboni” vostro Garibaldi”. (3)

Nel 1874 Artioli parte volontario per la Spagna in difesa dei repubblicani nella guerra contro la monarchia che avrà la meglio. Parte soldato per una guerra come avevano fatto altri durante le guerre d’Indipendenza italiana e come faranno altri ancora in Grecia e altrove. La sua campagna militare dura un mese. Il 29 dicembre del 1874 un colpo di stato metteva fine alla Prima repubblica spagnola e innalzava al trono il re Alfonso XII. Artioli torna in patria e nel 1876 fonda un circolo di vaghe connotazioni socialiste. Poi nel 1877 rompe cogli anarchici e il circolo assume caratteri più decisamente socialisti. Dopo il fallito moto anarchico del Matese anche un gradualista come Artioli venne colpito dalla repressione e anche la sua organizzazione viene sciolta. Il suo circolo riprende vita con la definizione di Circolo di studi sociali. Nel frattempo Artioli assume un ruolo amministrativo nel comune di Scandiano, amministrato dai conservatori monarchici fino al 1920. Può apparire contraddittorio che un socialista accetti di svolgere le funzioni di assessore in un’amministrazione che di socialista non aveva nulla. Capitò anche ai socialisti reggiani che nel 1889 decisero di stipulare un’alleanza coi liberali crispini e vinsero, con questi ultimi, le elezioni comunali. Ma si trattava di un’allenza. Quella dei conservatori di Scandiano verso Artioli assumeva invece le caratteristiche di una cooptazione. E anche di un riconoscimento. Dimostrarono una certa intelligenza e anche una buona capacità di ipoteca sul futuro costoro che si affidarono proprio ad Artioli, cioè al primo che nel 1890 riuscì a promuovere un comizio in occasione del primo maggio, con un gruppo di suoi seguaci arcetani. Proprio in qualità di amministratore Artioli inaugurò la lapide commemorativa di Giuseppe Garibaldi l’8 luglio del 1888.

Artioli viene ad assumere, dopo la fondazione del partito e anche prima (con La Giustizia di Prampolini collaborò raramente), un ruolo quasi esclusivamente locale, e l’impressione é che si rintani nella sua Arceto dopo l’indiscusso ruolo di leader politico assunto da Camillo Prampolini in provincia. Ad Arceto fonda addirittura due banche: la Banca Popolare di Arceto nel 1883 e la Banca Agricola sempre nella sua Arceto dove inaugurò il teatro dedicato a Schakespeare e oggi purtroppo scomparso.

Artioli non é nemmeno delegato dalle due società di Arceto al congressi di Genova del 1892. Il comitato elettorale dei lavoratori di Arceto designa delegato Camillo Prampolini e la Società lavoratori di Arceto Giuseppe Garibotti. Lo troviamo poi a presiedere il congresso socialista nel collegio di Correggio, di cui Scandiano era parte. Era il 25 marzo del 1900. Stessa cosa nei congressi del 1901, del 1902, del 1903. Artioli partecipa invece come delegato al congresso nazionale di Bologna del 1904, quello della messa in minoranza dei riformisti da parte della maggioranza che faceva capo a Enrico Ferri e all’ala estremista di Arturo Labriola, leader dei sindacalisti rivoluzionari. La sua adesione alla tendenza riformista era fuori discussione.

Artioli ritorna protagonista dal 1911 a seguito della guerra di Libia, voluta da Giovanni Giolitti. Fu un’aggressione con carattere imperialista. Ma Giovanni Pascoli, che aveva aderito alle idee socialiste, la benedì con la famosa frase: “La grande proletaria si é mossa finalmente”. E alcuni socialisti, da Guido Podrecca, direttore del giornale satirico l’Asino, al presidente della deputazione provinciale Alessandro Mazzoli, la videro come occasione per allargare la base occupazionale per gli italiani. Non era adesione alla logica dell’Impero che più tardi animerà la spedizione italiana in Etiopia, ma un’occasione di nuova mano d’opera per l’Italia in crisi. Anche Bissolati, Bonomi, Cabrini non ritennero che l’impresa libica dovesse interrompere il rapporto di collaborazione con Giolitti, che Psi sosteneva, e dopo il fallito attentato al re lo stesso Bissolati si recò al Quirinale per manifestargli solidarietà. Apriti cielo.

Al congresso nazionale che si svolse a Reggio Emilia nel luglio del 1912, prima del Congresso Artioli pubblicò un opuscolo da, titolo polemico “Chi é socialista” (4), l’odg Mussolini decretò ad un tempo l’espulsione dei riformisti di destra (Turati, Prampolini erano allora definiti riformisti di sinistra) e la definitiva vittoria dei rivoluzionari. Gli espulsi si ritrovarono all’hotel Scudo di Francia e fondarono il Psri. Artioli vi aderì, con Giacomo Maffei, il primo deputato socialista eletto assieme a Prampolini nel 1890. Venne lanciato un giornale “Il Riformatore” (5) fondato dallo stesso Maffei nel 1912, cui collaborò anche Artioli.

Poi la svolta in occasione della posizione da assumere nei confronti della grande guerra. Dopo un distacco dalla Triplice alleanza e dopo una posizione, soprattutto sponsorizzata da Giolitti e dai socialisti, favorevole al non intervento, con le decisioni delle “radiose giornate di maggio” del 1915 l’Italia scese in campo assieme alle nazioni della Triplice intesa (Francia, Gran Bretagna e Russia). Nel Psi prevalse il neutralismo, quello politico di Turati che poi dopo Caporetto, quando la guerra divenne di invasione, invitò i socialisti a sostenere la difesa in armi contro l’invasore, quella rivoluzionaria, e cioè della guerra come dissidio tra potenze capitalistiche sostenuta dallo stesso Mussolini fino alla sua conversione all’interventismo alla fine del 1915, quella un po’ ipocrita del “non aderire né sabotare” del vecchio Costantino Lazzari. Ma c’era anche l’interventismo irredentista del socialista trentino Cesare Battisti. E proprio in occasione di una conferenza tenuta da Battisti al Teatro Politeama Ariosto di Reggio Emilia si verificarono sanguinosi incidenti tra manifestanti, che intendevano impedire lo svolgimento della conferenza, e forze dell’ordine. Vennero lanciati sassi e i carabinieri spararono. Sul selciato restarono i corpi senza vita di due giovani: Mario Baricchi e Fermo Angioletti. Era il 25 febbraio del 1915. Anche a Scandiano, il giorno prima, si erano verificati analoghi incidenti e un giovane, Incerti Rinaldi, era stato ucciso. Il rapporto tra pacifismo e neutralismo non doveva mai sfociare nell’intolleranza e nella violenza. Prampolini lo disse nel comizio tenuto in piazza del Duomo il giorno dopo gli incidenti quando condannò sia la “sassata sia la fucilata” (6). Nel Psri invece prevalse subito l’interventismo democratico di Leonida Bissolati per il quale la discesa in campo contro l’Austria-Ungheria era un dovere di tutti coloro avevano a cuore democrazia e progresso. Anche Salvemini la pensava come Bissolati. Tra i socialisti l’interventismo non era fenomeno trascurabile. Furono per l’intervento Nenni, allora ancora repubblicano, che partì volontario, Pertini che si guadagnò una medaglia, Togliatti che alla guerra partecipò e in primis lo stesso Gramsci che fino al suo distacco dal Psi era molto vicino alle posizioni di Mussolini. Artioli, come molti altri socialisti reggiani, sposò le posizioni interventiste.

La guerra fu una barriera che segnò la fine di un ciclo politico e ne aprì un altro. In Italia i morti furono 650mila, il doppio di quelli caduti nella seconda guerra mondiale, e vittime anche dei furibondi bombardamenti sulle città oltre che della disgraziata spedizione di Russia. I caduti della prima guerra erano quasi tutti giovani, vittime delle cruente battaglie al fronte. Solo in provincia di Reggio le i caduti furono oltre 6mila e molti ragazzi anche delle scuole superiori partirono volontari senza più ritornare. Le famiglia erano quasi tutte segnate da lutti dolorosi. Chi aveva perso un figlio, chi un fratello, chi un nipote o un cugino. Il Psi non seppe rapportarsi a questa nuova situazione prodotta da una tragedia collettiva ma anche da tanti generosi impulsi a difendere la patria. Alle elezioni del 1919 tuttavia il Psi (per la prima volta si votava con la legge proporzionale e coi collegi poi aboliti solo nel 1994) ottenne un grande successo elettorale superando il 32% e coi popolari di Sturzo i socialisti potevano contare sulla maggioranza dei seggi alla Camera (il Senato non era elettivo). Ma il Psi, in particolare dopo il congresso di Bologna dello stesso 1919, era sostanzialmente divenuto un partito a maggioranza comunista di stampo bolscevico. I riformisti rappresentavano, nel partito, ma non nell’elettorato, una esigua minoranza. Non vollero rompere nel 1919, nel 1921 a Livorno saranno i comunisti cosiddetti puri a sbattere la porta per le resistenze di Serrati a espellere i riformisti e a cambiare il nome del partito sostituendo la denominazione di socialista con quello di comunista, su dictat di Mosca. Poi i massimalisti del Psi ci ripenseranno e cacceranno Turati, Prampolini, Matteotti dal partito a pochi giorni dalla marcia su Roma, nell’ottobre del 1922.

Alla questione patriottica, che aveva diviso la comunità socialista, si aggiunse la questione bolscevica che aveva non solo spaccato il Psi ma anche atterrito larghe fasce di pubblica opinione progressista. Proclamare la rivoluzione e la dittatura del proletariato come anche il Psi aveva fatto, senza peraltro metterla in moto (ma anche se fosse accaduto avrebbe fatto la fine della Baviera) determinò una spontanea migrazione verso altri lidi politici. Nel 1921 i fascisti avevano ottenuto, all’interno della lista del Blocco giolitiano (Giolitti si era messo in testa di normalizzare i fascisti come aveva tentato di fare con i socialisti), solo un dieci per cento dei seggi. Ma a Reggio Emilia i due deputati eletti erano entrambi fascisti: Ottavio Corgini e Michele Terzaghi. E alle comunali del novembre del 1922 la lista fascista ottenne la maggioranza. I socialisti avevano dato indicazione di non partecipare né all’una né all’altra delle due consultazioni. Ma alle comunali partecipò ugualmente la maggioranza assoluta degli aventi diritto. Quindi possiamo ritenere che una parte tutt’altro che trascurabile di elettori socialisti (alle precedenti comunali del 1914 il Psi contava su una larga maggioranza assoluta con 30 consiglieri su 50) si era spostata su posizioni fasciste. Oltretutto occorre ricordare che il primo sindaco fascista di Reggio fu Pietro Petrazzani, che era stato consigliere del Psi, amico di Prampolini, collaboratore de “La Giustizia”, che aveva perso un figlio in guerra. Aveva scritto una lettera di protesta a Prampolini per la decisione dei socialisti di non commemorare le vittime della guerra in Consiglio comunale. Anche il podestà, che sostituì nel 1931 Giuseppe Menada, Adelmo Borettini, era stato socialista e addirittura assessore della giunta Roversi. Il primo sindaco socialista di Reggio, Alberto Borciani, eletto nel dicembre del 1899 e poi deputato del Psi, aveva aderito nel 1921 al Blocco coi fascisti e il secondo sindaco di Reggio, il pittore Gaetano Chierici, fu convinto interventista e suo figlio Renzo divenne capo della polizia fascista, partecipò al Gran Consiglio del 25 luglio del 1943 e morì poco dopo nel carcere di Treviso in un attentato.

Dunque la conversione al primo fascismo di Pietro Artioli non fu un caso anomalo. Artioli fu delegato dal comitato promotore della Lega universale delle Libere Nazioni di Scandiano al congresso che si tenne a Milano nel dicembre del 1918. Alle elezioni politiche del 1919 ritroviamo Artioli, a settant’anni, tra i membri del Comitato elettorale reggiano della lista Fascio d’avanguardia, a pochi mesi di distanza dall’assemblea promossa da Mussolini degli ex combattenti in piazza San Sepolcro a Milano. In quell’occasione nel volantino di propaganda diffuso a Scandiano si legge che “il fascio d’avanguardia dirige la lotta per il blocco di sinistra” (7). Quella lista che poi altro non era che quella messa in campo dallo stesso Bissolati che intendeva unire tutti i socialisti interventisti, elesse nel collegio il fidentino Agostino Berenini. Bissolati mori poi l’anno dopo e non potè dar seguito alla sua iniziativa politica lascando spazio all’avanzata mussoliniana. Artioli ebbe modo di scrivere di Mussolini: “Non sono mai stato idolatra di quest’uomo. Nel congresso di Reggio mi aveva disgustato con la sua intransigenza. Mi aveva disgustato con il boicottaggio fatto a Bissolati in un teatro di Milano perché non esponesse il suo progetto per una pace coi jugoslavi” (8). Nelle elezioni comunali del 1920 a Scandiano Artioli, in presenza di due sole liste, quella socialista e quella popolare, sostenne la prima, e per la prima volta i socialisti, ancora uniti, espugnarono la città del Boiardo.

Non fu solo il patriottismo alla Bissolati a spingere Artioli al sostegno al primo fascismo. L’adesione al bolscevismo, il proclama della rivoluzione, l’ostracismo verso chi aveva combattuto, l’occupazione delle fabbriche, gli scioperi a catena che rischiavano di portare l’Italia nel baratro, lo convinsero che la ricetta fascista poteva essere quella buona. “Cos’é che vuole questo partito? Vuole che la vittoria della nostra guerra ottenuta dopo tanto tempo e tanti sacrifizi non sia vituperata e misconosciuta come facevano i signori bolscevichi. Vuole che coloro che questa guerra l’hanno sofferta e vinta non siano più sbeffeggiati e percossi”. Osservò a proposito della situazione russa: “La Russia a forza di esiliare, sopprimere, calpestare i ricchi, gli intellettuali e i commercianti, é ridotta a una miseria che non si é mai vista al mondo… Secondo statistiche recenti ha gia fatto morire 1 milione e 700mila persone… Lenin, il nuovo Nabucodonosor, sembra impazzito dalla sifilide…. dalle mani di nessun tiranno al mondo é mai grondato tanto sangue, tante lagrime e tante miserie e dolori come dalle mani di questo carnefice dell’umanità” (9). Artioli non divenne tuttavia un fascista militante, ma restò un libero pensatore. Come quando nell’estate del 1922 criticò i fascisti che a Reggio avevano fischiato il sen. Camillo Ruini. Nel 1923 attaccò la nuova giunta fascista di Scandiano: “Ora i fascisti spuntano come i funghi. Chi cerca un impiego, chi aspira a una carica” (10). Dopo questa sua ultima presa di posizione pubblica a favore delle migliori menti scandianesi escluse dalla amministrazione locale, Artioli si mentenne silenzioso. Una malattia lo porterà a morte l’anno dopo, nell’ottobre del 1924. Non sapremo mai come avrebbe reagito all’omicidio Matteotti (la sua morte fu preceduta da lunghi mesi di semi incoscienza) e alla trasformazione del fascismo in regime. Dalla lettura della sua vita si può supporre che il suo amore della verità e della libertà lo avrebbe spinto a prendere posizione contro chi quei valori finì per ripudiare.

Note

1) M. Montipò, Scandiano e la grande guerra. Nel centenario della vittoria italiana nella grande guerra, un p aggio a quegli scandianesi che l’hanno vissuta e vinta, Modena 2018.
2) M. Del Bue, Storia del socialismo reggiano, volume 1, dalle origini alla prima guerra mondiale, Montecchio Emilia 2009.
3) Vedi L’Iride, Reggio Emilia, Tipografia Torreggiani e comp. 1874, p. 30.
4) P. Artioli, Chi é socialista, per la sincerità, la libertà e l’unità del partito nel prossimo congresso di Reggio Emilia, Scandiano 1912.
5) Il Riformatore, organo del Psri reggiano, venne fondato subito dopo il congresso e la fondazione del Psri. Organo nazionale fu L’azione socialista.
6) Vedi I sanguinosi fatti di giovedì sera. Una dimostrazione finita tragicamente, in La Giustizia, settimanale, 28 febbraio 1915.
7) M. Montipò, Scandiano e la grande guerra, cit, p. 206.
8) Ibidem.
9) Ibidem.
10) Ibidem.

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