mercoledì, 21 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Più che l’onor potè il digiuno
Pubblicato il 22-10-2018


La vicenda del condono, abusivo perché introdotto ad insaputa di Di Maio, nel testo licenziato dal Consiglio dei Ministri e mai arrivato alla Presidenza della Repubblica è più di una spia delle contraddizioni in seno al Governo giallo-verde che il contratto è riuscito solo a mascherare senza dare soluzioni condivise. Se si pensa che in Germania sono occorsi più di 6 mesi per mettere a punto il programma tra socialisti e popolari, peraltro reduci da una gestione comune, risulta evidente che la voglia di prendere le reti del governo è prevalsa sul compito di governare e che la fretta su troppi temi ha partorito gattini ciechi, soluzioni provvisorie ed accomodanti solo sulla carta. Alla prova delle scelte di governo e non solo della prosecuzione del confronto e delle promesse elettorali, la divaricazione è stata clamorosa tanto da mettere in dubbio la parola data, al punto non nuovo per Di Maio di evocare in una trasmissione televisiva la denuncia alla Procura della Repubblica per indagare quale fosse stata la “manina” del misfatto e risalire al mandante. Nello stesso momento dell’alzata d’ingegno di Di Maio Il Presidente del Consiglio Conte era impegnato con i suoi colleghi europei a chiedere il sostegno alla manovra come espressione della collegialità ed unità di Governo. Di Maio non è nuovo a questo protagonismo malato col chiaro intento di rincorrere Salvini.

Varrà la pena ricordare quando è diventato proponente, a mia memoria il primo in assoluto, della messa sotto accusa del Capo dello Stato per poi scusarsi e riallacciare i contatti favorito dalla piena disponibilità del Capo dello Stato, pensoso in ogni suo atto delle sorti del Paese. Questo precedente non ha insegnato niente a Grillo che nell’assise romana dei 5stelle ha attaccato la figura di garante del Capo dello Stato, a suo dire per i troppi poteri che gli conferisce la Costituzione. Non gli passa nemmeno per la testa che senza poteri non si garantisce un bel niente né si armonizzano i poteri sello Stato specie quando sono in rotta tra loro. Per uno come Grillo che è arrivato a ipotizzare l’estrazione a sorte dei parlamentari l’uscita è tanto più intempestiva ed improvvida tanto che dal Movimento è venuta una dichiarazione di dissociazione ed il riconoscimento dell’opera del Capo dello Stato per ricercare una maggiore comprensione reciproca tra il governo italiano e l’UE.

Tornando a Di Maio bisogna riconoscere la difficoltà dello slalom a cui è costretto tra una base esigente, che mal tollera il protagonismo della Lega e di Salvini pur con una rappresentanza minore che nei sondaggi ha già compiuto il sorpasso, e la necessaria duttilità per tenere unito il Governo. Sullo sfondo c’è un problema in più per Di Maio la consapevolezza che Casaleggio e Grillo non sentono ragioni per un dissenso che metta in crisi il Governo prima che non sia terminata l’operazione della spartizione degli oltre trecento posti di sottogoverno arrivati a scadenza. Parafrasando Dante, non andiamo lontano dal vero sostenendo:”che più dell’onor potè il digiuno”

Roca

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