giovedì, 13 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Quell’ansia di “lumi” di Artemisia Gentileschi
Pubblicato il 04-10-2018


artemisia-gentileschiÈ vittima di un riflesso condizionato, quasi un pregiudizio che dura da quattro secoli. Artemisia Gentileschi (Roma, 8 luglio 1593, primogenita e unica donna di quattro figli) richiama subito il file dello stupro a opera del pittore Agostino Tassi (6 maggio 1611) e il processo che ne seguì.
Che montò una nuvola di morbosità in tutta Roma attorno alla ragazza ancora in boccio, tanto che il padre, Orazio, pensò di scrivere una lettera a Cristina di Lorena, vedova di Ferdinando I de’ Medici (12 luglio 1612) per vantarne le precoci doti artistiche.
In realtà, per mandarla a Firenze, sottraendola in tal modo al ruolo di “vittima” a vita che l’avrebbe segnata e pregiudicato la carriera, la mission.
Artemisia è la luce, poiché tutto è nella luce.
Essa svela la realtà e i suoi mille chiaroscuri, l’anima e le sue facce nascoste, lo sguardo e i suoi infiniti orizzonti, le visioni e i deliri.
Fu la “poiesis” di Federico Fellini, resse tutta la sua monumentale opera. Nn era un’intuizione originale, era stata dapprima di Caravaggio e di Artemisia Gentileschi, contemporanei, che rubarono al cielo e alla terra quella luce violenta e pura che piove verticale su ogni cosa e che ci rende impotenti e muti, talvolta sgomenti e increduli, incapaci di un pensiero.
Se i Lumi furono anche un’ansia diffusa di modernità, una febbre, una smania di padroneggiare il proprio destino sortendo dalle tenebre e le superstizioni del Medioevo, in cui l’oscurantismo cattolico aveva tenuto i popoli, si può dire senza tema di smentita che Artemisia Gentileschi è stata una protagonista geniale e coraggiosa (anche per la sua parabola esistenziale), audace e innovativa, e si pone, per l’appunto, allo snodo fra un mondo destrutturato, in rapida decomposizione, e un altro tutto da inventare, esplorare, da costruire su postulati del tutto inediti, che al suo tempo erano appena vagheggiati. Ma anche un’icona immortale del femminismo ante litteram. Lo si intravede nell’opera tutta: la Giuditta che decapita il generale assiro Oloferne, per esempio, non è, psicanaliticamente, la proiezione di se stessa?
“Artemisia Gentileschi”, di Alessandro Grassi, Pacini Editore, Pisa 2017, pp. 272, euro 25,00, ricostruisce la vita, i viaggi, le traversie, le relazioni sociali e, ovvio, l’opera di una pittrice che segna il suo tempo, col rischio che la dimensione artistica, pubblica, ne venisse “soffocata”.
Un’opera sontuosa, impegnativa (realizzata al meglio da Federica Fontini, Stefano Fabbri, Elena Mariotti, traduzioni di Samuele Grassi), ma dettata anche da un evidente codice divulgativo (nel solco delle mostre dell’ultimo secolo), un tentativo di rendere “popolare” un’artista geniale e ribelle, nata postuma di se stessa, in cui ogni donna può specchiarsi e ritrovarsi, appropriandosene.
Sfatta dalle malattie, la grande artista morì, si crede, all’inizio del 1564. Fu sepolta in San Giovanni dei Fiorentini, ma della tomba non v’è più traccia. Resta la sua opera, immortale.

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