mercoledì, 21 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Si Chiude la XIII Festa del cinema di Roma: non solo noir
Pubblicato il 30-10-2018


festa del cinema xiiiE son 13. Sì è conclusa la tredicesima Festa del cinema di Roma. Record di incassi e presenze, guastati – nelle ultime giornate – dal maltempo: Roma allagata da temporali, ma – del resto -, anche lo scorso anno il giorno di chiusura aveva visto presentarsi la stessa situazione.
A parte questo, i numeri parlano chiaro. Un incremento del +6%, rispetto al 2017, di riempimento delle sale. Le proiezioni, in tutto 266, si sono svolte in tutta Roma in un totale di 14 sale: 4 all’Auditorium e 10 nel resto della Capitale. 91 complessivamente i film, provenienti da ben 30 Paesi. Di quelli in concorso, a vincere il Premio BNL del pubblico è stato “Il vizio della speranza” di Edoardo De Angelis. Proprio questo riconoscimento ha visto un +20% di votanti. Ma a crescere non è stato solo l’interesse per la manifestazione, che ha visto l’attrazione di ben 72 partner aderenti; ma anche l’attenzione della stampa. Un +1% in più di pubblicazioni su quotidiani locali, nazionali e di servizi radio e tv sui Tg; un +2% sul Web e un +13% addirittura sulla stampa estera e internazionale.
E che dire di come l’evento è stato seguito sui social e di quanto è stato condiviso lì? Basti pensare che c’è stato un incremento del +12% su Facebook, del +13% su Twitter, del +30% su Instagram e del +30% su YouTube.
Del resto molti gli ospiti e gli incontri con star internazionali. A partire da Martin Scorsese – forse il più seguito -, con gente in fila anche da quattro ore prima, che si è dovuta scrivere il numero di ordine d’ingresso per far rispettare la coda e l’ordine di entrata (si è arrivati a quota 104 presenze solo di pubblico, oltre agli accreditati, e ci si è dovuti bloccare e fermare per il sold out). Il regista Premio Oscar ha ritirato il Premio alla carriera, così come Isabelle Huppert. Per non parlare di Cate Blanchett, o Michael Moore, per arrivare fino al nostro Giuseppe Tornatore. Infine, l’ultimo giorno, incontro con le sorelle Alba e Alice Rohrwacher.
Ma, oltre a sette milioni in più d’incasso, grazie anche a un 9,2% in più di spettatori nel serale, un successo strepitoso lo ha avuto la sezione “Alice nella città”, con una presenza massiccia di scuole e ragazzi, adolescenti e alunni che sono rimasti fuori dalle sale di proiezione per quanto erano numerosi, ben 3.500; infatti la maggior parte delle proiezioni sono avvenute nel Sala Cinema Vision (con 180 posti) e nel Music Hall (con 280). Questi alcuni dei film che hanno vinto: “Ben is Back”, per la regia di Peter Hedges con Julia Roberts (che al cinema uscirà il 20 dicembre prossimo); Jellyfish (regia di James Gardner), “Go home-a casa loro”, per la regia di Luna Gualano. Un successo soprattutto della collaborazione di ‘Alice’ con ‘Every child is my child’, perché -spiegano gli organizzatori della sezione -: “bisogna aiutare gli ultimi, chi è in difficoltà, chi ha bisogno, soprattutto i bambini; perché ogni bambino è il nostro bambino. Pertanto parte del ricavato di ‘Alice nella città’ andrà in beneficenza a ‘Every child is my child’: è giusto così”.
Un’edizione della Festa del cinema incentrata sul noir. Infatti anche la copertina prevedeva un investigatore, con il classico cappello, un impermeabile e una pistola – come porta di consuetudine uno che fa questo mestiere -. Ma potremmo ben dire in nero…e bianco; nel senso che non c’è stato solo l’aspetto ‘poliziesco’ e nero a connotare i film e questa stagione della manifestazione; ma anche il ‘bianco’ della commedia e dell’innocenza di giovani protagonisti, spesso al centro dei film. Dunque non vuol dire un festival senza colori, tutt’altro, anzi il contrario persino. Un esempio su tutti è stato il riportare al cinema il mito di Stanlio e Ollio, alias Stan Laurel e Oliver Hardy in “Stan&Ollie”, per la regia di Jon S. Baird. Con immagini di repertorio in bianco e nero, affiancate alle scene a colori. Un film anche a tratti drammatico e realistico, molto veritiero e verosimile, che però non ha rinunciato a una venatura comica e ironica. Oltre a questa rivisitazione, molti i temi interessanti e importanti, anche nuovi, affrontati nei film in Concorso alla Festa del cinema 2018. Innanzitutto la magia in “The house with a clock in its wall” di Eli Roth, con Jack Black e Cate Blanchett. Sembra seguire saghe tipo Harry Potter o Twilight, ma – in realtà – dietro il soprannaturale, i superpoteri, la magia, l’inganno, gli incantesimi, le maledizioni messe in campo, non mancano tante risate regalate da una verve comica e, soprattutto, tutto porta alla ricerca di una propria identità e di riappropriarsi del senso della famiglia. Il piccolo protagonista di 10 anni, Lewis Barnavelt, saprà ben scegliere tra il proprio bene e quello delle persone cui è affezionato e che gli sono care, come lo zio Jonathan. Non esiterà tra lo scegliere se salvare solo se stesso oppure non rinunciare a salvare lo zio e l’amica di quest’ultimo: Mrs Zimmerman (Blanchett). Tutti e tre insieme sconfiggeranno il male, che sembrava più forte e potente, ma Lewis non ha dubbi: per lui sono loro la sua famiglia ora, da quando ha perso i genitori in un tragico incidente. Nonostante i loro difetti e imperfezioni. La cosa interessante è racchiusa nella frase d’apertura con cui inizia il film, di Albert Einstein: “La vita è come andare in bicicletta, se vuoi stare in equilibrio devi muoverti”. Sempre altra magia, con in più un po’ di tono horror, nel film “Halloween” di David Gordon Green, festa ormai alle porte. Oltre alla magia, un altro argomento non trascurabile è quello dei corrieri della droga, costretti a trasportare droga in corpo, al centro di “Sangre blanca” (regia di Barbara Sarasola-Day): sangue, della morte e delle ferite+il bianco della cocaina e dell’innocenza dei due giovani protagonisti, vittime della disperazione: Martina e Manuel (che morirà durante la fase di ‘trasporto’); ma sarà il racconto di formazione della prima, che ritroverà – per un breve periodo -, il rapporto con il padre Javier. La musica e i colori del Brasile sono portati sul grande schermo da Jeferson De in “Correndo Atràs”, tanto da sembrare un musical e con la proiezione terminata con una standing ovation, che mostra il sogno di diventare calciatore di un giovane, Glanderston: il nuovo Neymar, con un piede e un tocco di palla, una velocità tipo quelle di Pelè, agli occhi di Paulo Ventania, che cerca un progetto per sfuggire alla povertà e alla miseria del suo Paese, oppresso dai debiti e con una moglie e un figlio a carico da mantenere. Entrambi cercano, attraverso il calcio, il proprio riscatto, con il secondo che si fa imprenditore del primo, tra le insidie e le angherie di chi vuole truffare questo apprendista manager calcistico di un talento indiscusso, con la peculiarità di avere solo tre dita del piede destro. Così come cerca di redimersi attraverso il pugilato Miguel Galindez detto “Bayoneta”, la cui storia è raccontata in “Bayoneta” di Kyzza Terrazas; come avvenne lo scorso anno con “A prayer before dawn”.
Andando avanti nell’analisi degli argomenti trattati dai film, problemi di droga, tossicodipendenza, disintossicazione, dipendenza dagli stupefacenti e relativi difficili rapporti con la famiglia e difficoltà per uscire da questo tunnel sono al centro di “Beautiful boy” di Felix Van Groeningen, come di “Ben is back”. L’omosessualità al maschile è trattata in “Boy erased” (regia di Joel Edgerton); con Nicole Kidman e Russel Crowe; tra l’altro l’attrice fu presente alla Festa del Cinema con “Lion-la strada verso casa”, con una storia simile, poiché il protagonista di “Boy erased” deve ritrovare la strada verso casa, per ritornare dalla sua famiglia, dai genitori, e la madre lo aiuterà, accogliendolo e capendolo più del padre, che ha mostrato da sempre più ortodossia e ritrosia. E omosessualità al femminile c’è in “The miseducation of Cameron Post” (diretto da Desiree Akhavan); per entrambi anche il duro confronto con il rigore (religioso) ferreo di una religione che vorrebbe ‘cambiarli’ e ‘guarirli’. Se – tra i film per ragazzi – “Mia et le lion blanc” (di Gilles de Maistre) vuole sensibilizzare sul rischio estinzione per i leoni (soprattutto quelli rari bianchi), specie che in Sud Africa sta quasi scomparendo e che deve essere protetta e salvaguardata dai cacciatori che li uccidono spietatamente; “My dear prime minister” (regia di Rakeysh Omprakash Mehra), avanza l’enorme problematica dell’assenza di bagni pubblici in India, a Mumbai. Il protagonista Kannu, di 8 anni, scrive direttamente al primo ministro per farne costruire uno pubblico, dopo che la madre Sargam una sera è stata violentata mentre si recava ad espletare i bisogni naturali lontano da casa; aveva persino tentato di costruirne uno privato tutto loro, ma il maltempo lo ha presto distrutto. Se “Jan Palach” di Robert Sedlacek, narra e rivista la vicenda del giovane studente che si dette fuoco in Cecoslovacchia in segno di protesta nel 1969, “Three identical strangers” (di Tim Wardle) parla di tre giovani che scoprono di essere gemelli e apprendono l’esistenza di fratelli che non sapevano di avere nella New York degli anni Ottanta; ispirato a una storia vera realmente accaduta. Così come lo è “Green book” (regia di Peter Farrelly), che ripercorre la storia del pianista afroamericano di successo Don Shirley; con Viggo Mortensen e Mahershala Ali; il film ha ottenuto un tripudio di risate e ha conquistato e soddisfatto decisamente il pubblico. Commuove “The hate u give” (regia di george Tillman Jr.) sulla discriminazione dei neri e sugli episodi di intolleranza da parte della polizia nei loro confronti. Gente senza diritti, cresciuta nell’odio, nel dolore, nella sofferenza; quello stesso odio che si riversa sulle ultime generazione di giovani e piccoli. Protagonista è una ragazza Starr, di 16 anni, che si lancerà in un monologo finale – pregnante e ricco di significato – che molto fa ragionare e scuote le coscienze; decide di testimoniare per l’assassinio di un amico, Khalil, che spacciava droga, per sopravvivere, per il boss locale. Starr era cresciuta negli insegnamenti del padre e cerca di proteggere anche il fratellino minore, ma tutto cambierà quando quest’ultimo prenderà in mano una pistola e sarà pronto ad uccidere anche lui per salvare il padre. È in quel momento che è ora di dire ‘basta!’ a tutta quella violenza, a quella distinzione tra bianchi e neri che si vuole mascherare dietro l’ipocrisia. Per il centenario della fine della prima guerra mondiale si è ripercorso il tema dell’Olocausto e della deportazione in “They shall not grow old” (di Peter Jackson), con materiale d’archivio così come in “Who will write our history” (di Roberta Grossman). Il tema del suicidio, trattato con ironia sullo stile di “Green book”, è al centro di “Dead in a week or your money back” (di Tom Edmunds): un giovane, William, si vuole suicidare, ma tutti i suoi tentativi falliscono; decide di chiedere aiuto a un killer professionista vicino alla pensione, Leslie, che promette di ucciderlo entro una settimana, con cui firma persino un contratto formale non rescindibile. Però la vita del giovane cambierà totalmente e lui non vuole più morire, perché trova la sua ragione di vita in una giovane editrice, che si interessa al suo libro che ha sempre desiderato pubblicare; la stessa ragione per cui vale la pena morire, che è quella per cui lottare e vivere; ma William si rende improvvisamente conto che il senso di vuoto che sentiva era di inutilità e che la cosa che più gli premeva era sapere di essere utile, di poter aiutare gli altri: la sua morte preferita è essere investito dopo aver salvato un bambino, mentre tutti applaudono a questo nuovo eroe. Intanto Leslie lo insegue per ammazzarlo. Riuscirà a sfuggire a questa sorte beffarda e triste, cinica e spietata? O basterà l’amore dell’editrice a salvarlo?
Tra i film d’animazione va segnalato “Funan” (regia di Denis Do): il racconto della deportazione nei campi di prigionia in Cambogia della popolazione della protagonista Chou. Così come, della sezione “Alice nella città”, da rilevare la presenza di “Capernaum”, della regista Nadine Labaki. A Beirut il 12enne Zain deve districarsi per la sopravvivenza, nelle insidie e intemperie della vita, dopo che è fuggito di casa perché non ha condiviso che la sorellina sia stata data in sposa a soli 11 anni e che, successivamente, sia morta di parto. Sarà solo una delle tante tragiche situazioni che la gente del posto è costretta a vivere quotidianamente: l’espatrio, il rischio espulsione, il doversi comprare documenti falsi e di che vivere vendendo qualunque cosa, anche di contrabbando, oppure smerciando droga, prostituendosi, vendendosi come schiavi o meglio schiave – soprattutto le donne -; rubando, anche i più piccoli, per cui c’è solo l’obbligo di lavorare e non il diritto di andare a scuola. Si sopravvive nutrendosi di acqua e zucchero e così via. Per questo Zain decide di denunciare i genitori che lo hanno fatto nascere e vivere in un mondo del genere e in una società così squallida e misera, in segno di protesta, per ribellarsi e provare a cambiare qualcosa. La disperazione, infatti, rende anche pronti ad uccidere per vendicarsi di chi ci ha fatto del male, ma rende anche vulnerabili, facili prede di approfittatori senza scrupoli. Così come in “Jellyfish” (di James Gardner) la giovane protagonista deve crescere in fretta occupandosi del fratellino. E in centri di accoglienza è ambientato, in una Roma con tanto di invasione di zombie, “Go home” (di Luna Guarano): l’unico che potrebbe salvarsi da questi esseri mostruosi è Enrico, ma verrà tradito dal fatto stesso di non essere riuscito a salvaguardare e tutelare il più piccolo di tutta la contenuta comunità del centro di accoglienza (simbolo del futuro e di speranza per il domani), nonostante il sacrifico dei compagni. Un errore, un egoismo imperdonabile, un fallimento involontario certo, ma su cui nessuno è disposto a sorvolare. Zombie che avevamo trovato alla Festa del cinema lo scorso anno nel film “In un girono la fine”, prodotto dai fratelli Manetti, per la regia di Daniele Misischia, con Alessandro Roja.
Il bullismo è al centro di “Measure of a man” (di Jim Loach), così come la droga è alla base di “Hot summer nights” (di Elijah Bynum); così come Paolo Ruffini in “Up&Down-un film normale” parla dell’universo di ragazzi affetti da sindrome di Down in grado di recitare uno spettacolo intenso e memorabile, mentre ci si interroga sul senso e sul significato di ‘essere normale’. Cinque attori con la sindrome di Down, della Compagnia di Livorno Mayor Von Frinzius dell’amico – da più di 20 anni – Lamberto Giannini, ed uno autistico, sono i protagonisti di questo spettacolo con cui Ruffini ha voluto portare “parità e uguaglianza”, per lanciare il seguente messaggio – a chi ha tale tipo di problematiche -: “tu vali quanto me” e non “oh poverino/a”. “Ho capito che – ha concluso il regista – forse a volte agli ‘ultimi’ non interessa essere primi”, primeggiare, ma solo partecipare e godersi il loro momento, senza aspirazioni di gloria. Sulla stessa linea di “Be kind” (di Sabrina Paravicini), che mostra la diversità a tutto tondo.
Se non si può ignorare l’ultimo film da attore di Robert Redford in “The old man and the gun” di David Lowery, alla stessa maniera non passa inosservato il docufilm denuncia, inchiesta giornalistica, non priva di una satira sarcastica, di Michael Moore “Fahrenheit 11/09”, a cui fa eco la miniserie “Watergate”; e – a proposito di serie – come promesso lo scorso anno, è arrivata una nuova stagione di Skam Italia (diretta da Ludovico Bessegato). Così come a “Bayoneta” nella sezione “Alice nella città” è speculare “Butterfly” (di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman), ispirato alla storia di Irma Testa, giovane che si dette al pugilato.
Nella sezione in Concorso non delude “Notti magiche” di Paolo Virzì, in cui il cinema indaga se stesso, mostrando tanti retroscena inediti; dietro un giallo poliziesco in stile “Il capitale umano” (dello stesso regista); e sulle note della colonna sonora dei Mondiali d’Italia del 1990. Protagonisti sono tre giovani aspiranti sceneggiatori con i loro sogni nel cassetto. Non manca la musica alla Festa del cinema, come fu negli anni scorsi, con Michael Bublè e Rolling Stones. Quest’anno è la volta degli Afterhours in “Noi siamo Afterhours” di Giorgio Testi, in cui il frontman Manuel Agnelli racconta il concerto sold out al Forum di Assago per poi ripercorrere tutta la carriera del gruppo; o di De Gregori in “Vero dal vivo Francesco De Gregori” di Daniele Barraco; ma anche de “Il flauto magico di piazza Vittorio” di Mario Tronco e Gianfranco Cabiddu. O, ancora, di Fabio Rovazzi che, dopo l’esperienza de “Il vegetale” di Gennaro Nunziante (storico collaboratore di Checco Zalone) e di “Nut job-tutto molto divertente”, presenta il suo nuovo video (nella versione lunga): “Faccio quello che voglio”, incontrando anche il pubblico.
Alla Festa del cinema, da segnalare anche un altro importante ritorno: quello di Rosamund Pike: dopo “Gone girl-l’amore bugiardo”, con Ben Afflek, di David Fincher del 2014 e dopo “Hostiles” dello scorso anno, per la regia di Scott Cooper, l’attrice torna con un’altra intensa e straziante storia in “A private war” di Matthew Heineman: un biopic sulla reporter di guerra Marie Colvin, che – dal 1985 al 2012 – collaborò con il Sunday Times.
Così come interessanti sono stati i due film più lunghi della kermesse: “Corleone, il potere, il sangue. Corleone, la caduta” di Mosco Levi Boucalutl (sul clan dei Corleonesi, due ore e mezza) e “An elephant still sitting” di Hu Bo (ben quasi quattro ore di durata).
Il film che ha più emozionato forse è stato “If beale street could talk” di Barry Jenkins (il regista premio Oscar di “Moonlight”, presentato sempre qui alla Festa del cinema di Roma): la storia d’amore tra due giovani (Tish e Alonzo), separati dall’arresto per sbaglio di lui e lei che – nel frattempo – resta in attesa del loro figlio oltre che della sua liberazione e della prova della sua legittima e presunta innocenza. Il film emblematico della manifestazione è sicuramente stato quello d’apertura: “Bad times at the El Royale” di Drew Goddard; ricorda un po’ “La truffa dei Logan” per la verve a tratti comica, per quanto abbia una sfumatura molto più noir, tanto da essere presente un investigatore come quello della locandina dell’evento. Sette i protagonisti di una storia dall’intreccio eccellente, come i capitoli di un romanzo complesso quanto la vita dei personaggi, con i loro segreti, eppure incastonati così bene da tenere col fiato sospeso sino all’ultimo; così come ha fatto la 13a edizione della Festa del cinema: una contaminazione di generi e stili, per un cinema ‘nuovo’ e innovativo. E, ricorrenze per ricorrenze, non poteva passare indisturbato l’evento per i 15 anni delle Winx (dopo l’ape Maya dello scorso anno); così come non potevamo non segnalare la commedia (genere che non poteva essere assente) “Ti presento Sofia” di Guido Chiesa (con Fabio De Luigi e Micaela Ramazzotti).

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