lunedì, 22 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Taranto, acciaio e Picasso spuntarono fra gli ulivi
Pubblicato il 09-10-2018


taranto_fa_l_amore_a_senso_unicoEra bella Taranto nell’altro secolo. Ma anche prima…
Ci fu un tempo lontano, tristemente perduto, in cui fu “città-stato” di Messapia che batteva moneta propria (col delfino sul dorso) e poi colonia della Polis di Pericle e Platone (Magna Grecia).
Se la genetica spiega tutto e il dna è immortale, nel dopoguerra del boom economico fu “capitale” europea e mediterranea dell’acciaio di Stato e al contempo della cultura, l’arte, il cinema, il teatro, l’editoria, la grafica, la fotografia, ecc.
I contadini posarono aratri, zappe e falci in un angolo delle masserie e divennero operai (una falange di 20mila giovani e forti “metalmezzadri” li chiamava Walter Tobagi).
Varcati i cancelli del Siderurgico, entrarono nella modernità e nel secondo Novecento: impararono a domare il fuoco ma anche a riconoscere il Picasso blu e il Van Gogh “mangiatore di fagioli”, ammirarono Kokoskha e si persero nei voli pindarici di Marc Chagall, appresero silenti dei colli di Modigliani e l’audacia di Le Courbusier li zittì.
I grandi “nomi” dell’establishment culturale anni Sessanta firmavano sugli house organ della siderurgia pubblica con cui un’Italia povera di materie prime sfidò il mondo divenendone la quinta potenza.
Taranto fu un’agorà mediterranea impregnata di sole, arata dalle fertili provocazioni delle avanguardie artistiche, italiane e non.
Una “rivoluzione” scagliata nel tempo, che vagheggiava l’uomo nuovo, densa di infinite visioni e significati significanti, ancora forse da decodificare in questi anni di fumi e di morte, di scalate, di processi, di politici non all’altezza, di ricorsi al Tar, di contraddizioni che si vogliono far pagare all’operaio, il soggetto più debole.
Si è persa quasi memoria di quando acciaio & cultura eran ontologicamente intrecciati, un tutt’uno, e forse non nacquero da input neocapitalistici e paternalistici (anche se non furono “idilliaci”), ma si trasfigurarono in sfide maieutiche, pregne di valori universali, immortali. Taranto fu “laboratorio” di sperimentazioni produttive interfacciate in campo sociale, culturale, civile, ecc. Insomma, per dirla con Nietsche, era “postuma di se stessa”.
Di tale background storico, fellinianamente, poco si sapeva e tutto s’immaginava, poiché tutto cadde nell’oblio, fu oscurato, rimosso, e non per caso.
A riaprire quello scrigno di splendore e pathos dialettico, di provocazioni e illuminazioni ancora vive “Taranto fa l’amore a senso unico” (Esperienze artistiche nei primi anni dell’Italsider: 1960-1975), di Gianluca Marinelli, Argo Editrice, Lecce 2012, pp. 80, euro 16,00 (Collana “A Sud del Novecento”, assai emozionante il corredo fotografico).
L’Italsider è assimilata alla Pirelli e la Olivetti e Taranto, col suo hinterland e il prezioso capitale umano, brillarono con i loro topoi affollati di messaggi subliminali e non, input creativi ed estetici.
Ma storicamente, dopo Franceschiello, tutto ciò che accade a Mezzogiorno è derubricato a evento minore, marginale, nullo di significato: folklore o al limite degno di curiosità antropologica. Soffocato dalla perfida gramigna dei luoghi comuni (da Lombroso a Cialdini a Salvini, il più insidioso).
Con la complicità del “pensiero” organico, i pifferai del nichilismo, i politici ologrammi che cantano nel coro per solidificare lo status quo, casta di parassiti che non immaginano che si può anche lavorare, o fare altro.
La colonizzazione culturale è realtà anche oggi, per cui il bello e il genius loci a Sud sono prima letti con password relativizzante, poi formattati ex abrupto. Sono i frutti aspri della retorica unitaria, ormai comunque destrutturata.
Non che ai meridionali importi granché: sanno del loro passato, la mappatura del loro dna e hanno abbastanza autostima per bypassare il sussiego della cultura ufficiale col classico dantesco “non ti curar di loro ma guarda e passa”.
Ma quando si ruppe l’incantesimo rivoluzionario e dadaista che osò “avvicinare ai fatti dell’arte la nuova forza lavoro” e ci fu il black-out, la crasi del senso e “la collaborazione dell’intellettuale umanista con l’industria”?
La ferita nell’anima illuminista del Sud divenne l’ispido incubo d’oggi, fra crisi identitaria e lavoro perduto, aria irrespirabile, malattie devastanti, morti bianche. Coincise forse con la privatizzazione o tutto era contenuto già nel pubblico? Materia per un altro saggio.
Con toni appassionati, Marinelli ricostruisce quel tempo denso di nuovo, documenta i suoi echi polisemici, quando la civiltà contadina si trasfigurò in laminatoi e altoforni, Cipputi e le tute blu tentarono di rubare il fuoco a Prometeo e dare l’assalto al cielo: una citazione a tutto tondo della rivoluzione industriale inglese e Usa (“Sento cantare l’America…”, W. Whitman).
Le scansioni rivoluzionarie, utopistiche, da realismo socialista in riuva al Mediterraneo (venato però da un umanesimo soft, sospeso fra Cristianesimo e Lumi): l’ingenua fiducia nel progresso della classe operaia meridiana che aveva trovato il suo paradiso, il sol dell’avvenire, senza asprezze ideologiche.
Forse ulivi e masserie furono formattati senza una riflessione adeguata: magari potevano convivere con l’altoforno, integrarsi, proseguire sulla via del progresso. La monocultura è sempre un rischio e si rivelò fatale.
Oggi non si sa come uscirne, recuperare l’anima del passato (fare pil anche con la sontuosità barocca delle sue icone e con l’eno-gastronomia?).
Ma nel suo primo decennio di vita, dice Marinelli carte alla mano, la Taranto in b/n aveva futuristicamente fretta, la velocità fu un valore pregnante, da febbre dell’oro, quando arte e grande industria furono un Giano bifronte di grande potenza e fascino, dense di avvenire, di protagonismo storico e umano.
Acciaio & cultura potevano leggersi come una citazione del mantra leninista della Rivoluzione d’Ottobre: soviet + elettrificazione = rivoluzione. L’acciaio di Stato (“illuminato”) fece di Taranto “la Rolls Royce di tutte le acciaierie del mondo”. Una sfida epocale innervata da una weltanshauung di sovrapposizioni storiche, al confine del palingenetico: un format, a ben vedere, che si sarebbe potuto esportare ovunque, pure agli altri sud del pianeta, se solo ci avessimo pensato e provato.
Anche gli ex contadini di altre latitudini si sarebbero potuto portare a casa un Kandinskij (“le opere vendute sono andate oltre il previsto…”): i tarantini le appendevano nel salotto buono magari comprato a rate.
Ma qualcosa si spezzò: dai versi ermetici di Ungaretti e la prosa aspra di Sciascia, i fantasmi afferrarono gli stregoni che li avevano evocati e si scivolò verso le patologie: la morte bussò casa per casa estorcendo sacrifici umani sull’ara pagana del progresso divenuto d’improvviso “nemico”.
Un cambio di passo imprevisto: politici e brain-group non seppero evitarlo in un Paese al fondo provinciale, rurale, culturalmente fragile, d’istinto opportunista e anarcoide, dove l’etica è sempre piegata a interessi piccini piccini, se non meschini, e il pensiero è subalterno a mille giochi e gioghi. Una terra su cui poi si è posato il guano micidiale del berlusconismo, facendola stramazzare.
Un’infida palude da cui non si sa come sortire, che ha costi sociali e umani enormi, impossibili. Un modello di sviluppo che fece di Taranto una “capitale” – come Napoli lo era stata con i Borboni – è in crisi, urgono idee forti da mettere in campo per riscriverne un altro soft, che contempli il bene comune e gli interessi dell’impresa e del popolo.
Stop and go, il bel saggio di Marinelli ci indica dove attingere la materia per ricominciare. Ci dice che il fuoco greco è sempre acceso e nuovo know-how, contadini, magari con la laurea, aspettano al bar di Viale Magna Grecia e a Villa Peripato e nuovi mercati incombono.
E se, come la fenice risorge dalle sue stesse ceneri, la fine dell’Ilva che s’approssima, fosse un altro inizio nella società liquida e precaria che abbiamo messo su?

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