martedì, 11 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Un Duo al comando
Pubblicato il 01-10-2018


È la domanda più gettonata sui media: Il Duo Salvini-Di Maio saldamente al comando e Tria che c’entra più dopo aver tentato di tutto per ridurre a più miti consigli i due capipopolo? Si è accennato e poi smentito che ci sia stata una telefonata da Mattarella a Tria perché soprassedesse alle sue dimissioni ma ce lo vedete il corrugato Tria difendere il pastrocchio giallo-verde davanti agli organi europei per giunta con i suoi compagni di governo diffidenti? Conoscendo la prudenza di Mattarella le dimissioni di Tria, a meno di conversioni miracolose, sono solo rimandate anche per il decoro politico di Tria, che non verrà ringraziato ma accusato di restare incollato alla poltrona. La ratio di questa apparente contraddizione va ricercata nella prudenza di tenere a cuore il bene della Nazione.

Chi avrebbe potuto negare che le dimissioni immediate fossero state la causa prima della deflagrazione a livello di Borsa e dello spread? Allontanata l’infamante accusa le dimissioni dipenderanno dalla piega degli avvenimenti non dimenticando che fino a tutto il 2018 resta la copertura della BCE a guida Draghi e che l’acqua alla gola dei mercati procederà lentamente ma inesorabilmente. Piuttosto è da sottolineare la trovata giustificativa di Tria di una clausola di salvaguardia in caso di assalto dei mercati, di cui lui solo fa cenno. La dinamica prevalente di questa situazione piena di incognite vede delle concause di particolare gravità. In linea logica chi nelle dichiarazioni, a partire da Conte, giura e spergiura che non esiste alcuna intenzione nel Governo di fuoriuscire dall’euro, mette nel conto che alla vigilia delle elezioni europee, una rigorosa fermezza sui patti sottoscritti e quindi l’applicazione di misure di infrazione costituirebbero l’esca dei sovranisti per tentare di destabilizzare gli attuali equilibri politici europei. Una riprova è la manovra francese di sforare il tetto concordato anche se ci si tiene a ribadire che il debito della Francia è molto più contenuto di quello italiano ma resta evidente che anche altre nazioni ricorreranno alle stesse misure di sforamento pur di accattivarsi l’elettorato.

Ma la situazione italiana ha ben altra gravità perché una ripulsa europea delle misure adottate dall’Italia si presta all’autodifesa :” Se non abbiamo potuto attuare il nostro programma in tutto o in parte è colpa dell’Europa e della sua soffocante mania di austerità”. Se a quest’alibi si aggiunge la competizione crescente tra i due gruppi di maggioranza, con i grillini all’inseguimento dei leghisti dati in sorpasso crescente ed in testa dai sondaggi, emerge la posta in gioco molto più rischiosa per Di Maio e per la sua leadership. Nasce da questa condizione d’incertezza la ricerca di un linguaggio e di una gestualità concorrenziale ad alto rischio democratico.

Nasce di qui l’immagine ostentata dell’invasione del balcone di palazzo Chigi dalla rappresentanza dei grillini al governo insieme col loro capo, evocativa di un ben più drammatico balcone a palazzo Venezia con la dichiarazione di guerra di cui oggi si intuisce la possibile destinataria l’Europa. Come si è potuto cadere così in basso e non temere il peggio? La spiegazione può apparire banale come sempre accade con un male che acceca. I due maggiori azionisti del governo , ognuno per suo conto, aveva dato fondo a tutte le risorse disponibili ed oltre per realizzare i propri caratterizzanti obbiettivi. Un’evidente alternatività che la sete di potere, sottesa alla lotta alla casta, ha trasformata in una sorta di moltiplicazione dei pani e dei pesci assommando i tratti caratterizzanti i due programmi e di qui lo sballo di efficacia e fattibilità. Come ha fatto a resistere il collante tra due strategie così antitetiche a partire dal conflitto profondo tra le attese del nord ricco e del sud che sprofonda, una sorta di grande Grecia che ci impedisce di tenere il passo col resto d’Europa?

La risposta è che il collante è lì in quei 350 posti da distribuirsi di sottogoverno, a cui figurarsi la Lega, coi guai che sta passando, e Casaleggio, per il controllo sulle truppe e l’inseguimento dei leghisti, non possono certo rinunziare. Chi avverte la pericolosità della posta in gioco e vuole metterci riparo invoca un’opposizione rigorosa, a partire dalla consapevolezza degli errori commessi, in grado di offrire un’alternativa al Paese stanando le forze politiche e sociali rimaste senza interlocutori credibili ed affidabili.

Roca

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