GUARDARE AVANTI

apre nuova
Si è svolta oggi a Roma la ‘Convenzione nazionale degli amministratori socialisti per il buongoverno’. Una occasione importante di discussione in vista dei prossimi appuntamenti elettorali che si terranno nella primavera del prossimo anno. Sindaci e amministratori socialisti di tutta Italia si sono alternati sul palco per raccontare l’esperienza di buongoverno dei loro comuni. È intervenuto tra gli altri, il più giovane sindaco socialista, Riccardo Mortandello; il Sindaco di Melfi, Livio Valvano; Sonia Gradilone, l’assessore di San Demetrio Corone (Cs), che ha ospitato la settimana scorsa il Presidente della Repubblica;  il neo eletto presidente della Provincia di Perugia e sindaco di Città di Castello, Luciano Bacchetta;  il presidente della Provincia di Imperia, Fabio Natta; il Sindaco di Fano, Massimo Seri e altri. In platea Ugo Intini, Oreste Pastorelli, Enrico Buemi. Presente anche il segretario del Pd  Maurizio Martina e Maurizio Turco del partito radicale.

fabio 1Fabio Natta ha aperto i lavori parlando del tema della sicurezza sottolineando il fattore psicologico del fenomeno. “Comunque le risposte devono arrivare partendo dal territorio che è primo elemento con cui i cittadini interagiscono. Sul ponte Morandi Natta ha sottolineato la “mancanza di segnali positivi oltre le tante chiacchiere che si sono fatte”. I socialisti sono ancora vivi, sono presenti in tante amministrazioni. In tante regioni abbiamo numeri più alti di tanti altri. È un dato positivo. I socialisti ci sono perché vi è una capacità che deriva dai valori che abbiamo e dalla capacità che abbiamo di amministrare e di capire i tempi”. “Un partito antico e allo stesso tempo moderno”.

romanziLuciano Romanzi. La preoccupazione è quella di dare attenzione alle piccole comunità e ai piccoli comuni. Sono i piccoli centri che formano l’asse portante del Paese. Andrebbero finanziati, trovare il modo di aiutarli per stare in quelle piccole comunità perché svolgono ruoli importantissimi. La politica non ha mai guardato con attenzione a queste piccole realtà. A loro si è detto di accorparsi per risparmiare. Si è fatto con il risultato di costringere tanti abitanti a vivere in grandi città per la mancanza di servizi. Quando ci candidiamo a fare i sindaci dobbiamo avere nel cuore i problemi della gente. Se li abbiamo aiutati a risolverli abbiamo svolto il nostro compito.

valvanoLivio Valvano. Nella mia esperienza voglio sottolineare due problematiche: la prima è come fare a produrre sviluppo locale. L’energia per esempio. Soprattutto quella pulita e rinnovabile. Si è sottratto alle comunità locali di decidere e di negoziare. Sono riuscito nella mia esperienza a trovare meccanismi che hanno retto e le possibilità di sviluppo sono notevoli. Giustizia. Berlusconi aveva ragione? Me lo chiedo. Prima pensavo di no. Ora sto cambiando idea. Vi è una visione della realtà da parte della magistratura che dovrebbe spingerci a fare qualcosa. Recuperare spazio nella giusta divisione dei poteri. Gli amministratori sono ora tutti potenziali delinquenti per le norme messe in campo dal governo Monti in poi. Nelle città del Sud la richiesta di aiuto per trovare lavoro è la quotidianità. Ebbene ogni giorno i cittadini parlano con i sindaci per informarsi e per avere aiuto. Un giornalista ha parlato in questo senso di presunzione di colpevolezza. Insomma un clima insopportabile.

sindacoRiccardo Mortandello. Il suo intervento sullo sviluppo del turismo nel Veneto con l’utilizzo dei fondi europei. “Il problema di legare turismo e territorio. Chi è che deve essere messo a servizio dell’altro? Basta vedere gli esempi di Venezia, Firenze, Roma ma anche le Cinque Terre. Deve essere il territorio che va messo al centro. Sempre. I turismo non è una vetrina per il sindaco più bravo. Il turismo non è un marketing. E non è solo una risorsa economica. Bisogna ricercare nell’anima dei territori e non nella domanda del mercato. Il turismo è anche compreso del trattato di Lisbona. Quindi un tema che riguarda tutta l’Europa che è la prima macro-destinazione al mondo. Dobbiamo attrezzarci per gestire questa grande occasione ma in Italia a che punto siamo? Con il precedente governo per la prima volta di è fatto un ottimo lavoro. Si tratta di continuare senza seguire le pressioni delle lobby,come sembra voler fare questo governo”.

de mariaFausto De Maria. Sindaco del Pd di Latronico che ha raccontato la sua esperienza in campo di immigrazione. Con gli Sprar “abbiamo inserito dei piccoli gruppi di immigrati”. “In Italia la propaganda è del tutto sbagliata. Partendo dal nostro piccolo abbiamo convinto che la micro accoglienza funziona. Poche persone, nel nostro caso 15 immigrati, che si possono integrare. Dopo l’approvazione del decreto sicurezza i pochi che sono nel nostro comune, sono preoccupati. Immigrazione è una risorsa. Non abbiamo saputo raccontare come stanno le cose e abbiamo accettato una propaganda sbagliata. Questo non lo dobbiamo accettare.

turcoMaurizio Turco. Siamo tornati indietro di mezzo secolo. Si torna alla questione di base. Vi è un problema di narrazione, ma manca anche la possibilità di poter narrare. I cittadini non lo sanno, per alcuni non vi è la possibilità di farlo sapere, Tra otto mesi vi saranno le Europee. I vari Salvini non hanno detto che vogliono cambiare le regole europee, le regole le stanno usando. Nenni dopo De Gasperi è quello che ha portato avanti una politica europeista. Da lì dobbiamo ripartire. Dobbiamo farlo noi. Una riflessione urgente è necessaria. Non possiamo non fare un passo avanti. Recuperare la storia. Mettere a disposizione le nostre organizzazioni per poter aprire un contenitore per il futuro che non si fermi alle elezioni europee. Siamo in grado di farlo spero che lo faremo.

cicchittoFabrizio Cicchitto. Siamo in una situazione catastrofica. Mi vengono i brividi nella schiena quando il Pd immagina di scomporre questa maggioranza per fare una alleanza con i 5 Stelle. Oggi la cosa che serve è l’investimento sulla industria. Invece si segue la strada dell’assistenzialismo. È un gravissimo sbaglio. Quando leggo questo come nell’intervista di Zingaretti mi vengono i brividi.
Guai a noi se non ci misuriamo con la dimensione internazionale. La globalizzazione ha fregato l’Europa e i ceti medi. In Italia il bipolarismo selvaggio fondato su berlusconismo da una parte e il l’antiberlusconismo dall’altro ha portato a questo. Al vuoto. Maggioranze fatte per vincere ma non per governare. Questo bipolarismo i guasti maggiori li ha provocati nel Mezzogiorno che è divenuto un deserto dei Tartari. In più sono andate in crisi le vecchie e le nuove famiglie di potere. Il Pd pensava che potessero funzionare i nuovi agglomerati di potere dei presidenti di regione. Ma non ha funzionato. Ora elettori del Sud aspettano il reddito di cittadinanza. E la presa grillina permane aspettando il reddito di cittadinanza.

nenciniRiccardo Nencini. Il nostro partito mette in campo 1200 amministratori e diversi sindaci. Faccio mie le parole di Cicchitto. Da questa situazione preoccupante non si esce in breve tempo. Questo finale con la nascita del governo giallo verde lo avevamo già visto da tempo. Un governo che parla alla pancia delle gente. A fronte di una caduta nei sondaggi dei 5 Stelle vi è un aumento di Salvini mentre il Pd resta ai soliti livelli. La tendenza è questa. Manca l’attaccapanni politico alternativo. Lo vedo in Senato. L’opposizione attuale sta copiano l’opposizione della scorsa legislatura. Tre giorni fa si è sciolta Leu. Qualche settimana fa è stata messa in soffitta Civica Popolare. Emma Bonino ha detto di voler togliere il suo nome da più Europa. E il Pd deve scegliere quando fare il proprio Congresso. Forse conviene chiedersi se è il caso di rovesciare il tavolo. Con accomodamenti parziali non se ne esce. Non vi è una alternativa di governo ora. Il deserto è lungo. Il canone dovrebbe rovesciarlo il Pd che era nato per sconfiggere Berlusconi perché quella Italia ora non c’è più.

Ci siamo chiesti che fare. Intanto forse conviene armarsi per creare qualcosa che tiene il mare. Prima delle Europee ci sono le amministrative e le regionali. Due regioni a febbraio e tre in primavera. Questa scadenza per noi è ancora più importante. Magari da affrontare tutti sotto lo stesso tetto.

A gennaio possiamo avere una iniziativa forte sulle province. O si toglie loro la funzione che hanno o si dà loro un bilancio eleggendo però direttamente chi lo deve gestire. Così le province non possono rimanere. Non dimentichiamo che gestiscono scuola e strade. Per ora manca l’attaccapanni ma noi iniziamo a mettere i mattoni.

 

 

 

“Il Jazz va a Scuola”, il progetto creativo che parte con Paolo Fresu

PAOLO FRESU 01“Il Jazz va a Scuola” è il primo convegno nazionale rivolto al mondo della scuola e il primo progetto realizzato dalla Federazione Nazionale Il Jazz Italiano.

Progetto che si propone di valorizzare l’importanza del linguaggio jazz e della musica improvvisata, nonché di valorizzare le esperienze musicali che abbiano come nucleo portante la ricerca e la sperimentazione.
Domani, sabato 17 novembre, nell’Auditorium Unipol di Bologna, in via Stalingrado 37, si terrà il primo convegno nazionale “Il Jazz va a Scuola”.

Una giornata con protagoniste le realtà nazionali legate al linguaggio jazz con l’obiettivo di “mappare” le esperienze di collaborazione in atto con il mondo della scuola e di contribuire a creare per gli studenti di ogni ordine e grado momenti di riflessione ed elaborazione di liberi e innovativi percorsi di sperimentazione didattica basati sull’arte dell’improvvisazione.
Questa prima fase di conoscenza e di incontro avrà lo scopo di far comprendere quali sono le realtà didattico musicali legate al linguaggio jazz, con quali modalità sono attuate, nonché le progressioni e implementazioni delle stesse.

“Il Jazz va a Scuola” vuole quindi far dialogare il mondo della scuola e quello della musica jazz con un linguaggio ricco e creativo. Una prima mappatura di ciò che è presente nelle scuole italiane ha fatto scoprire progetti virtuosi e importanti che devono essere valorizzati e devono servire da esempio per crearne degli altri.
Alcuni saranno proprio presentati in questa giornata, anche come spunto di riflessione sulla situazione attuale e su quale direzione intraprendere insieme.

Paolo Fresu, presidente federazione Il Jazz Italiano, e trombettista di fama internazionale, che sabato 17 novembre, alle ore 9.30, darà il benvenuto ai partecipanti, ha dichiarato che: «Coscienti del bisogno di promuovere e incentivare la presenza dei linguaggi improvvisativi nella scuola la Federazione organizza il primo convegno nazionale “Il Jazz va a Scuola” con l’intento di conoscere e mappare la ricca realtà nazionale. Realtà in progresso che vuole parlare nuove lingue d’arte tese allo scambio e all’incontro come è sempre stato per il jazz, idioma dinamico ed elastico per antonomasia. Una musica nuova per una scuola migliore e una sinfonia di voci plurali per una migliore società del futuro».

Redazione Avanti

Inceneritori. La Lega rispolvera ‘prima il Nord’

roberto ficoArriva lo scontro che rimanda alle origini della Lega Nord Padania. Il contrasto parte dal Movimento Cinque Stelle fortemente contrario agli inceneritori in Campania. “È il passato, ormai non è più un investimento che guarda al futuro” osserva Barbara Lezzi, ministra per il Sud, secondo la quale bisogna “ripartire da una visione virtuosa dell’ambiente che possa finalmente apportare benessere e salute ai cittadini. L’inceneritore va nella direzione opposta”. Ma Salvini sembra pronto a fare ‘a modo suo’ ancora una volta. “Se trovano la localizzazione bene, altrimenti ci pensiamo noi” ha detto ieri a Napoli il ministro dell’Interno scatenando la dura reazione del collega di governo. E oggi un chiaro segnale al titolare del Viminale arriva dalla terza carica dello Stato che non le manda a dire. Ma Salvini ribadisce la sua posizione mentre i ministri pentastellati fanno quadrato. Il Presidente della Camera non proviene solo dai ranghi pentastellati, è campano.
“In questa regione – scandisce Fico – vi assicuro, non si farà neanche un inceneritore in più, ma molti più impianti di compostaggio, raccolta differenziata e impianti di trattamento meccanico manuale”. Secondo il presidente della Camera, “è uno schiaffo forte ai cittadini di questa città e di questa regione venire qui e dire che ci vuole un inceneritore per provincia, dopo le lotte fatte, dopo l’avanzamento delle nuove tecnologie”. ”In questa regione abbiamo bisogno di impianti di compostaggio, di trattamento meccanico manuale, di raccolta differenziata porta a porta, di riuso, riciclo e di riduzione a monte dei rifiuti. Se dopo tanti anni lo dobbiamo ridire, lo diremo ancora più forte e siamo pronti a lottare per questo”, avverte Fico. Che commenta anche quanto dichiarato ieri da Salvini dopo il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica: “Non mi piace che si arrivi qui e si dica al sindaco di Napoli di mangiarsi i rifiuti. Nessuno parla così al sindaco di Napoli, che comunque è il sindaco della Capitale del Sud Italia, e capitale fondamentale del Mediterraneo. Da questo punto di vista nessuno passa”.
Nel frattempo l’altro Vicepremier prova a correggere il tiro verso l’alleato di Governo. “Mi spiace che Salvini abbia deciso di lanciare questa polemica e di creare tensioni nel governo”, Luigi Di Maio si dice “dispiaciuto perché questa polemica, che si fonda su un tema che non è nel contratto di governo, quello degli inceneritori, non si pone. Noi abbiamo un ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, che è un generale dei carabinieri, che è campano e conosce la Camorra e tutto il ciclo dei rifiuti campano. Quindi affidiamoci al ministro”. Se Salvini “si preoccupa per la Campania”, il capo politico dei Cinquestelle ricorda che “lì c’è la mia famiglia, io sono la persona più preoccupata di tutti. Nelle preoccupazioni però so anche che si respira aria cattiva quando si respira vicino a un inceneritore”.
Interpellato dai giornalisti sulla querelle tra Salvini e Di Maio il premier Giuseppe Conte risponde: “Lunedì saremo nella Terra dei fuochi, affronteremo il problema in modo organico e ne avrete di nuove”. A Caserta, rende noto Palazzo Chigi, verrà firmato un ‘Protocollo d’intesa per un’azione urgente nella Terra dei fuochi’.

Draghi tenta di avvertire il Governo Giallo-verde

Draghi-euroDurante il suo intervento all’European Banking Congress a Francoforte, il presidente della Bce, Mario Draghi, ha detto: “La mancanza di un consolidamento dei conti pubblici nei paesi ad alto debito pubblico aumenta la loro vulnerabilità agli shock, indipendentemente dal fatto che questi shock siano prodotti autonomamente mettendo in questione le regole dell’architettura dell’Ue o che arrivino attraverso un contagio. Per proteggere le famiglie e le imprese dall’aumento dei tassi di interesse, i paesi ad alto debito non dovrebbero aumentare ulteriormente il loro debito e tutti i paesi dovrebbero rispettare le regole dell’Unione Europa. Finora, l’aumento degli spread dei titoli sovrani è stato per lo più limitato al primo caso e il contagio tra i paesi è stato limitato. Questi sviluppi si traducono in condizioni più restrittive per i finanziamenti bancari all’economia reale. Ad oggi, sebbene si verifichi qualche ripercussione sui prestiti bancari in cui l’aumento degli spread è stato più significativo, i costi complessivi per i finanziamenti bancari rimangono vicini ai minimi storici nella maggior parte dei paesi, grazie ad una base di depositi stabili”.Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha avvertito nuovamente i paesi ad alto debito: se aumentano ulteriormente il loro debito, lo spread sale. Con un riferimento implicito all’Italia, Draghi ha detto: “In alcuni Paesi riflette la sfida alle regole di bilancio comuni. Anche se i rischi appaiono ancora bilanciati, e la frenata della crescita nell’Eurozona è normale e non prelude a una improvvisa interruzione, la Bce dovrà monitorare attentamente i rischi posti dalla ‘guerra dei dazi’ e l’inflazione di base deve ancora mostrare una tendenza al rialzo convincente”.
Si avverte un cambio di tono del presidente della Bce che potrebbe avere ripercussioni sulle prossime mosse di politica monetaria, con l’uscita dal Qe programmata a fine dicembre e un ipotizzabile rialzo dei tassi atteso per il prossimo autunno.
Il presidente della Bce ha aggiunto: “Se i dati in arrivo confermeranno la convergenza verso gli obiettivi, la Bce procederà come stabilito. Ma il consiglio ha anche notato che le incertezze sono aumentate e dunque a dicembre, con le nuove previsioni disponibili, saremo più in grado di fare una piena valutazione”.
Lunedì prossimo ci sarà una riunione straordinaria dell’Eurogruppo dedicata alle proposte di riforma dell’Eurozona. Nella riunione, con inizio alle ore 11 per terminare in serata, non si discuterà della manovra finanziaria italiana, di cui però si parlerà, senza dubbio, a margine della riunione. Della questione italiana se ne occuperà, molto probabilmente, l’Eurogruppo successivo, previsto il 3 dicembre, sempre a Bruxelles.
Lo ha confermato oggi a Bruxelles una fonte Ue qualificata che ha detto: “Senza dubbio si parlerà di Italia a margine dell’Eurogruppo, ma non nella riunione dei ministri delle Finanze, perché non è in programma. Penso che l’Italia tornerà sul tavolo nella riunione del 3 dicembre, quando l’Eurogruppo avrà a disposizione il pacchetto delle opinioni della Commissione sui documenti programmatici di bilancio, che potrebbe anche comprendere qualcosa sulla procedura per deficit eccessivo”.

Il governo italiano continua a difendere la manovra ed insiste nei tentativi di rabbonimento della Commissione Ue. Luigi Di Maio, a margine del tavolo sulla Pernigotti, ha affermato: “Quando Austria e Olanda ci chiedono di rispettare tutte le regole, chiedono una manovra lacrime e sangue che è esattamente l’opposto di quanto ci hanno chiesto gli italiani il 4 marzo. Noi andiamo avanti perché l’alternativa è massacrare ancora di più i pensionati, massacrare ancora di più disoccupati e massacrare ancora di più le imprese. L’alternativa non può essere questa”.
Il ministro del Tesoro, Giovanni Tria, intervenendo da Padova alla presentazione del rapporto annuale della Fondazione Nord Est, ha detto: “L’Europa siamo noi e lo sarà anche di più se dialoghiamo con convinzione per definire al strategia per governare le transizioni, sulle quali la nostra manovra offre una risposta diversa dal passato, ma non meno solida e meno credibile”.
Il premier Giuseppe Conte, rispondendo ai cronisti ad Abu Dhabi, ha spiegato: “Con il presidente della commissione Ue, Jean Claude Juncker, parlerò perché non si avvii una procedura d’infrazione non per modulare la sua applicazione”. Conte, a inizio settimana sentirà Juncker per concordare, successivamente un faccia a faccia.

Se ‘errare umanum est’, perseverare è diabolico. Ricordiamoci anche che ‘se il diavolo fa le pentole non fa i coperchi’. Non è detto che la legge sulla finanziaria verrà firmata dal Presidente Sergio Mattarella. Intanto il governo Conte non ha più la maggioranza al Senato: dieci senatori eletti nel M5S stanno per lasciare il gruppo parlamentare di appartenenza e non è da escludere che il numero possa aumentare. In realtà non è l’Ue che chiede lacrime e sangue agli italiani, ma la formulazione della manovra fatta dall’attuale governo.

Scrive Irene Agovino:
Cinque stelle, giù la maschera

Sì chiamano sinistra, si fanno passare per tale. Sono dei personaggi di poco spessore, ma sono furbi. Sono giovani, spesso giovanissimi e già hanno capito come andare al potere e rimanerci.

Tutto iniziò nel lontano 2006 con i vaffa in piazza e con i progetti ambientalisti. All’epoca il capo del movimento era Grillo, non più a capo da quando ha passato il testimone al “bel ragazzo di Pomigliano”, Luigi Di Maio.

Poi la prima infatuazione con la giravolta da che Guevara a Mussolini. Dal 2015 in poi, fino al legame con la Lega lepeniana di Salvini. Sempre restando in disparte, sempre facendo finta di piegarsi a lui, solo per semplice calcolo politico. Cosi da poter dire che il decreto sicurezza è colpa del troppo peso della Lega e magari provare- pur di restare al potere- ad abbracciare il Pd.

Mi dispiace vedere che molti “di sinistra” ex Pci, ex DC e persino ex Psi, abbiano votato per il Partito dei Lavoratori Tedesco, ehm, volevo dire, per il Movimento. Ma qualcuno deve togliergli i prosciutti che hanno e fargli capire l’errore che hanno e stanno continuando a fare.

I cinque stelle non sono la sinistra, sono populisti di destra quanto e più del ministro dell’Interno.

Sono i degni eredi di Ponzio Pilato e come lui, fingono di lavarsi le mani, accusando gli altri di fascismo e xenofobia, come le vergini ingenui di fronte al Don Giovanni. Ma non siamo a teatro e questa non è una tragedia spagnola d’età seicentesca.

Ne volete delle prove? Sarete accontentati subito.

Nel 2013 sul suo blog, Grillo esaltava lo squadrismo contro il Pd romano, colpevole secondo lui di ogni nefandezza. E sempre nel 2013, alienandosi la base, definiva gli immigrati: “delinquenti e portatori di malattie”.

Nel 2015 la Lombardo citava il Mussolini del periodo 1919-1925 come il migliore statista e qualche mese dopo l’ex leader Grillo, affermava che c’erano convergenze con Casapound, ma non con Forza Nuova (e non certo per l’antifascismo). Anzi, sulla questione antifascismo, persino Crosetto di FDI ha sciolto il nodo dichiarandosi assolutamente antifascista e figlio dell’esperienza partigiana- seppur anticomunista- invece i vari Grillo, Di Maio e compagni- meglio dire camerati- si sono sempre definiti più interessati all’oggi che a ottanta anni fa (citando Iannone e Di Stefano del movimento romano di estrema destra).

Non solo, sia la Lega di Salvini, che i grillini hanno fatto a gara a chi citava più frasi del Duce, di Hitler o di altri gerarchi. Persino la frase sui pennivendoli non è di Di Battista, ma è copiata in parte da Farinacci, che definì proprio prostitute gli addetti alla stampa antifascista.

Un atteggiamento che non ha mai avuto nemmeno Almirante negli anni Sessanta e che forse dovrebbe far saltare sulla sedia anche la persona meno antifascista di questo mondo.

Certo, non vogliono un partito unico, né hanno un capo o una capa come altri movimenti più o meno destrorsi. Certo è che Lega e Cinque Stelle stanno facendo soli disastri e li stanno facendo insieme.

Basti vedere le posizioni del Ministro Marco Bussetti sulla Scuola, più vicine ai grillini che non al suo partito, la Lega o sulla questione Sicurezza, dove a parte qualche dissidente, sono tutti concordi. Per non citare il famoso gesto in Senato del Ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, un pugno alla Black Panter, che denota non idee radicali, ma poco rispetto del Parlamento. Lo stesso poco rispetto che ebbero in Italia i fascisti, facendo bagarre poco dopo la presa del potere, fino al discorso di Mussolini sul “bivacco di manipoli”.

Perciò dobbiamo decidere quale sinistra amare. Se quella totalitaria o quella di Lelio Basso, di Craxi, di Nenni, persino di Turati e Treves. E se decidiamo per questa, allora mai più nemmeno un voto a questi personaggi.

Irene Agovino

Psi Vicenza. Difendere l’antifascismo, valore fondante della nostra Costituzione

Il PSI vicentino si associa alle parole del suo Consigliere Ennio Tosetto e segnala con altrettanta preoccupazione il pericolo che nella città premiata con la medaglia d’oro per la resistenza venga sminuito l’antifascismo in quanto valore fondante della nostra Costituzione e quindi della nostra Repubblica. Corretto sostenere, come ha fatto il compagno Tosetto in Consiglio Comunale, come prioritaria sia la difesa di quei valori ed anche delle parole che quei valori simboleggiano.

La preoccupazione del PSI vicentino sembra avvalorata, oltre che dall’esplicita simpatia di alcuni eletti verso ciò che il “ventennio fascista” ha rappresentato anche da alcuni recenti comportamenti dell’Amministrazione

Il PSI vicentino quindi esprime ancora una volta la propria opposizione convinta ad un’Amministrazione in cui non è possibile riconoscersi, sia per le azioni che per ciò che essa rappresenta.

Il PSI lancia inoltre un appello a tutti coloro che si sono sentiti e si sentono rappresentati dal “Movimento 5 stelle” affinchè rappresentino anche a livello nazionale quanto accade a Vicenza e che temiamo possa presto ripetersi a livello nazionale. L’Italia di tutto ha bisogno fuorchè di un governo che si ispiri ai peggiori esempi che ci provengono dal nostro passato.

Luca Fantò

Segretario regionale PSI del Veneto

La crisi dei partiti della sinistra secondo Srnicek e Williams

Layout 1Nick Srnicek e Alex Williams al loro “Manifesto accelerazionista” (scritto nel 2013) hanno fatto seguire, nel 2015, il volume “Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro”. Il libro contiene uno sviluppo delle tesi già esposte nel “Manifesto”, articolato in una severa diagnosi della crisi dei partiti tradizionali della sinistra, con la formulazione di una proposta per una loro rivitalizzazione, attraverso l’”invenzione” di un possibile futuro, che il capitalismo, nella sua coniugazione neoliberista, ha rimosso dall’immaginario collettivo.

Mentre la diagnosi della crisi dei partiti della sinistra è nella sostanza condivisibile, la proposta, rispetto al modo in cui è formulata e alle modalità della sua realizzazione, risulta ridondante, sino a comprometterne la desiderabilità e la fattibilità.

Sulla crisi della sinistra, Srnicek e Williams esordiscono col dire che la debolezza che attualmente la affligge non è attribuibile esclusivamente a cause esterne; una diagnosi onesta – essi affermano – deve essere formulata assumendo la presenza anche di cause esterne, la principale delle quali è individuata nella diffusa e acritica accettazione di un pensiero basato su quella che gli autori chiamano “folk politics”. Questa espressione viene adottata per indicare “un insieme di idee e intuizioni che, all’interno della sinistra contemporanea, guida il senso comune da cui discendono organizzazione, azione e pensiero politico”; si tratta in sostanza di un complesso di presupposti strategici che hanno indebolito la sinistra, “rendendola incapace di nutrire ambizioni di crescita, di generare cambiamenti duraturi e di espandere l’orizzonte dei propri interessi”. Adottando la folk politics, i partiti della sinistra si sono illusi di poter rispondere alle crisi ricorrenti provocate dal capitalismo contemporaneo, riportando l’attività politica ad una scala umana, quindi “enfatizzando un’immediatezza che è contemporaneamente temporale, spaziale e concettuale”.

A parere di Srnicek e Williams, dal punto di vista dell’immediatezza temporale, la folk politics ha condotto i partiti della sinistra ad essere generalmente reattivi, nel senso che essi, piuttosto che agire di propria iniziativa, tendono a “reagire” alle azioni poste in essere da altri, “ignorando gli obiettivi strategici a lungo termine in favore di tattiche di corto respiro” e sopravvalutando gli esiti attesi da processi di mobilitazione dell’opinione pubblica su singole rivendicazioni. Dal punto di vista spaziale, con la folk politics i partiti della sinistra, hanno prediletto come spazio di autenticità delle loro iniziative il “locale”, preferendo sostenere progetti comunitari non riproponibili su scala più ampia, tendendo “a rigettare qualsiasi progetto egemonico” e a privilegiare “la fuga e il ritiro interiore a scapito della costruzione di una controegemonia di ampio respiro”. Infine, dal punto di vista concettuale, con la folk politics, i partiti della sinistra hanno acquisito un “marcata preferenza per il quotidiano rispetto allo strutturale […], per il sentire contro il pensare […], per il particolare contro l’universale […] e per l’etico contro il politico”.

Considerando insieme la tre dimensioni dell’immediatezza della folk politics (temporale, spaziale e concettuale), fatte proprie dai partiti della sinistra contemporanea, questi, secondo Srnicek e Williams, hanno perso la cognizione del fatto che l’immediatezza, pur essendo un elemento necessario, non è sufficiente a consentire di strutturare “un qualsiasi progetto politico” col quale contrapporsi alla politica delle forze della destra; per questo motivo, i partititi della sinistra hanno mancato di disporre di strumenti adeguati per contrastare il capitalismo nella sua versione neoliberista. Partendo dalle loro considerazio0ni critiche, Srnicek e Williams si propongono di delineare, per i partiti della sinistra contemporanea, una possibile strategia politica alternativa alla folk politics, fondata non su un ritorno alle politiche conservatrici del passato, ma su una prospettiva d’azione basata sulla combinazione di “un modo aggiornato di pensare la politica (muovendo dall’immediato all’analisi strutturale) con un modo migliore di fare politica (indirizzandone l’azione verso la costruzione di piattaforme e l’allargamento di scala)”.

A tal fine, a parere di Srnicek e Williams, i partititi delle sinistra dovranno tener conto del fatto che il mondo multipolare delle politiche globali e l’instabilità economica propria del capitalismo contemporaneo hanno reso impossibile ogni tentativo di “ricomporre” il succedersi delle crisi in una “narrazione strutturata”; ciò perché ciascun elemento della narrazione (economia, politica nazionale e internazionale, lotte tra i sistemi economici per conquistare il controllo delle fonti energetiche, ecc.) ha assunto una dimensione tale da condizionare il mondo intero, i cui effetti sono divenuti così estesi e complessi da rendere impossibile un’esatta collocazione dell’esperienza umana nel loro contesto complessivo. Ancora più importante – continuano Srnicek e Williams – è stato il fatto che è venuta meno la possibilità di disporre di una “mappa cognitiva” delle forze influenzanti il funzionamento del sistema socioeconomico mondiale.

Per le forze della sinistra, ancora tra l’Ottocento e l’inizio del Novecento, l’analisi delle forze che alimentavano il funzionamento del sistema socioeconomico mondiale offriva la possibilità di interpretare e comprendere la totalità delle relazioni economiche e sociali e, quindi, di elaborare una chiara strategia per fronteggiare le criticità che di momento in momento insorgevano, sia a livello di ciascun Paese, che a livello internazionale. Ora, la complessità dell’intero sistema socioeconomico globale si è estesa a tal punto da rendere impossibile, ritengono Srnicek e Williams, il miglioramento della condizione umana senza la “creazione di nuove mappe cognitive, di nuove narrazioni politiche, di nuovi modelli economici, e di nuovi meccanismi di controllo collettivo”.

Gli anni Settanta del secolo scorso sono stati quelli della svolta: crisi dei mercati energetici e delle materia prime, fine degli accordi di Bretton Wooods, insolvibilità dei crediti accumulati dai Paesi industrializzati nei confronti dei Paesi arretrati, persistente stagflazione e instabilità monetaria rappresentano l’insieme degli eventi che hanno incrinato l’accordo tra capitale e lavoro sul quale erano state calibrate le politiche economiche keynesiane del dopoguerra.

Tutto ciò si è tradotto – affermano Srnicek e Williams – in un’opportunità, sia per le forze della destra, che per quelle della sinistra: “quella di generare una nuova egemonia” che consentisse di superare la persistente situazione di crisi globale. La destra è stata rapida nell’affrontare con successo la crisi da posizioni egemoniche (acquisite sulla base di una piattaforma di riflessioni critiche sulle sorti del capitalismo accumulate in decenni di lavoro e di studi da parte di economisti operanti nelle università di tutto il mondo e riuniti, dopo il 1947, nella Mont Pelerin Society, animata sul piano organizzativo da Friedrich von Hayek e Milton Friedman); per contro, la vecchia sinistra si è dimostrata incapace di confrontarsi con le forze in campo allora emergenti, e il risultato è stato “una sinistra sempre più periferica e marginalizzata”, e quando il neoliberismo è riuscito ad imporsi “sul senso comune” le forze della sinistra tutta, inclusi i partiti socialdemocratici, hanno finito “lentamente per accettarne le condizioni”, consistenti in una crescente riduzione del potere contrattuale della forza lavoro e in una radicale riduzione dell’intervento dello Stato in economia.

Dopo la severa diagnosi negativa “sui limiti della sinistra contemporanea”, Srnicek e Williams passano a formulare la loro proposta, consistente nel prospettare una possibile via d’uscita dalla condizione in cui versano i partiti delle sinistra tradizionale. Secondo i due autori (giovani ricercatori inglesi della sinistra radicale), “un elemento fondamentale per una sinistra che voglia davvero essere futuribile è la riattivazione del concetto di ‘modernità’”. Poiché la folk politics, praticata sinora dai partiti della sinistra, ha mancato di proporre la visione di un futuro desiderabile e condiviso, il ricupero della modernità dovrà partire dal significato che le è intrinseco: quello di prospettare un futuro migliore del presente.

Intesa in questo senso, la modernità per le forze della sinistra dovrà implicare una rottura tra passato e presente e prefigurare un futuro “come potenzialmente differente e migliore del passato” e, dunque, proiettare il presente a legarsi “alle nozioni di progresso, avanzamento, sviluppo, emancipazione, liberazione, crescita, accumulazione, illuminismo, miglioramento e avanguardia”. In tal modo, le forze della sinistra potranno ricuperare il proprio senso del progresso, senza che questo (tenendo conto del fatto che gli eventi negativi del XX secolo hanno dimostrato che la storia non procede “lungo binari predeterminati”, nel senso che la regressione è tanto probabile quanto il progresso) presupponga esiti predefiniti, e venga perciò considerato come un prodotto della dialettica politica, il cui successo non sia mai garantito.

Contrastare le crisi del capitalismo sulla base di un concetto di progresso così inteso significa, secondo Srnicek e Williams, che le forze della sinistra devono “prefiggersi come obiettivo la costruzione di qualcosa di nuovo. La strada per il progresso – essi affermano – va costruita, e non semplicemente percorsa seguendo indicazioni prestabilite: è una faccenda di conquiste politiche (c.m.) e non di doni dispensati da qualche divina (o terrestre) provvidenza”. Ma un futuro permeato di un senso del progresso basato sulla costruzione di “qualcosa di nuovo” implica il trascendimento del presente ordine globale, fondato sul lavoro salariato e su un’accumulazione senza fine; in altre parole, per Srnicek e Williams, una “modernità di sinistra” (idonea a contrastare il capitalismo neoliberista) implica la costruzione di una piattaforma che indichi come riorganizzare, sia il funzionamento del sistema economico, sia le modalità di distribuzione del prodotto sociale.

La costruzione di “qualcosa di nuovo”, a parere di Srnicek e Williams, deve essere perseguita attraverso “conquiste politiche” e non attraverso azioni di “stampo rivoluzionario”; queste, unitamente a quelle di stampo “riformista”, sono da considerarsi inutili e prive di ogni possibilità di successo. Srnicek e Williams ritengono che le condizioni materiali del mondo attuale giustifichino il perseguimento possibile e desiderabile, da parte delle nuove forze della sinistra, di una organizzazione sociale “post-lavoro”. A tal fine, una politica di sinistra moderna dovrà innanzitutto perseguire la realizzazione di una riorganizzazione del funzionamento del sistema economico fondata su una completa automatizzazione, in modo da consentire, grazie agli sviluppi tecnologici recenti, la liberazione dell’umanità “dalla schiavitù del lavoro” e allo stesso tempo produrre una “quantità di ricchezza sempre maggiore”. Una riorganizzazione siffatta dell’attività produttiva causerà la liberazione di una grande quantità di tempo libero, senza una riduzione del risultato economico complessivo.

Il tempo libero, però, osservano Srnicek e Williams, “non servirà a nulla”, se le persone liberate dal lavoro non potranno disporre di un “reddito di base”, tale da fornire “una quantità sufficiente di reddito per permettere la sopravvivenza”, essere erogato “a tutti e senza discriminazioni” e supplementare al welfare State realizzato. Ciò, al fine di evitare che tale erogazione possa diventare il “vettore per un incremento della mercificazione, trasformando i servizi sociali in mercati privati; per evitare questo pericolo, il reddito di base dovrà configurarsi “come un’integrazione a un nuovo tipo di Stato sociale”.

Perché un simile progetto politico possa avere successo, le nuove forze della sinistra dovranno essere consapevoli che la riorganizzazione post-lavoro del processo produttivo porrà l’obiettivo del perseguimento della transizione “dalla socialdemocrazia postbellica” a un nuovo contesto sociale e politico, in grado di legittimare il contrasto da esercitare da posizioni egemoniche nei confronti del capitalismo neoliberista.

E’ questo, concludono Srnicek e Williams, il compito che le nuove forze della sinistra devono prepararsi a svolgere; se esse vorranno realmente rimanere rilevanti e politicamente influenti, dovranno prepararsi a gestire, in alternativa al capitalismo neoliberista, le potenzialità e gli sviluppi offerti dal mondo tecnologico attuale; ciò, nella convinzione che il neoliberismo, “per quanto possa oggi apparire intoccabile, non offre garanzie di sopravvivenza a lungo termine. Come tutti i sistemi sociali che l’hanno preceduto, non durerà per sempre”. Il compito attuale della sinistra dovrà perciò consistere, oltre che nella gestione politica della transizione e nell’organizzazione della società del post-lavoro, anche nell’“inventare quanto arriverà poi”.

Le notazioni critiche di Srnicek e Williams, riguardo alla resa delle forze di sinistra alla logica di gestione del sistema produttivo del capitalismo neoliberista, possono essere, come si è già detto, condivisibili. Ugualmente condivisibile può essere quella parte della loro proposta di rinnovamento della sinistra circa il ruolo e l’importanza del progresso tecnologico, reso possibile dal continuo progresso del sapere contemporaneo; progresso, questo, che può sicuramente giustificare ogni proiezione della fantasia creativa volta a prefigurare possibili remoti futuri.

Tuttavia, la parte normativa della proposta di Srnicek e Williams appare così fuori dal mondo, da farla apparire, quale essa è, un esercizio mentale, volto a consolare il loro desiderio di veder superato in tempi brevi il capitalismo contemporaneo. Se è giusto il loro suggerimento, rivolto alla sinistra, di aprirsi alla valutazione delle possibilità che il mondo contemporaneo può offrire (in alternativa a puri e semplici atteggiamenti resistenziali alla logica del capitalismo, per risolvere il problema della disoccupazione strutturale odierna), proporre un reddito di base (o reddito di cittadinanza) complementare al welfare State esistente, significa però perdere contatto con l’evidenza delle condizioni politiche, culturali, economiche e sociali in presenza delle quali la loro proposta complessiva dovrebbe trovare attuazione. Con la loro fuga in avanti rispetto al tempo presente, Srnicek e Williams mancano di valutare realisticamente tali condizioni e fanno correre il rischio che la stessa idea di reddito di base sia percepita, dall’immaginario collettivo, non solo inattuabile, ma anche non desiderabile. Il che varrebbe solo a rilanciare la condivisibilità dell’egemonia conquistata dal neoliberismo imperante.

Gianfranco Sabattini

 

Trump e la retorica allarmistica su immigrati

messico carovana usa

“Nessuna invasione. Nessun pericolo…Ma come ho detto siamo a una settimana dall’elezione”. Ecco le parole di Shep Smith, conduttore di un programma alla Fox News, commentando la situazione della carovana di migranti che si sta dirigendo verso gli Stati Uniti.

Smith, uno dei pochissimi giornalisti alla Fox News che non fa parte dell’ideologia predominate sostenitrice di Donald Trump, smentiva le esagerazioni dell’inquilino alla Casa Bianca. Si ricorda che nelle ultime settimane prima delle elezioni di metà mandato il 45esimo presidente aveva tuonato a destra e manca sul pericolo rappresentato da alcune migliaia di profughi che si stanno dirigendo verso gli Stati Uniti. Questi disperati includono gente che sfugge dalla violenza centroamericana ma anche dall’estrema povertà in cui si trovano.

Trump ha usato la carovana per fare campagna politica cercando di presentarla come una “invasione” degli Stati Uniti. Per contrastarla, ha mandato più di 5mila soldati al confine col Messico che si aggiungono alla polizia di frontiera e 2100 membri della Guardia Nazionale.

Trump aveva capito che concentrarsi sul tema dell’immigrazione avrebbe mobilitato la sua base a recarsi alle urne. I democratici hanno concentrato la loro campagna sulla sanità conquistando la maggioranza alla Camera, aiutati anche dall’impopolarità di Trump e dalla sua sbagliata strategia di non sottolineare l’economia in ascesa. Trump da parte sua, il giorno dopo l’elezione, ha smesso di parlare dell’immigrazione perché dopotutto, si trattava, come aveva detto Shep Smith, di… campagna elettorale.

Ciononostante, la strategia di Trump per affrontare la questione dell’immigrazione continua a basarsi sulla mano dura con la chiusura della frontiera, usando le forze dell’ordine per impedire ai migranti di entrare nel Paese. Allo stesso tempo l’amministrazione Trump sta preparando un’interpretazione della legge americana che renderebbe ancora più difficile la richiesta di asilo politico regolata non solo dalla legge nazionale ma anche internazionale. Trump intende promuovere una misura secondo la quale la richiesta di asilo politico sia disponibile solo a coloro che entrano negli Stati Uniti in certi porti di ingresso stabiliti dal governo. Coloro i quali entrerebbero in luoghi deserti e poi si consegnassero a forze dell’ordine americane verrebbero spediti indietro.

Trump crede di potere bloccare l’entrata dei migranti negli Stati Uniti ma in caso contrario ha già un piano di costruire una “città di tendopoli” lungo il confine dove i migranti verrebbero tenuti mentre attenderebbero l’esito della loro richiesta di asilo.

Le parole e le azioni di Trump faranno piacere alla sua base perché agisce da duro anche se alcuni hanno già capitolo che si tratta solo di retorica. La costruzione del muro alla frontiera, ripetuto fino alla nausea durante la campagna elettorale che il Messico avrebbe dovuto pagare, non viene più menzionato perché richiama il suo fallimento di risolvere il nodo dell’immigrazione con le risposte semplicistiche.

I democratici sono rimasti lontani dal tema durante la campagna elettorale appena conclusosi. Non esistono risposte facili e immediate per risolvere la disperata situazione di migranti in nessuna parte del mondo. Bisogna andare alle radici. Matteo Salvini, attuale ministro degli Interni in Italia, nel suo slogan di aiutarli a casa loro, non ha tutti i torti, anche se lui ha fatto poco per risolvere la triste situazione dei migranti che spesso perdono la vita mentre cercano di sbarcare in Italia.

L’idea di risolvere i problemi a casa loro non è però errata. Trump non la menziona e infatti continua a minacciare che se i governi centroamericani non impediscono la partenza di queste carovane taglierà loro gli aiuti finanziari che l’America elargisce al Guatemala, El Salvador e Honduras. Questa azione aggraverebbe la situazione e aumenterebbe il numero di profughi.

Si tratta proprio del contrario. Se Trump volesse davvero risolvere la triste situazione in America Centrale dovrebbe inviare più fondi per migliorare l’economia in questi Paesi. Il 45esimo presidente però rimane un isolazionista, preoccupandosi solo dei problemi in casa sua, senza capire che nel mondo moderno molti dei problemi hanno matrice e ripercussioni globali.

I democratici e la sinistra in generale lo capiscono ma anche loro non hanno trovato risposte efficaci. Ecco perché il populismo che vuole chiudere le frontiere miete successi politici in Europa. La risposta facile e immediata offerta dal populismo non è efficace ma dà un minimo di soddisfazione temporanea.

Nella sua retorica allarmistica Trump ha persino assegnato la colpa ai democratici che secondo lui sono responsabili delle deboli leggi americane sull’immigrazione. Dimentica ovviamente che per i suoi primi due anni di mandato lui e il suo partito hanno controllato il potere legislativo e esecutivo. Avrebbero potuto modificare le leggi ma non lo hanno fatto. Con il controllo democratico della Camera a iniziare dal mese di gennaio 2019 si troveranno queste soluzioni legislative più facilmente?

Domenico Maceri

Rugby. Conor O’Shea, squadra che vince non si cambia

rugby-padovaSquadra che vince non si cambia? Pare sia così anche per Conor O’Shea, Commissario Tecnico della nazionale azzurra di rugby, visto che, per il confronto di domani contro l’Australia, ripropone, sia quattordici quindicesimi di chi scenderà in campo dal primo minuto, sia della panchina, rispetto la squadra vittoriosa a Firenze contro la Georgia. Un po’ è un “vezzo” di O’Shea l’essere particolarmente conservativo, un po’ ci ha messo del suo la malasorte con diverse fondamentali pedine lesionate alla vigilia del trittico novembrino da quest’anno targato Cattolica Assicurazioni. Mentre Sergio Parisse non totalmente recuperato torna a Parigi, provvidenziale il rientro di Jayden Hayward ad estremo, il giovane Luca Sperandio sarà in tribuna, che potrà garantire fiducia all’intero XV, sia in versione difensiva, sia offensiva. Un regista aggiunto, partendo dal triangolo allargato affiancato da Bellini e Benvenuti, sicuro sostegno alla coppia mediana Allan e Tebaldi. Campagnaro e Castello, quest’ultimo preferito ancora al più tecnico Morisi, rispettivamente con le maglie 12 e 13. Si ritrova invariato l’intero pacchetto che ha ridimensionato la mischia georgiana con Steyn a numero otto, Polledri e Negri flanker, Zanni e Budd in seconda linea e Ghiraldini, confermato capitano, con Lovotti e Ferrari in prima.

Se Roma piange sicuramente Canberra non ride. 2018 anno non facile per l’Australia, in caduta libera nel ranking, con tre sole vittorie in diciotto partite disputate e con il “partito” del fuori Cheika che ingrossa quotidianamente le sue file. Il Tecnico australiano, dopo aver incassato fresca “momentanea riconferma” alla guida degli Wallabies, da canto suo rivoluziona la formazione rispetto al match perso sette giorni or sono contro il Galles. Folau torna al naturale ruolo di estremo, il veterano Adam Ashley-Cooper e il diciottenne esordiente Jordan Petaia ali, Foley sarà centro consegnando la maglia da apertura a Matt To’omua in mediana con l’altro esordiente Jake Gordon. Confermate terza e seconda linea di Cardiff mentre bocciata due terzi della prima con l’innesto di Fainga a tallonatore e Tupou a pilone. Michael Cheika, giramondo della palla ovale con esperienze in Irlanda, Francia ma anche Italia come giocatore a Livorno e allenatore a Padova negli anni novanta, è pronto a non commettere un ennesimo passo falso e apertamente indisponibile ad accontentare coloro che vedono la sfida di Padova come un ripetersi del miracolo di Firenze contro il Sudafrica. Sarà, invece, una gara durissima da non minimizzare in caso contrario la pena potrebbe essere dolorosissima. Nonostante il momento di crisi la “Down Under” è pur sempre una squadra di grande livello e, tuttora da quanto mostrato, vi è ancora un livello tecnico abissale fra le due nazionali. Ma almeno sognare è ancora consentito e fa già parte del progetto.

ITALIA: 15 Jayden Hayward, 14 Tommaso Benvenuti, 13 Michele Campagnaro, 12 Tommaso Castello, 11 Mattia Bellini, 10 Tommaso Allan, 9 Tito Tebaldi, 8 Abraham Jurgens Steyn, 7 Jake Polledri, 6 Sebastian Negri, 5 Dean Budd, 4 Alessandro Zanni, 3 Simone Ferrari, 2 Leonardo Ghiraldini, 1 Andrea Lovotti.
A disposizione: 16 Luca Bigi, 17 Cherif Traore’, 18 Tiziano Pasquali, 19 Marco Fuser; 20 Johan Meyer, 21 Guglielmo Palazzani, 22 Carlo Canna, 23 Luca Morisi. H Coach Conor O’Shea

AUSTRALIA: 15 Folau, 14 Ashley-Cooper, 13 Kerevi, 12 Foley, 11 Petaia, 10 To’omua, 9 Gordon, 8 Hooper (cap), 7 Pocock, 6 Dempsey, 5 Coleman, 4 Rodda, 3 Tupou, 2 Fainga’a, 1 Sio.
A disposizione: 16 Polota-Nau, 17 Ainsley, 18 Kepu, 19 Arnold, 20 Samu, 21 Genia, 22 Beale, 23 Haylett-Petty. H Coach Michael Cheika

Fischio d’inizio ore 15,00 con diretta TV su DMAX, canale 52 del digitale terrestre, a partire dalle 14.15.

Umberto Piccinini by RugbyingClass

Alfonso Maria Capriolo
L’ombelico del mondo

Sto partecipando, da spettatore curioso, ai numerosi incontri politici promossi nella mia città, Ancona, da vari soggetti e a vario titolo, che vedono la presenza di esponenti nazionali del Partito Democratico.

Da socialista non settario e realista, riconosco che il PD rappresenta comunque la forza più importante della sinistra italiana, cui spetterebbe il compito di aggregare attorno ad una sua proposta politica di centro-sinistra, le altre componenti della sinistra stessa, a cominciare dai partiti che nelle scorse elezioni politiche hanno dato vita alla lista “INSIEME” (PSI, Verdi, Liste civiche di ispirazione prodiana), per passare ai Radicali, alla variegata galassia di sigle che erano confluite in LEU (Art.1, Sinistra Italiana, Possibile, ecc.), agli orfani di Di Pietro dell’Italia dei Valori, arrivando fino ai compagni di “Servire il popolo”, tentando inoltre di coinvolgere per un progetto di governo “progressista” anche quel che resta di forze che pure hanno avuto un ruolo nella storia di questo Paese come i repubblicani, i socialdemocratici non confluiti nel PSI, gli ex-Alleanza Democratica, ecc.

Non ho particolare nostalgia per le “ammucchiate” de “I Progressisti” o dell’Ulivo, anche tenendo conto del fatto che non è più in vigore il sistema elettorale del “Mattarellum” che le aveva favorite e rese quasi obbligatorie.

Tuttavia, se si vuole creare un argine alla destra “sovranista” di Salvini che sta egemonizzando ciò che resta del centro-destra berlusconiano ed alla deriva autoritaria del populismo pentastellato andato al governo, bisogna mettere in campo una strategia che, per quanto basata sul riconoscimento delle differenze di ciascuna forza politica esaltate dal sistema elettorale proporzionale (che è lo stesso con il quale andremo a votare alle Europee del prossimo anno, anzi senza nemmeno la quota di collegi uninominali maggioritari), tenti di aggregare il più possibile il “popolo” del centro-sinistra su obiettivi comuni, chiari, praticabili sia nel breve che nel lungo periodo.

Mi sarei aspettato da dirigenti, nazionali e locali, di quel partito che ha retto il governo del Paese fino a sette/otto mesi fa, nonostante la batosta elettorale e il ridimensionamento del ruolo di Matteo Renzi nello scenario politico nazionale e nello stesso PD, una lucidità di analisi ed una capacità di lanciare proposte nella direzione sopraindicata.

Il 6 novembre ho assistito alla presentazione pubblica ad Ancona del candidato alla segreteria del PD, Nicola Zingaretti. Dico subito che il discorso del presidente della Regione Lazio mi è piaciuto: articolato e ragionato nella critica all’attuale governo, non iroso e senza lanciare anatemi contro la gestione renziana del suo partito, ma consapevole della necessità di cambiare l’attuale sistema organizzativo del PD, cosa che egli ha dichiarato di voler fare. Come e in funzione di quale politica non l’ha detto; lo scopriremo vivendo.

L’intervento di Zingaretti è stato preceduto dalla proiezione del video musicale “Rock’in 1000”, realizzato il 26 luglio 2015 al Parco Ippodromo di Cesena, nel quale mille suonatori (350 chitarristi, 150 bassisti e 250 batteristi) e 250 cantanti in coro si erano riuniti (senza prima conoscersi, ma rispondendo ad un appello lanciato su internet) per eseguire in sincrono un brano dei Foo Fighters, band rock da loro amata, ottenendo che, a seguito del grande successo del video sul web, il gruppo statunitense decidesse di aggiungere alle tappe italiane del proprio tour mondiale una proprio a Cesena, per soddisfare la richiesta di fan così determinati. Morale della storia: se ci si unisce assieme per perseguire un determinato obiettivo, anche se molto difficile, si può riuscire a raggiungerlo.

Ciò che però mi ha più colpito sono state le “slides” proiettate a ciclo continuo sul maxischermo in attesa dell’inizio della manifestazione: contenevano aforismi (un po’ da bigliettini dei Baci Perugina) di personaggi celebri come Martin Luther King (l’unico politico citato), la moglie del presidente statunitense Eleanor Roosevelt, il Dalai Lama, il giudice Paolo Borsellino (martire della giustizia, ma di idee dichiaratamente di destra), John Lennon, Albert Einstein e persino il filosofo inglese del 1600 John Donne, le tre senatrici a vita Rita Levi Montalcini, Liliana Segre e Margherita Hack, quest’ultima l’unica citata, assieme a Pier Paolo Pasolini, ad aver avuto un’appartenenza dichiarata alla sinistra, in quello che allora si chiamava Partito Comunista Italiano.

Mi ha stupito questa scelta del movimento “PiazzaGrande” – così si chiamano i sostenitori di Zingaretti alla segreteria dem – evidentemente condizionati dall’amore per la musica, visto che il nome è chiaramente ispirato all’omonima canzone di Lucio Dalla.

Nel loro “Pantheon” non figura nessun politico italiano, neppure Giuseppe Dossetti, Piero Calamandrei, Giorgio La Pira, Enrico Berlinguer, che pure erano presenti in quello del partito renziano, assieme a Gandhi, Nelson Mandela e John Fitzgerald Kennedy.

A mio avviso, questa carenza di richiamo ad una identità storica e politica la dice lunga sulla crisi del PD, il partito voluto da Walter Veltroni come “tendenzialmente maggioritario” ed autosufficiente. Piuttosto che affrontare il problema dell’identità, che rischierebbe di dividere i dirigenti di provenienza democristiana da quelli di provenienza comunista e post-comunista (per carità di patria non parliamo di quelli di provenienza socialista), si preferisce ancor oggi rimuovere il problema, pensare che il PD possa andare avanti metabolizzando tutto e il contrario di tutto, senza mai riconoscere i propri errori, del passato remoto e del passato recente, nella logica leninista, ma mutuata dalla Chiesa cattolica, secondo cui il partito ha sempre ragione, anche quando sbaglia.

I socialisti, in Italia e nel mondo, di errori ne hanno commessi tanti, ma ogni volta hanno saputo trarre lezione da questi, anche se ciò non ha impedito loro di commetterne di nuovi e diversi; ma nel frattempo, essi hanno contribuito a scrivere la storia d’Italia e d’Europa nel senso del progresso della classe lavoratrice e del rafforzamento della democrazia e dei diritti civili.

Se il PD non avvia una profonda riflessione, anche ideologica, su cosa vuol dire essere di sinistra nel terzo millennio, poveri loro e poveri noi.

Leggendo i motti dei personaggi citati, mi è venuto spontaneo pensare: “Mancano solo papa Francesco e Madre Teresa di Calcutta”. Poi, per un fenomeno mentale associativo, forse dovuto anche ai richiami musicali dei “piazzagrande”, mi è venuto in mente un verso di una canzone di Jovanotti (“Penso positivo”): «Io penso che a questo mondo esista solo una grande Chiesa, che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa …», che, a mio avviso, ben si attaglia a questa concezione un po’ pigliatutto, da “ma anche …” di veltroniana memoria. Del resto, Jovanotti aveva rivestito un posto di rilievo nel Pantheon renziano, avendo anche partecipato ad alcune edizioni della “Leopolda” fiorentina.

Sempre per associazione di idee, mi è venuto in mente il titolo di un altro tormentone di Lorenzo, “L’ombelico del mondo”.

Ecco, fintanto che i dirigenti ed i militanti del Partito Democratico non smetteranno di considerarsi “l’ombelico del mondo”, per cui l’occupazione più importante è quella di discettarne e di rimirarselo, temo che la sinistra italiana non sarà in grado di riconquistare consensi ed elettori.