mercoledì, 19 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Alberto Jacometti, il socialismo tra Politica e Letteratura
Pubblicato il 26-11-2018


Alberto-Jacometti2Nacque il 10 marzo del 1902 a San Pietro Mosezzo, piccolo comune del novarese, in una famiglia di modesti proprietari terrieri. Compiuti gli studi primari e secondari, nel corso dei quali aveva manifestato forti interessi per l’agricoltura, la letteratura e la politica, si iscrisse alla facoltà di agraria presso l’Università di Novara, dove nel ’24 conseguì la laurea. Collaborò nel frattempo a vari periodici, tra i quali “Il Lavoratore” e “La Parola socialista”, sui quali manifestò in modo sempre più netto le sue preferenze politiche che poi concretizzò aderendo ufficialmente al PSU, per cui subì violenze di elementi fascisti e la vigilanza della polizia. Dopo avere compiuto il servizio militare, visse per qualche tempo in Spagna. Rientrato in patria, venne guardato con sospetto dai fascisti, ormai dominatori in tutto il paese. All’indomani della emanazione delle leggi eccezionali decise di espatriare, questa volta in Francia. A Parigi fece lavori diversi per vivere e al tempo stesso cominciò a svolgere attività politica: collegatosi a fuorusciti rappresentanti di formazioni politiche diverse, diede vita a “Iniziativa”, una rivista fortemente critica del governo Mussolini. Di lì a poco venne espulso dalla Francia e passò nel Belgio, nella cui capitale si guadagnò da vivere lavorando come chimico, mentre insisteva nella collaborazione alla stampa socialista che circolava in Francia e nella Svizzera. Nel 1932 era tra i delegati al Congresso socialista di Marsiglia, dove ampliò le proprie conoscenze nel mondo socialista prendendo contatto con rappresentanti delle organizzazioni più attive nella lotta al fascismo. Di lì a poco rientrò in Italia volendo visitare il padre in fin di vita. Cadde però nelle maglie della polizia e per alcuni giorni conobbe il carcere. Rimesso in libertà, rientrò nel Belgio, ma dovette subire una misura disciplinare adottata nei suoi riguardi dalla Direzione del Partito socialista, che non aveva approvato le modalità del suo ritorno in libertà. Il provvedimento, però, non ebbe lunga durata. Presto egli tornò all’attività politica e venne eletto segretario della sezione belga del PSI, condividendo la politica di unità coi comunisti, motivata dalla sopravvenuta alleanza tra l’Italia e la Germania hitleriana, che rafforzava il fronte reazionario. All’inizio della guerra di Spagna si recò in quel paese e a Barcellona incontrò numerosi antifascisti attivamente impegnati contro i franchisti. L’inizio della seconda guerra mondiale con l’invasione del Belgio lo costrinse a rifugiarsi in Francia, ma quando le truppe naziste dilagarono anche in quel paese tentò come altri di imbarcarsi per gli USA. Cadde però in mano della polizia tedesca, che lo consegnò alla polizia italiana. Venne allora rinchiuso nelle carceri di Novara e successivamente condannato a cinque anni di confino. A Ventotene, dov’era stato destinato, visse fino all’agosto del 1943, quando, dopo l’arresto di Mussolini, venne rimesso in libertà. Tornato a Novara, riprese l’attività politica e lavorò intensamente nei comuni del novarese alla costituzione del CLN e alla ricostituzione del Partito socialista, di cui divenne segretario provinciale. All’indomani della liberazione diresse “Il Lavoratore”, organo del PS, e in quanto figura di spicco nella regione fece parte della Direzione nazionale del partito. Nel giugno del ’46 venne eletto all’Assemblea costituente. Con l’approssimarsi delle elezioni dell’aprile 1948 si oppose alla presentazione di liste uniche col PCI nel Fronte Democratico Popolare, pur essendo ancora favorevole alla unità d’azione dei due partiti contro le forze reazionarie e la DC, convinto che la distinzione elettorale avrebbe favorito i socialisti. I risultati delle elezioni gli diedero ragione: rispetto al ’46 il PSI perdette oltre metà dei deputati, ed egli fu tra i non rieletti. Nel congresso nazionale di Genova del successivo giugno la forte reazione suscitata nel partito dalla recente esperienza lo portò alla segreteria con una direzione centrista della quale facevano parte, tra gli altri, Riccardo Lombardi e Giancarlo Matteotti. Punti cardine della linea proposta dalla maggioranza a lui facente capo erano l‘autonomia del partito, che non significava però rifiuto della collaborazione col PCI, e l’unità dei lavoratori nella CGIL, negli Enti locali, ecc. La formazione un po’ composita della Direzione, l’estrema povertà finanziaria del partito, la difficoltà a garantire una posizione effettivamente centrista in un momento particolarmente instabile della politica interna e internazionale resero difficile la posizione del partito, e federo sì che nel congresso del maggio 1949 si tornasse alla vecchia linea politica. Rieletto alla Camera nel 1958 e 1963, Jacometti presiedette il Collegio nazionale dei probiviri e nel contempo si attivizzò fortemente nell’ARCI. Nel 1968, nuovamente candidato alla Camera, non venne rieletto. In questo frattempo tornò all’impegno letterario, aggiungendo nuove opere a quelle che aveva pubblicato nei precedenti anni. Nel ‘45 aveva infatti scritto sulla riforma agraria, nel ‘46 aveva ricordato l’esperienza di confinato a Ventotene, nel ’49 aveva pubblicato “Il diavolo stanco”. Erano seguiti nel ’52 “Gli scoiattoli” e “Quando la storia macina”, due anni dopo “Quindici anni di esilio” e di seguito “Temporale in risaia”, “Il filo di Arianna. Ricordi di un uomo politico”, “Mia madre”, “L’uomo e il bosco”, “Dio se ne frega”, fino a “La fata Morgana e il pinguino”, apparso nel 1981. Frammisti a questi lavori ne erano apparsi altri riguardanti l’ARCI e il tempo libero, frutto delle sue esperienze non strettamente politiche. Morì a Novara il 30 gennaio del 1985.

Giuseppe Miccichè

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