sabato, 17 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

I socialisti: da resistenti a esistenti
Pubblicato il 02-11-2018


Mentre ci accingiamo, con il Consiglio nazionale del 17 novembre, a iniziare il percorso che ci porterà al congresso prima delle Europee, mi sembra giusto sviluppare qualche riflessione su di noi e sull’insieme dei soggetti del centro-sinistra, allargando ancora di più lo sguardo a tutte le forze dell’opposizione che appare oggi un po’ come l’Araba fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa. Partiamo da noi, dalla nostra piccola, ma orgogliosa comunità di resistenti, di orfani di un vecchio Psi che non si può resuscitare, ma dal quale ancora oggi si possono trarre utili insegnamenti, il principale dei quali mi pare essere quello della capacità di lettura delle grandi trasformazioni economiche, sociali e politiche. Su questa capacità non mi dilungo, ma resta il fatto che il contributo che anche oggi larga parte del gruppo dirigente del nostro piccolo Psi potrebbe offrire è assai più elevata dei voti che sono stati rinchiusi nella nostra languente cassetta elettorale.

Un briciolo di intelligenza dovrebbe spingere tutti i socialisti a percorrere il sentiero che da novembre alla prossima primavera ci vedrà impegnati in uno sforzo di approfondimento e di rilancio. Prendo per buona la disponibilità che non da oggi (la sua volontà di essere presente alla Festa dell’Avanti di Caserta lo testimonia) ha manifestato Bobo Craxi. Spero che tale disponibilità sia condivisa anche da altri. In un documento sottoscritto da diversi compagni che ci avevano lasciato ho colto assieme a una positiva volontà di riallacciare le fila qualche espressione un po’ esagerata di polemica interna. Nessuno deve chiedere a chi intende tornare di rinunciare alle proprie posizioni critiche che anzi rappresentano il sale di una comunità quando non sono spinte all’eccesso come qualche volta é avvenuto in passato, ma non si può pretendere che chi é rimasto debba sentirsi in colpa.

Quello che ci aspetta sarà un congresso di grande rinnovamento, a cominciare dal segretario che ha annunciato la sua decisione di non ricandidarsi. Lo sarà, lo deve essere, sia per le modalità di approntamento del congresso, sia per la composizione degli organi, sia per la sua organizzazione interna. Il Consiglio nazionale, nella sua imminente seduta, avvierà la fase congressuale, ma tutti coloro che intendano, da iscritti o come associati a circoli o ad organizzazioni varie, portare il loro contributo é giusto e opportuno che siano chiamati a farlo, senza esclusioni o privilegi. Si potrebbero creare commissioni congressuali ad hoc con la presenza anche di compagni non iscritti e che intendano iscriversi o di circoli e di associazioni di area.

Personalmente avanzo l’idea, ne ho gia parlato in segreteria, di elaborare una cornice di documento alla quale siano chiamati a portare il loro contributo tutte le federazioni e i comitati regionali, per poi solo al momento congressuale produrre il documento conclusivo e la proposta del nuovo segretario e degli organi, che a mio avviso dovranno essere molto più snelli di quelli attuali. Ripeto: un Consiglio nazionale di cento, una direzione di trenta, una segretaria di dieci. Ho più volte avanzato anche l’idea della doppia tessera sul modello radicale. Non si capisce perché molti di noi possano avere quella radicale e perché i radicali non possano avere la nostra. Non si capisce perché coloro che si dichiarano socialisti italiani (aggiungo volutamente il secondo termine) non possano avere la tessera dell’unico partito che si chiama Psi, pur militando anche in altre organizzazioni politiche.

Un congresso nuovo, dunque, per un modello nuovo di partito, che potrebbe lanciare, svolto prima di quello del Pd, alcune proposte chiare allo stesso Pd e a tutta l’area del centro-sinistra e dell’opposizione al governo dello sfascio, dunque sfascista e non fascista. A mio avviso il congresso potrebbe diventare una tribuna aperta a tutti costoro per una riflessione sul futuro e per rispondere alla seguente domanda: qual’é il più idoneo sistema politico dell’opposizione per poter contrastare nel modo migliore e con esiti positivi la maggioranza gialloverde? Gli ultimi sondaggi mi paiono eloquenti. La Lega é di gran lunga il primo partito italiano mentre i Cinque stelle sono in flessione. Il punto é che contemporaneamente anche il Pd continua a perdere voti. Dunque il Pd pare oggi una risposta sbagliata anche alla crisi del grillismo. Non intercetta voti, anzi accentua ulteriormente la sua emorragia.

Quel che servirebbe oggi é dunque un nuovo soggetto politico capace di andare oltre (uso anch’io il vecchio termine occhettiano) il Pd e che si proponga con un nuovo nome, un nuovo e credibile leader, un nuovo programma. Direi un partito capace di superare la fase veltroniana del riformismo italiano e di affondare decisamente le sue radici in Europa. Se questo non avverrà credo sia compito degli altri far sorgere questo nuovo soggetto. E sarà anche frutto della nostra capacità di unire se questo sforzo produrrà un esito. Voglio solo rimarcare il fatto che se ai voti di Più Europa di Emma Bonino si fossero sommati quelli di Insieme, oggi avremmo in Parlamento un gruppo di deputati e senatori a far da lievito a un nuovo soggetto, un seme dal quale far germogliare la nuova pianta. Se questo non é avvenuto la responsabilità non può certo essere fatta ricadere sui socialisti. Quel che non si può più fare è rimanere alla finestra. In questa epoca di grandi cambiamenti la velocità é impressionante. Possono morire e nascere nuovi partiti, leader sconosciuti prendere il posto di altri che si pensava eterni, mentre possono essere ribaltate tendenze elettorali affermatesi come impetuose. In questo ambito noi possiamo e dobbiamo giocare una partita importante. Possibilmente uniti, con intelligenza e apertura, con la capacità che non ci è mai mancata di lanciare nuove idee e di suggerire tragitti anche a chi dispone di molta più forza di noi. Non resistenti solo, dunque, ma esistenti, davvero.

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Commenti all'articolo
  1. Quando, sul piano politico, si parla di mettere o rimettere insieme pochi o molti “pezzi”, a me pare che il tutto ruoti intorno alla linea politica, e bisognerebbe ad esempio capire meglio le ragioni che animavano i “diversi compagni che ci avevano lasciato”, ovvero quanti “ponendosi in una posizione di dissenso si erano momentaneamente separati dalle attività di Partito”, come sta scritto in altro articolo sempre in argomento, dal titolo ”Ora coesione nel mondo socialista”.

    Capire cioè se erano motivi di natura politica, programmatica, o di alleanze, ecc…., o si sia invece trattato di “ruggini” di tutt’altra origine, semmai del tutto comprensibili ma che poco si addicono ai propositi, sicuramente ambiziosi ma del tutto legittimi, di una forza politica storica che ha saputo sopravvivere a momenti molto difficili e burrascosi, e alla perdita di consenso, e crede ancora nella propria “capacità di ripresa” e nella possibilità di rimontare la china (forse proprio in forza della sua “storicità”).

    Tornando alla linea ed azione politica, io penso che se l’attuale PSI intende rappresentare un polo di riferimento ed aggregazione, dovrebbe immettervi una forte dose di liberalsocialismo, e non andare più a rimorchio del maggior azionista della sinistra, come è successo in questi anni, o come ha dato perlomeno l’idea che così sia stato (diversamente il rinnovamento e cambio della Segreteria rischia di essere una iniziativa di semplice e pura facciata, che lascia il tempo che trova).

    Del vecchio PSI il Direttore scrive “che non si può resuscitare, ma dal quale ancora oggi si possono trarre utili insegnamenti, il principale dei quali mi pare essere quello della capacità di lettura delle grandi trasformazioni economiche, sociali e politiche”, ed allora, pena il contraddirsi, non andrebbe dimenticato il passaggio del MIDAS, che portò ad una svolta, se non vera e propria “sterzata” della linea politica, inaugurando una nuova e fruttuosa stagione politica.

    Quanto all’essere “non resistenti solo, dunque, ma esistenti, davvero”, io penso che il solo fatto di esser stati resistenti, ai vari livelli e con ostinazione, permetta ora ai socialisti di poter prefigurare un futuro migliore, e se è stata importante la resistenza esercitata a livello nazionale – da chi aveva il ruolo e le qualità per farlo, a cominciare dalle doti dialettiche e dal saper “tener la scena – non lo è stato di meno l’impegno di quanti hanno agito in periferia.

    Lo hanno fatto in maniera più silenziosa ma facendo capire che nella cultura socialista vi era anche una grande dose di “idealità”, e sono così riusciti a farsi apprezzare per la loro disinteressata coerenza e l’incrollabile fedeltà al passato di riformisti, ed è anche per questo che io punterei molto sulle elezioni locali, dove i socialisti possono ben figurare, e la loro presenza nei consigli comunali mi sembra un buon modo di “esistere” (e non secondo alla “ribalta” nazionale).

    Allargando lo sguardo fuori dai confini nazionali, è sicuramente innegabile la crisi di molte “socialdemocrazie”, ma la trovo non di rado ascrivibile al fatto di aver virato parecchio verso il massimalismo, col rischio di perdere la “capacità di lettura delle grandi trasformazioni economiche, sociali e politiche”, almeno questa è la mia impressione, e penso altresì che potrebbero ritornare “in auge”, e riguadagnar terreno, se sapranno correggere la “direzione di marcia”.

    Paolo B. 03.11.2018

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