sabato, 17 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

L’oca spennata
Pubblicato il 07-11-2018


Jean Baptiste Colbert, ministro delle finanze di Luigi XIV, il re Sole, nel diciassettesimo secolo, diceva: “l’arte della tassazione consiste nello spennare l’oca in modo da ottenere il massimo delle penne con il minimo di starnazzi”.

Noi italiani però, a differenza dei francesi, di fronte alle tesse non starnazziamo e neanche facciamo le rivoluzioni: ci limitiamo a brontolare e, quando si può, ad evaderle. Certo, siamo consapevoli che servono per pagare forze dell’ordine, scuola sanità ecc. ma non proviamo sensi di colpa, al massimo qualche timore di essere scoperti. Da noi l’evasore fiscale non provoca la riprovazione sociale, ma solo l’invidia e il rammarico di non poterlo imitare. Il fisco ci mette poi del suo per evitarci qualsiasi forma di imbarazzo e tanto meno di vergogna, violando una delle prime regole che si insegnano alle elementari: non si sommano pere e mele.

E cosa altro fa un fisco che pretende la stessa aliquota IRPEF del 43% chi ha un reddito cento mila euro e da chi invece guadagna 1 milione o più di euro? Mette nello stesso mucchio chi è benestante, e neanche poi tanto se monoreddito con moglie e due o tre figli a carico, con chi è decisamente ricco. E’ però nella sanità che il fisco dimostra i progressi raggiunti dai tempi di Colbert: l’oca viene spennata proprio quando dovrebbe essere assistita e non ha la forza per starnazzare. L’esempio tipico è di chi si rivolge ad un ospedale per richiedere qualche visita od esame specialistico e si sente rispondere che il posto c’è tra sei mesi, ma se preferisce pagare c’è già per il giorno dopo.

Cosa c’entra il fisco in questo che potrebbe un tipico caso di mal funzionamento della sanità? C’entra,c’entra. Innanzi tutto risparmiando non erogando il servizio e poi tassando quello che fornisce a pagamento. Ipotizziamo per comodità di calcolo che il paziente paghi 100 euro per quella viene definita visita intramoenia:   20 vanno all’ospedale, degli 80 euro che in teoria spettano al medico 45 deve poi girarle al fisco e all’ENPAM. Una soluzione però ci sarebbe per evitare di pagare l’ospedale, che si trova in un vero e proprio conflitto di interessi, e tasse varie come conseguenza di un servizio negato. Si potrebbe applicare sulla parcella una cedolare secca del tipo che si usa per l’affitto convenzionato degli appartamenti: il medico finirebbe per guadagnare la stessa cifra di oggi, 35 euro, equivalenti ad un normale ticket, ma il il paziente non spenderebbe 100 euro.

Leo Alati

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Commenti all'articolo
  1. Se non ho frainteso le parole dell’Autore, mi par di capire che si vedrebbe con favore una cedolare secca sulle parcelle, del tipo che si usa per l’affitto convenzionato degli appartamenti, mentre non si sarebbe invece d’accordo con l’aliquota fiscale unica, la cosiddetta Flat Tax, per la ragione che “chi è decisamente ricco” deve avere un’aliquota IRPEF maggiore rispetto a chi è solo “benestante” (resta in ogni caso da stabilire come e dove porre l’asticella della “ricchezza”).

    Se questo fosse effettivamente il pensiero di chi ha scritto queste righe, se cioè non ho travisato il senso del suo dire, mi sembrerebbe di trovarmi davanti ad una contraddizione, perché se si ritiene che la detassazione porti giovamento – per quanto ne so detta cedolare secca avrebbe fatto aumentare di oltre il 40% le entrate del settore, per il pubblico erario – non si vede perché non applicarla in maniera generalizzata, ivi compresa per l’appunto l’aliquota IRPEF.

    Paolo B. 09.11.2018

    • Ritengo l’aliquota Irpef proporzionata al reddito un fattore fondamentale di distribuzione della ricchezza a favore di ha meno. La scelta delle varie asticelle è ovviamente politica: quelle attuali penalizzano il ceto medio e favoriscono chi gode di un alto reddito. Ci sono dei casi tuttavia, come il canone delle case, in cui la maggiore tassazione finisce per essere pagato da chi affitta. Propongo per questo di tenere contro oltre che dei principi generali anche del buon senso. Leo Alati.

  2. Il buon senso è sempre utile ma a monte ci vuole, a mio modesto avviso, una linea politica abbastanza precisa, e per così dire “vincolante”, perché altrimenti il buon senso può trovare anche interpretazioni abbastanza elastiche, e semmai piuttosto diverse tra loro.

    Se il paragone regge, è un po’ come il garantismo, che può essere a 360 gradi, senza se e senza ma, indipendentemente da chi è chiamato in causa, oppure differenziare le situazioni in nome del buon senso (col rischio di essere meno garantisti con gli avversari)

    Proprio sulla base di questa logica penso che se si guarda con favore alla defiscalizzazione, come strumento che possa aiutare la nostra economia, ecc., la si debba applicare in forma quanto più possibile generalizzata, non fermarsi cioè a metà strada.

    Paolo B. 14.11.2018

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