mercoledì, 21 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Naspi anche a chi lascia l’Italia. Statali in pensione dopo 9 mesi. Bonus Manovra per i 110 e lode
Pubblicato il 07-11-2018


Inps
NASPI ANCHE A CHI LASCIA L’ITALIA

Una recente novità previdenziale riguarda la nuova prestazione di assicurazione sociale per l’impiego (Naspi) che ha preso il posto di Aspi e mini-Aspi dal 1° maggio 2015. L’indennità  di disoccupazione è rivolta a tutti i lavoratori dipendenti che hanno perso involontariamente il lavoro, a cui vanno aggiunti gli apprendisti, i soci di cooperative che hanno stipulato un rapporto di lavoro in forma subordinata e il personale artistico inquadrato con rapporto di lavoro subordinato. Sono escluse dalla tutela le risoluzioni consensuali e le dimissioni, fatta eccezione per quelle per giusta causa e quelle rassegnate durante il periodo di tutela della maternità.
Il lavoratore disoccupato viene convocato dal centro per l’impiego, entro 2 mesi dalla data di licenziamento, per effettuare il primo colloquio conoscitivo e viene iscritto all’Anpal (Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro). Contestualmente stipula un patto di servizio che prevede la disponibilità a incontri di orientamento e formazione e l’accettazione di congrue proposte di lavoro.
In seguito al parere espressamente richiesto e fornito dal Ministero del lavoro, l’Inps ha di recente modificato parzialmente il suo orientamento in caso di espatrio del lavoratore: la Naspi infatti, in tale fattispecie, potrà essere percepita per tre mesi anche dai disoccupati che escono dall’Italia per soggiornare all’estero con momentanea sospensione degli obblighi previsti dalla legge.
Restano, invece, invariati i requisiti richiesti per accedere al trattamento economico di disoccupazione e cioè: nei quattro anni precedenti alla disoccupazione involontaria occorre aver maturato almeno 13 settimane di contribuzione e negli ultimi dodici mesi almeno 30 giornate di lavoro effettivo, con alcune eccezioni.
La durata della Naspi 2018, varia a seconda di quanti contributi si sono stati versati negli ultimi quattro anni prima del licenziamento involontario, ma la durata massima è di 24 mesi. Diverse le polemiche su quest’indennità, soprattutto sulla durata e sulla modalità di calcolo che, secondo i sindacati, penalizzano alcune categorie di lavoratori, tra cui gli stagionali.
Fine dell’Asdi
Tra le altre novità prefigurate per i lavoratori, nel corso di quest’anno, c’è stato l’addio all’Asdi, l’assegno sociale di disoccupazione che aveva preso il via a gennaio 2016 ed era riservato ai soggetti che avevano fruito già della Naspi per la durata massima.
Prorogato per tutto il 2017, dal 1° gennaio 2018 non è più in vigore e le risorse che prima erano destinate a questo assegno sono andate a finanziare il Reddito di inclusione (Rei).
Mentre è rimasta immodificata l’indennità di disoccupazione agricola, che spetta ai lavoratori agricoli, con almeno due anni di contribuzione Naspi versata e che abbiano accreditati sulla loro posizione assicurativa non meno di 102 contributi giornalieri corrisposti nei 24 mesi precedenti la domanda.
Nessuna novità è intervenuta anche per la Dis-coll, la disoccupazione pensata per i collaboratori coordinati e continuativi (con o senza progetto) rimasti senza lavoro. Per essere ammessi a beneficiare di tale prestazione – si ricorda – bisogna essere disoccupati, iscritti in via esclusiva alla Gestione separata Inps, non avere partita Iva e avere corrisposto almeno tre mensilità di contribuzione dal 1 gennaio dell’anno precedente.
L’assegno di ricollocazione
Un ulteriore importante innovazione, introdotta sempre nel 2018 con l’obiettivo di evitare i licenziamenti collettivi, ha interessato sia le aziende strategiche sia quelle allocate nelle aree di crisi complessa. E’ stato difatti reso possibile per il personale in Cigs accedere all’assegno di ricollocazione prima del licenziamento (in precedenza era indispensabile essere disoccupati da almeno 4 mesi) per poi iniziare un percorso finalizzato a un nuovo lavoro entro 12 mesi. L’assegno – si sottolinea – va dai 250 euro (al Sud, sotto i tre mesi di assunzione) ai 5mila euro (per un contratto di almeno un anno) e viene pagato al centro per l’impiego o all’agenzia privata accreditata a ricollocazione effettuata.
Importante, lo strumento della conciliazione protegge l’impresa da possibili contenziosi, mentre l’indennità è defiscalizzata per i primi nove mesi. Il lavoratore, invece, incassa la Cigs e partecipa attivamente alla ricerca del nuovo posto di lavoro. Una volta reperito, oltre al nuovo stipendio, potrà intascare anche il 50% della Cigs residua.

Lavoro
MALATTIA, QUANDO SCATTA IL LICENZIAMENTO

Licenziare un dipendente assente per malattia è possibile, ma solo al trascorrere di un determinato periodo di tempo. Nelle prime settimane di malattia, infatti, il dipendente non può essere licenziato visto che la legge lo tutela preservandolo da eventuali provvedimenti disciplinari da parte del datore di lavoro. Nel contempo il lavoratore percepisce un’indennità di malattia che nei primi tre giorni (periodo di carenza) è corrisposta dal proprio datore di lavoro, mentre per quelli successivi dall’Inps. Da parte sua il dipendente ha l’obbligo di comunicare l’assenza per malattia al datore di lavoro, di richiedere il certificato medico e di rispettare l’obbligo di reperibilità negli orari delle visite mediche.
Ma torniamo a parlare del licenziamento per malattia. Come anticipato questo non è possibile nei primi giorni, tuttavia una volta decorso un determinato arco di tempo – chiamato periodo di comporto – al datore di lavoro viene lasciata la libera facoltà di poter recedere anticipatamente il contratto di lavoro. È l’articolo 2210 del Codice Civile, precisamente nel II comma, a permettere il licenziamento per malattia una volta trascorso il periodo di comporto, il quale è quantificato dal CCNL a cui fa riferimento il lavoratore. Ad esempio, per gli impiegati con meno di 10 anni di servizio il periodo di comporto è di 3 mesi, mentre per quelli con anzianità superiore è di 6 mesi. Per avere la certezza di quanti giorni di assenza non bisogna superare, quindi, bisogna fare riferimento al contratto collettivo di riferimento.
Di solito, comunque, il periodo di comporto è pari a 180 giorni che tra l’altro è anche il limite annuo dei giorni di assenza per malattia che l’Inps retribuisce. Scaduto il 180esimo giorno, quindi, il dipendente non percepisce alcuna indennità sostitutiva. Prima di concludere è bene sottolineare che il periodo di comporto può essere secco, ossia quando fa riferimento a un’unica malattia ininterrotta, o anche per sommatoria, ossia quando nel calcolo si tiene conto di tutti i giorni di assenza per malattia effettuati nel corso dell’anno anche se non consecutivi.

Manovra
STATALI IN PENSIONE DOPO 9 MESI

Per i dipendenti della Pubblica amministrazione che usciranno con quota 100 sarà prevista una norma ad hoc, che conterrà “un preavviso di 9 mesi”. Lo ha detto il ministro della Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno, nel corso dell’Intervista di Maria Latella su SkyTg24, fornendo ulteriori dettagli sulla possibilità per gli statali di lasciare il lavoro usufruendo della nuova misura previdenziale promossa dal governo giallo-verde. “Voglio anche concorsi più veloci e unici, perché ci vuole omogeneità in preparazione”, ha aggiunto il ministro. Quanto al turn over, Bongiorno ha ribadito: “Ho sempre detto che investiremo nella pubblica amministrazione, a differenza dei precedenti governi. Con noi non si taglia. Abbiamo un turn over al 100%, quindi per 100 persone che escono ce ne saranno 100 che entrano. La norma è già finanziata”.

Manovra
BONUS PER I 110 E LODE

Tra gli interventi inseriti in manovra c’è poi il bonus lavoro per le giovani eccellenze italiane che riguarderà i datori di lavoro che assumono laureati da 110 e lode. I datori di lavoro – per un anno ed entro il limite di 8mila euro – potranno evitare di versare i contributi previdenziali (esclusi Inail) se assumeranno con contratto subordinato a tempo indeterminato laureati o dottori di ricerca in possesso dei requisiti. Si tratta di giovani che hanno riportato una votazione pari a 110 e lode che abbiano ottenuto il titolo “dal 1° gennaio 2018 al 30 giugno 2019 e prima del compimento del 30esimo anno di età, in università statali e non statali legalmente riconosciute, italiane o estere se riconosciute equipollenti in base alla legislazione vigente in materia, ad eccezione delle Università telematiche”.
Per i dottori di ricerca, invece, il titolo deve essere ottenuto “prima del compimento del 34esimo anno di età, in università statali e non statali legalmente riconosciute italiane ad eccezione delle Università telematiche”. L’esonero, si legge ancora, “è riconosciuto anche per assunzioni a tempo parziale, purché con contratto subordinato di tipo indeterminato. In tal caso, il limite massimo dell’incentivo è proporzionalmente ridotto”. L’esonero “si applica anche nei casi di trasformazione, avvenuta tra il 1° gennaio 2019 ed il 31 dicembre 2019, di un contratto a tempo determinato in contratto a tempo indeterminato fermo restando il possesso dei requisiti previsti alla data della trasformazione”.

Carlo Pareto

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