mercoledì, 19 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Rugby Cattolica TM: Azzurri sgretolati dagli All Blacks
Pubblicato il 26-11-2018


all blacks italiaSemplicemente non c’è stata partita, ergo, più che un test match è stato un crash-test. Un frontale in piena regola dove l’utilitaria azzurra non ha assorbito il brutale urto sbriciolandosi letteralmente contro l’incrollabile barriera nera. Dieci mete a zero, 66 a 3 il risultato finale, dove l’aspetto che più fa riflettere è il commento d’analisi della FIR, fra il rassicurante e lo scontato, con i consueti: “il progetto va avanti , quando giocano così il confronto è impossibile, sono di un altro livello”. Ci permetta l’ardire ma le sue spiegazioni risultano, a volte, troppo facili Mr.O’Shea.
Certo la sconfitta era nelle cose e contro una squadra tanto spietata quanto i “Tutti Neri” di sabato, pochi sarebbero usciti indenni.
Gli All Blacks hanno documentato a Roma quanto risaputo. Quanto sono permalosi alle sconfitte e la conseguente determinazione nella ricerca della vittoria, l’infinita quantità di talento disponibile e la varietà e adattabilità di gioco che possono esprimere non ha eguali sul Pianeta. La sconfitta di Dublino ha fatto scattare in loro l’immediato screening del perché. All’Olimpico vi è stata un ulteriore evoluzione dove la chiave è stata cancellare la prevedibilità modificando quando e come utilizzare i corridori dietro la prima ondata, l’ingrediente mancante contro l’Irlanda. I fratelli Barrett, Damian McKenzie, Richie Mo’unga, Anton Lienert-Brown, farebbero vincere la Coppa del Mondo a chiunque li schierasse.
Nessuno vuole infierire ma qualcosa di più, se non dire, bisogna fare. Più che il computo numerico è l’approccio al match o meglio il non approccio ad essere uno sfregio per tutto il movimento. I Media esteri hanno assolutamente snobbato gli Azzurri cancellandoli dalla cronaca e dedicando “esclusive paginate” su colorate analisi e quanto prodotto dagli All Blacks. D’altronde, poche volte, la squadra italiana è stata spettatrice rispetto a quanto succedeva in campo. Una quasi accondiscendenza psicologica, pur dannandosi, alla sconfitta. Il 101 a 3 contro gli All Blacks dell’ottobre 1999 aveva visto, come dire, più carattere in campo. Nonostante continui in qualche modo a rasserenarci, dicendoci cose anche ovvie, non tutti intravedono la stessa luce in fondo al tunnel che vede lei e i suoi collaboratori. Si era nella “terra di mezzo” fra il Grande Rugby, molto sotto, e il rugby di USA, Fiji, Giappone, Georgia, non molto più su, e lì ci troviamo dopo 30 mesi. Francamente con nostalgia, a volte, delle tanto deprecate “onorevoli sconfitte”.
C’è chi ha l’impressione, certamente data da un’angolatura meno privilegiata della sua, vi sia un impianto di gioco troppo “ortodosso” un po’ vetero, non al passo all’evoluzione del rugby nel terzo millennio. Pare quasi Lei si limiti a geometrie elementari forse ritenendo il nostro rugby non ancora all’altezza. Anche la scelta sui “nomi” ed il minutaggio da l’impressione sia, diciamo, poco aperta e con predilezione troppo conservativa. Non che si abbia tutto questo catalogo ma, in questi test autunnali e con un Mondiali alle porte, qualche prova in più la si poteva azzardare? Alla vigilia sono venute a mancare pedine quasi inamovibili come Minozzi, Parisse e Viola. Se per l’estremo ed il “Capitano” i sostituti hanno sempre ben figurato, in cabina di regia un terzo mediano di mischia lo si poteva chiamare in quattro partite in calendario? Assente anche Gori, magari quel Charly Trussardi, classe 1997, che benino ha fatto a Clermont lo scorso anno e bene fa a Bezier quest’anno. Un bel “metronomo” in netta crescita, almeno da quanto dicono attenti osservatori transalpini, con esperienza in una competizione dura e di livello come il ProD2. Sicuramente non ci porterebbe sull’Olimpo ovale ma farebbe attecchire quella naturale frenesia del posto sicuro a prescindere. Life goes on!

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