mercoledì, 21 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Tennis: tutto pronto per Milano. Barty, Khachanov e i numeri uno
Pubblicato il 05-11-2018


BBPk64DProssimi appuntamenti con il tennis, a seguire, le Next Gen Atp Finals e le Atp Finals di Londra. Se tutto è pronto per le prime – al via dal 6 al 10 novembre prossimi a Milano – si è cominciato già a formare lo schieramento dei big che scenderanno in campo nelle seconde. Per quanto riguarda l’evento italiano, si è già cominciato a giocare e si è concluso il torneo di qualificazione preparatorio – tutto italiano – per decidere quale sia il tennista nostrano ad entrare a pieno regime nel ‘tabellone’. Il vincitore è risultato un sorprendente Liam Caruana, che ha sconfitto il favorito Raul Brancaccio; dopo aver perso il primo set, l’atleta ha rimontato; una partita equilibrata in cui ci sono stati anche due tiebreak, che si è aggiudicato appunto il futuro vincitore. Se nel primo set è stato Raul ad andare subito in vantaggio per 3-1, nel secondo è stata la volta di Liam a passare avanti nel punteggio con lo stesso score. Un tennista molto vivace, con ottima mobilità, che ha saputo mettere pressione, essere incisivo con la sua velocità di colpi, in grado di rispondere a tutto e di respingere ogni colpo, costringendo l’avversario a venire in avanti a rete e a prendersi più rischi. Molto preciso, anche nell’incontro precedente con Giacomini, altro tennista dal gioco molto dinamico e rapido, dai colpi molto potenti e profondi, con cui ha messo in atto una rimonta similare. Quasi due match speculari. Brancaccio era il favorito, sembrava il più esperto, il più solido, il più maturo, il più equilibrato, invece si è fatto sorprendere dal fervore di un tennista fresco, grintoso, che ha fatto della giusta rabbia agonistica il vigore per vincere. 2-4 4-1 4-3 4-3 il punteggio finale con cui Caruana è diventato l’ottavo partecipante alle Next Gen Atp Finals. Sicuramente sono stati giovani che hanno regalato emozioni. Un’ottima vetrina per tutti quanti, ognuno voglioso di rappresentare l’Italia. Come sempre c’è riuscito solamente uno, ma – date le esperienze passate – sicuramente resterà un’esperienza positiva e un ottimo trampolino di lancio per ciascuno. Nulla da fare quest’anno per Matteo Berrettini e per Andrea Pellegrino, a quest’ultimo forse ha giocato un brutto scherzo l’emozione; ma, se si pensa che solamente un anno fa Matteo Berrettini giocò ed entrò nel tabellone delle Next Gen Atp Finals, ma poi perse subito al primo turno, eppure quest’anno di strada ne ha fatta, facile pensare a quali prospettive rosee e positive si aprano per questi giovani talentuosi e forti soprattutto da un punto di vista mentale. Caruana ha realizzato un sogno, compiendo quel miracolo in cui confidava, sulla spinta delle fede religiosa che sente, tanto da avere tatuato sul costato un passo della Bibbia, tratto dal Libro dei proverbi, che cita proprio la frase: “confida nel Signore con tutto il tuo cuore [….]”. Milanista (anche se, per le Next Gen Atp Finals sarebbe stato disposto anche, in caso di vittoria, a vestire la maglia dell’Inter e gridare persino: ‘forza Inter!’ – come ha confessato in un’intervista rilasciata a Supertennis), tifoso e grande estimatore di Kei Nishikori (per il suo temperamento moderato e tranquillo, per la sua velocità di colpi e rapidità di movimento e spostamento in campo: “in questo lo vedo e sento simile a me” – ha ammesso il giovane tennista -), invece, Raul Brancaccio. Questo ci riporta al grande appuntamento con i big per le Atp Finals di Londra e al torneo precedente indoor: il Master 1000 di Parigi Bercy. Ad aggiudicarselo proprio un ex Next Gen: il 22enne Karen Khachanov. Un torneo strepitoso per il russo, che si aggiudica il terzo titolo stagionale e il quarto in carriera. Infatti quest’anno si è imposto: a Marsiglia (altro indoor in Francia) – sul francese Lucas Pouille (per 7/5 3/6 7/5) -, alla Kremlin Cup a Mosca (sul francese Adrian Mannarino, con un doppio 6/2), ora al Rolex Paris Master di Parigi Bercy. Suo primo Master 100 in carriera. Il suo primo torneo vinto risale al 2016, quando conquistò l’Open di Chengdu sullo spagnolo Albert Ramos-Vinolas per 6/7 7/6 6/3. Sicuramente non finiranno qui i successi e i traguardi per questo tennista talentuoso, che sale alla posizione n. 11 del mondo e si concede la possibilità di giocare le Atp Finals di Londra. Ai danni di Fabio Fognini, che non riesce ad accedervi. Infatti i due tennisti si contendevano il posto per l’appuntamento londinese; ma al russo è riuscita un’impresa strepitosa, mentre l’azzurro si è trovato di fronte un solido Federer a fermare il suo cammino. Khachanov ha sconfitto, di seguito: Krajinović, per 7/5 6/2; Ebden per 6/2 2-0, quando l’australiano si è ritirato; Isner, per 6/4 6/7 7/6; Alexander Zverev, numero cinque del mondo, per 6/1 6/2 e Dominic Thiem, numero sette del mondo, per 6/4 6/1. Approdando, così, alla finale. Un talento il suo indiscusso, esploso di recente. Gioca da quando aveva tre anni e, in finale, ha persino superato il numero uno al mondo Novak Djokovic. Il russo ha giocato in maniera strepitosa, molto solida, mettendo a segno alla perfezione ogni colpo: di dritto o di rovescio, al servizio o a rete, da fondo o in attacco. Davvero pressoché ingiocabile. Il serbo ha raggiunto la vetta della classifica mondiale, ma si è dovuto arrendersi alla maggiore freschezza fisica e agonistica del russo, che in finale lo ha sconfitto per 7/5 6/4. Forse Nole ha pagato la stanchezza della dura semifinale contro Roger Federer, durata tre ore e terminata solamente al terzo set per 7/6 5/7 7/6; per non parlare del match contro Cilic nei quarti, vinto dal serbo per 4/6 6/3 6/2. Due partite perfette giocate da Djokovic, anche con tutta l’influenza addosso. Davvero encomiabile il suo estro da campione e da maestro. Tutti vedevano nella semifinale tra i due big indiscussi la vera finale dl torneo. Per quanto la finale reale non abbia mancato di regalare emozioni, sicuramente il pathos e la tensione che ci sono stati per lo scontro tra Federer e Djokovic entreranno nella storia del tennis e non saranno facili da ripetersi. Il campione di Basilea inseguiva il suo record di cento tornei vinti, che ha solo sfiorato; ma ha giocato la sua partita perfetta, la migliore di sempre probabilmente. Il miglior Nole ha vinto sul miglior Roger. Se avessimo dovuto scegliere una canzone a descrivere quell’incontro tra titani, sarebbe stato “Unici” di Nek, quando dice: “due come noi non li hanno visti mai, siamo unici, unici, gli unici, io e te”. Sì, perché – in fondo – resteranno comunque due campioni, ma soprattutto due grandi amici, prima che due grandi rivali. Li abbiamo trovati insieme a giocare in doppio alla Laver Cup e forse li ritroveremo a sfidarsi di fronte alla 02 Arena di Londra per le Atp Finals (in programma dall’11 al 18 novembre prossimi). Potremmo, a pieno regime, definirli i nuovi Borg&McEnroe, degli anni Ottanta, nel nuovo millennio. Se c’era chi voleva una nuova partita, sensazionale come la finale storica di Wimbledon del 1980 tra Borg e McEnore, beh, forse l’hanno trovata in questa semifinale del Master 1000 di Parigi Bercy tra Federer e Djokovic. Lo svizzero che attacca, come l’americano, l’altro che difende benissimo e respinge tutto come un materasso, proprio come lo svedese. L’elvetico compito e serafico come Bjorn, il serbo più irascibile come lo statunitense. Ma due talenti indiscussi, unici appunto, campioni della racchetta intramontabili. Sempre e per sempre. Dopo quella semifinale ci si chiedeva cos’altro ci fosse ancora da vedere nel tennis di tanto spettacolare. Forse proprio il talento di Khachanov. Federer aveva appena giocato una partita impeccabile contro Kei Nishikori, proprio contro il nipponico tanto apprezzato dall’italiano Brancaccio. Al giapponese aveva rifilato un doppio 6/4. Precedentemente sua vittima era stata, agli ottavi, un Fabio Fognini mai entrato veramente nel match, conclusosi per 6/4 6/3 a favore di Federer: nel primo set l’italiano riesce a rimanere ancorato fino al break decisivo del 6/4; partita in equilibrio che però crolla nel secondo set. Con questa sconfitta, e con la successiva vittoria di Karen, alle Atp Finals di Londra andrà il russo e non l’azzurro. Sia Roger che Fabio, tra l’altro, si erano avvantaggiati di due dei tre ritiri che hanno caratterizzato il Master di Parigi Bercy. Fucsovics per Fognini e Milos Raonic per Federer; ma, per un infortunio ai muscoli addominali, è stato costretto a rinunciare anche Rafael Nadal. Un peccato per lo spagnolo, che non ha potuto così difendere il primato della classifica mondiale.
E un infortunio è alla base di una delle sorprese del Wta di Zhuhai. Costretta a rinunciare per un problema al ginocchio, Madison Keys viene rimpiazzata dalla cinese Whang Qiang. Quest’ultima arriverà sino in finale, dove affronterà l’australiana Ashleigh Barty. Per la tennista di Tianjin si tratta della quarta finale stagionale, in questo 2018 assolutamente da incorniciare per lei. Infatti ha vinto il primo titolo all’Open di Jiangxi, sulla connazionale Saisai, su cui conduceva per 7/5 4-0; poi il torneo di Guangzhou sulla Putinceva per 6/1 6/2; mentre ha perso le finali al Wta di Honk Kong da Dajana Jastrems’ka per 6/2 6/1 e quella di questo torneo di Zhuhai dalla Barty per 6/3 6/4.
Ormai fa parte della top 20 e ha battuto diverse top 10, dimostrando un talento eccezionale. Forse le manca qualcosina nel gioco a rete e nella gestione emotiva delle finali. Non ha ancora pieno controllo della pressione nelle finali, ma giocarle in casa dà ancora più agitazione e se ne sente maggiormente il peso ovviamente. Soprattutto per una giocatrice di 26 anni, che ha ancora davanti un margine di miglioramento (persino enorme azzardiamo). Nella finale al Wta di Zhuhai, infatti, la differenza l’ha fatta proprio la maggiore padronanza a rete da parte dell’australiana, in grado di mettere a segno buone volées; mentre, in attacco, la Wang ha sbagliato colpi facili ed è stata più volte passata con facilità dall’avversaria. Tuttavia, buone le sue percentuali al servizio, e ottime prime di battuta eseguite. La Barty è stata più in grado di spostare la cinese e farla stancare, mentre la tennista di Tianjin non ha saputo aggredire i colpi in back, soprattutto di rovescio, dell’altra.; né tanto meno è stata in grado di farle male, di metterle pressione, rispondendo con il back al back dell’australiana. Il gioco più dinamico e versatile della Barty ha fatto la differenza. Si è dimostrata giocatrice completa, in grado di rimontare e rigirare intere partite; come la semifinale contro la Goerges. L’australiana (22 anni e attuale n. 19 del mondo) ha sconfitto la tedesca (e campionessa in carica uscente) con il punteggio di 4/6 6/3 6/2, in un’ora e 47 minuti. La Goerges parte bene e chiude il primo set con un break di vantaggio per 6/4; anche nel secondo va subito 2-0, con un break a suo favore che sembrava decisivo per chiudere il match; invece la Barty lo recupera e poi fa contro-break, così che porta a casa il secondo parziale per 6/3; con una Goerges sempre più in confusione, stanca e che non sa più che fare per bilanciare la maggiore dinamicità di gioco dell’australiana, tutto più facile per la Barty nel terzo set, che si impone agevolmente per 6/2. Dei successi della Wang abbiamo detto, mentre non è una novità neppure per la Barty la vittoria al Wta di Zhuhai. Infatti, per la tennista di Ipswich, si tratta del terzo titolo in carriera: dopo quello di Kuala Lampur (il primo, nel 2017), sulla giapponese Nao Hibino per 6/3 6/2: e dopo i due di quest’anno: oltre a questo a Zhuhai, quello a Nottingham (a giugno scorso) contro Johanna Konta, per 6/3 3/6 6/4. Ma ha collezionato anche altre tre finali perse: a Birmingham dalla Kvitova (nel 2017) per 6/4 3/6 2/6, a Wuhan (sempre lo scorso anno) dalla Garcia per 7/6 6/7 2/6, e quest’anno dalla Kerber a Sydney, con un doppio 6/4.
Ma c’è un’interessante coincidenza da registrare anche nella semifinale della Wang. Affrontava la Muguruza, proprio come nella semifinale del Wta di Hong Kong. Proprio come allora, vince la cinese al terzo set: ad Hong Kong aveva perso il primo set per 7/5 e poi aveva rimontato per 6/4 7/5. Qui a Zhuhai, invece, la piega con un netto 6/2 6/1. Le impartisce una dura lezione, mettendola in difficoltà con l’estemporaneità e l’istintività del suo gioco spesso di controbalzo, con aperture veloci dei movimenti, grande intensità, buona mobilità, aggressività in avanzamento, anche se stenta a venire a rete. La Muguruza corre, corre, corre, deve far miracoli per fare il punto, commette tanti errori e tanti gratuiti, va in confusione, non sa più che fare. Un episodio è emblematico e si ripete, nella semifinale di Zhuhai come in quella di Hong Kong: Garbine chiama il coach in campo, chiede consiglio con un po’ di disappunto: ‘che cosa vuoi che faccia ora?’ – gli dice -; l’allenatore (Sam Sumyk), per tutta risposta, se ne va stizzito e risentito, con un gesto della mano che non promette nulla di buono (e, infatti, da allora la Muguruza perderà un punto dopo l’altro): disaccordo molto amaro (o semplice fraintendimento?) tra i due.

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