mercoledì, 21 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Un “Manifesto” che imbarazza la sinistra
Pubblicato il 06-11-2018


Alex Williams(l.), Nick Srnicek

Alex Williams(l.), Nick Srnicek

Laterza ha pubblicato solo ora un “Manifesto” scritto nel 2013 da Alex Williams e Nick Srnicek, due giovani ricercatori inglesi della sinistra radicale. Il titolo “Manifesto accelerazionista”, di per sé può suscitare sorpresa e imbarazzo, per via dell’aggettivo “accelerazionista”. Esso, infatti, è stato all’origine di equivoci e di fraintendimenti; motivi, questi, per cui lo scritto dei due autori inglesi, un economista e un sociologo, è stato per lo più ignorato. Non casualmente, tuttavia, l’aggettivo è stato eliso nel nuovo libro “Inventare il futuro” (di difficile reperimento in libreria), pubblicato dalla micro-casa editrice Nero, che edita dal 2004 un “Magazine” quadrimestrale; nel libro, scritto nel 2015, Wllliam e Srnicek hanno formalizzato ed ampliato il contenuto del “Manifesto”, sostituendo l’aggettivo “accelerazionista” con il più neutrale “postcapitalista”.

Ma cosa evocava di tanto imbarazzante il “Manifesto accelerazionista” di Alex Williams e Nick Srnicek? Esso formulava una critica radicale ad una sinistra considerata arroccata dietro nostalgie ormai inattuabili, immaginando quali potrebbero essere i caratteri di una sinistra moderna, in grado di recuperare lo slancio che ne ha caratterizzato la sua storia, perché trovi il modo di riproporsi nel mondo nuovo, complesso e tecnologico, qual è quello attuale.

Le perduranti crisi economiche e finanziarie del capitalismo globalizzato e neoliberista hanno indotto i “governi d accettare la spirale micidiale e paralizzante delle politiche di austerità, della privatizzazione dei servizi di welfare, della disoccupazione di massa e della stagnazione salariale”. Inoltre, la crescente automazione e riorganizzazione dei processi produttivi, che stanno investendo l’intero mondo del lavoro (incluso quello intellettuale), è prova – affermano Williams e Srnicek – “della crisi secolare del capitalismo, che presto non sarà più in grado di assicurare il mantenimento degli standard di vita attuali”

A questo decadimento del tradizionale modo di produrre del capitalismo, si è contrapposta “l’incapacità della politica odierna di elaborare le nuove idee e modalità organizzative necessarie a trasformare le nostre società”, per affrontare le crisi che si susseguono; crisi, queste, al verificarsi delle quali, con forza e velocità crescenti, la politica langue e, con la paralisi dell’immaginario politico, il futuro viene cancellato.

Dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, l’ideologia politica ed economica divenuta egemone nel mondo è il neoliberismo, il quale, di fronte alle grandi sfide delle quali sono portatrici le crisi sempre più frequenti, non ha saputo che proporre, in forme esasperate, le risposte del capitalismo tradizionale. L’avvento del neoliberismo ha dato luogo, infatti, secondo Wllliam e Srnicek, solo ad aggiustamenti strutturali, che si sono risolti nella promozione di “nuove progressive incursioni del settore privato in quel che resta di istituzioni e servizi di matrice socialdemocratica”, senza curarsi degli effetti economici e sociali negativi che queste politiche hanno determinando, e continuano a determinare.

Il fatto che le forze della destra politica ed economica siano riuscite a legittimare gli aggiustamenti strutturali attuati è però, almeno in parte, se non del tutto, il risultato – sostengono Williams e Srnicek – “della perdurante paralisi e della quasi totale inadeguatezza di ciò che rimane della sinistra”. Oltre trent’anni di egemonia neoliberista hanno determinato un quasi totale azzeramento del “pensiero radicale nei partiti politici di sinistra”; nel migliore dei casi, la loro risposta agli effetti delle crisi si sono ridotte ad appelli per un ritorno al vecchio “patto” tra capitale e lavoro di keynesiana memoria, sebbene siano essi stessi consapevoli dell’attuale inesistenza delle condizioni che nel dopoguerra avevano consentito l’ascesa dell’ideologia socialdemocratica.

Con l’avvento del neoliberismo, il movimento organizzato del lavoro “soffre di sclerosi istituzionale e al massimo riesce ad attenuare un po’ l’impatto dei nuovi aggiustamenti strutturali. Ma senza un approccio sistematico alla costruzione di una nuova economia, e senza la solidarietà strutturale che occorrerebbe per far passare un simile cambiamento”, l’organizzazione del lavoro è destinata a rimanere impotente. Anche i movimenti sociali, nati dopo l’allargamento e l’approfondimento della globalizzazione, si sono dimostrati incapaci di elaborare, in alternativa al capitalismo, una nuova visione ideologico-politica dell’organizzazione della società, limitandosi per lo più a proporre un’organizzazione fondata su un “localismo neoprimitivista”; come se “per opporsi alla violenza astratta del capitale globalizzato bastasse la fragile ed effimera ‘autenticità’ della comunità priva di mediazioni”.

Per arrivare a conquistare una nuova egemonia globale, i partiti della sinistra devono recuperare – proseguono Wllliam e Srnicek – “alcuni dei possibili futuri smarriti”, o meglio, devono ricuperare il “futuro in quanto tale”. A tal fine, il pensiero della nuova sinistra non potrà dimenticare che, se “esiste un sistema che è stato associato a idee di accelerazione, è proprio il capitalismo”; ciò in quanto, per affermarsi, esso ha dovuto conseguire gli alti livelli di crescita che lo hanno caratterizzato, attraverso una progressione di sviluppi tecnologici, che gli hanno consentito, anche se accompagnati da turbolenze sociali sempre più forti, crescenti vantaggi competitivi. Nella fase attuale, prevalendo l’ideologia neoliberista, il modo capitalistico di produzione si autorappresenta “come liberazione di forze di distruzione creatrice, che spiana la strada a un’innovazione tecnologica e sociale in costante accelerazione”. Il neoliberismo, però, a parere di Wllliam e Srnicek, “confonde la velocità con l’accelerazione”

Nella visione neoliberista dell’accumulazione capitalistica, se è vero che il capitalismo si muove velocemente, lo fa però conservandosi entro un “set rigidamente definito e fisso di parametri”, senza che il suo movimento verso la crescente accumulazione sia anche un’accelerazione, ossia “un processo sperimentale di scoperta nell’ambito di uno spazio universale di possibilità”. La modalità di accelerazione, secondo Wllliam e Srnicek, dovrebbe essere essenziale per i partiti di una sinistra che intenda rinnovarsi, quindi dare risposte valide ai problemi economici e sociali del mondo contemporaneo.

Il neoliberismo è solo portatore di una profonda contraddizione tra il convincimento dei suoi epigoni, che la loro ideologia sia veicolo di modernizzazione, e l’incapacità di realizzare il futuro che promette; esso (il neoliberismo), pur ponendo sé stesso come necessità storica, è in realtà un mero espediente temporaneo per differire la crisi del processo di accumulazione capitalistica (come già era possibile prevedere negli anni Settanta, allorché esso è riuscito a prevalere sull’ideologia socialdemocratica). Nel processo di rinnovamento, per acquisire la cultura necessaria a scalzare l’egemonia neoliberista, i partiti della sinistra devono tener conto, affermano Wllliam e Srnicek, che il pensatore accelerazionista per eccellenza è stato Marx; egli infatti si è distinto per avere analizzato la modernità della sua epoca, entrando dentro di essa; ciò, al fine di comprendere che il capitalismo, diretta espressione della modernità, rimaneva “il più avanzato sistema economico mai esistito. E che i suoi progressi non andavano annullati ma, semmai, accelerati”, ovvero sospinti oltre la forma del modo capitalistico di produrre.

Secondo Wllliam e Srnicek, Marx si era reso conto che l’”agente accelerazionista”, promotore della dinamica economica e sociale, non poteva essere individuato nel capitalismo; nello stesso tempo, egli aveva ugualmente ben compreso che una politica di sinistra non poteva essere fondata sulla velocità rigidamente definita e fissata dai parametri della logica capitalistica. Se i partiti della sinistra contemporanea vogliono avere un futuro devono liberarsi della loro “repressa tendenza accelerazionista”.

Wllliam e Srnicek sono del parere che i partiti della nuova sinistra non debbono pensare che, per attuare una politica innovativa, autenticamente accelerazionista, ”basti l’azione diretta. La tattica abituale – marciare, innalzare cartelli, creare zone franche contemporanee – rischia di diventare un surrogato consolatorio del successo reale. […] E’ ora di farla finita con il feticismo di certe forme di lotta”. Ciò significa che la nuova sinistra deve convincersi che “ogni forma di lotta politica col passare del tempo diventa un’arma spuntata, perde efficacia, perché gli altri vi si adattano”. E’ tempo che i nuovi partiti della sinistra si lascino alle spalle la tendenza a privilegiare tattiche di azione obsolete, convincendosi che l’incapacità di aggiornarle è uno degli aspetti cruciali della loro crisi.

Ancora, i nuovi partiti della sinistra devono integrare il ricorso agli strumenti della democrazia formale, adottando strumenti di democrazia reale, con cui realizzare “una padronanza di sé collettiva”; essi devono fare affidamento solo sulla capacità di comprendere sempre meglio il mondo che li circonda, se vorranno evitare che le loro società di appartenenza siano destinate a ritrovarsi schiave “di un centralismo totalitario” o di un “volubile ordine emergente”, sottratto ad ogni forma di controllo.

Wllliam e Srnicek non sanno indicare ai partiti che dovranno esprimere la nuova sinistra alcuna particolare organizzazione per adempiere al loro ammodernamento. Gli autori del “Manifesto”, tuttavia, sono del parere che occorra un pluralismo di attori, per evitare che i vecchi partiti continuino ad essere vittima del loro settarismo, come pure del loro centralismo; a tal fine, nel mondo contemporaneo globalizzato, la nuova sinistra deve prefiggersi, nel medio termine, il conseguimento di almeno tre obiettivi concreti e irrinunciabili.

Innanzitutto, essi (i nuovi partiti della sinistra) devono dotarsi di una “infrastruttura intellettuale che – come la Mont Pelerin Society nella rivoluzione neoliberista – si assuma il compito di creare una nuova ideologia, nuovi modelli economici e sociali e una nuova visione del bene che sostituisca e superi gli ideali ormai svuotati che reggono il mondo attuale”. In secondo luogo, essi devono impegnarsi per concorrere a realizzare una riforma dei mezzi di comunicazione, che li avvicini il più possibile agli organi di controllo dell’attività politica. Infine, i nuovi partiti della sinistra devono mobilitarsi per saldare tutte le forme di disparità sociale, cercando di fare confluire in un unico movimento i leader dei vari gruppi, che sinora si sono mossi solo in ordine sparso, perché non collegati tra loro. Per conseguire ognuno di questi obiettivi, secondo Wllliam e Srnicek, la nuova sinistra deve “riflettere molto seriamente” su come procurarsi “i flussi di risorse”, necessari per costruire la “nuova infrastruttura intellettuale” della quale ha bisogno per la realizzazione di una politica accelerazionista; a tal fine, essa (la nuova sinistra) dovrà non trascurare la possibilità di potersi avvalere dei finanziamenti che “possono venire da governi, istituzioni, think tanks, sindacati e singoli benefattori”.

Tutto ciò dovrà essere compiuto dai partiti della sinistra, consapevoli di avere davanti a loro la necessità di compiere una “scelta cruciale, tra un postcapitalimso globalizzato e una lenta frammentazione che porta al primitivismo, alla crisi infinita”. Per una gestione razionale del capitalismo globalizzato, occorre però ricostruire il futuro che il capitalismo neoliberista ha demolito, considerando tale processo distruttivo come causa prevalente della “regressione storica della nostra epoca”. In conclusione, i nuovi partiti della sinistra devono aprire all’umanità un futuro accelerazionista, un futuro più moderno, per una modernità che il neoliberismo è stato incapace di prefigurare.

Quale può essere un realistico giudizio sulla possibilità di una “rifondazione” dei partiti della sinistra operanti nelle società contemporanee? Quello di Wllliam e Srnicek è sicuramente un “wishful thinking” condivisibile, ma ha il limite di essere gravato da una forte aspirazione utopistica; ciò, non tanto per la desiderabilità e la fattibilità dei suggerimenti degli autori del “Manifesto accelerazionista”, quanto per la condizione attuale in cui versano (almeno in Italia) i partiti della sinistra.

Essi sono ora schiacciati su un presente del quale non riescono a liberarsi, solo impegnati (pur logorati al loro interno da faide correntizie) a promuovere una mobilitazione della pubblica opinione, senza alcun riferimento a un possibile futuro che non sia il riflesso esclusivo della loro prevalente propensione a demonizzare le forze politiche che li hanno marginalizzati; dimenticando però d’essere stati anch’essi in parte responsabili dell’affermazione dell’ideologia neoliberista e delle crisi economiche e sociali che stanno sconquassando il mondo dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso.

Gianfranco Sabattini

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