ULTIMA SPIAGGIA

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Ore cruciali per la trattativa con l’Europa sulla manovra. Domani il vicepresidente della Commissione Dombrovski e il Commissario Ue Moscovici faranno il punto durante la riunione della Commissione. Lo ha annunciato la portavoce di Juncker. E sulla possibilità di una procedura ha detto che tutte le opzioni sono aperte.

Il commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici, ha detto: “Lavoriamo giorno e notte con le autorità italiane per conciliare le misure che vogliono varare con il rispetto delle regole di bilancio. La Francia sarà l’unico paese a superare il 3% di deficit nel 2019 e non ci saranno sanzioni”.

Moscovici ha anche spiegato: “Lavorare affinché, oltre alla Francia, neppure l’Italia sia sanzionata. Penso che sarebbe negativo è un grande Paese della zona euro, in cui ha il suo posto”.

Il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, ha detto: “Sulla manovra l’Europa dialoga con noi, ci stiamo avvicinando. C’è l’ottimismo di chi lavora sul campo per evitare all’Italia una procedura di infrazione Ue e dare una manovra al Paese”.

Il capogruppo del Pd al Senato, Andrea Marcucci, ha detto: “Abbiamo ampiamente superato il livello di guardia sulla legge di bilancio. L’incapacità di questa maggioranza ci ha trascinati in piena emergenza democratica. Chiediamo che il presidente Conte venga subito in Aula a spiegare le ragioni di questo intollerabile ritardo. Se Conte ignorerà ancora una volta il Senato, siamo pronti a mettere in pratica la più estrema delle proteste: occuperemo l’Aula. È un appello che rivolgiamo anche agli altri gruppi di opposizione”.

Il giorno del giudizio dell’Ue sembrerebbe allontanarsi. Ma, un’intesa per evitare la procedura d’infrazione l’Italia ancora non l’ha incassata. Anche se l’interlocuzione prosegue, la strada appare ancora in salita. Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha inviato a Bruxelles un nuovo ‘schema’, che indicherebbe una manovra più snella. Il deficit si abbasserebbe al 2,04%, la stima di crescita del Pil nel 2019 potrebbe scendere dall’1,5% fino all’1%. Se la proposta convincerà i tecnici della commissione, potrebbe essere tradotta in una lettera del ministro all’Ue e poi finalmente nelle norme della legge di bilancio. La partita è ancora aperta, ma resta ancora incerta tra i se ed i ma.

Lo testimonia il nuovo rinvio al Senato della legge di bilancio. C’è stata l’ennesima riunione notturna a Palazzo Chigi di Tria con Giuseppe Conte, che ha convocato il ministro facendogli saltare un’intervista, per finalizzare l’accordo. Forse anche alla luce della conversazione telefonica, in mattinata, tra il ministro dell’Economia e i commissari Ue, Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis. Nel vertice di domenica notte i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno dato l’avallo politico a portare fino in fondo la trattativa per evitare la procedura con Bruxelles. Ma hanno detto ‘no’, chiaro e tondo, all’ipotesi avanzata da Conte di ridurre di altri 3 miliardi, oltre i 4 già previsti. Il fondo per finanziare il reddito di cittadinanza e “quota 100” sulle pensioni sarebbe intoccabile. Le due misure sono le bandiere della propaganda elettorale. Aver portato le risorse da 16 miliardi a circa 12, hanno detto all’unisono i due vicepremier, è il massimo che si può fare. Tuttavia, non sono escluse altre limature, piccole, al fondo, contando anche su risorse ‘esterne’.

Ma nulla di più. Al premier e al ministro dell’Economia spetta l’onere di reperire, con il ragioniere dello Stato, Daniele Franco, i soldi che mancano. Uno schema possibile prevede tre azioni: sospendere o rinviare di 1 anno o 2, ricavando 1 miliardo, le agevolazioni fiscali per le operazioni delle grandi imprese, come fusioni e acquisizioni; stimare oltre 1 miliardo aggiuntivo di dismissioni immobiliari, da realizzare attraverso la Cassa Depositi e Prestiti; realizzare nelle pieghe del bilancio tagli aggiuntivi fino a 500 milioni di euro. Ma, convincere Bruxelles che gli interventi incidano davvero sul calo del deficit strutturale (in tal senso il taglio delle stime del Pil può aiutare) è un processo laborioso e ancora tutto da disegnare. Oltretutto, mentre è ancora in corso il confronto nella maggioranza su misure della manovra come il rinvio della direttiva Bolkestein (l’ipotesi è farlo di 15 anni per i soli balneari ma la Lega punta ad allargare le maglie). Forse è per questa situazione che a Roma si esulta per l’unica notizia che sembrerebbe buona: l’ipotesi che il giudizio della Commissione Ue sulla legge di bilancio italiana non sia pronunciato domani, come era previsto. Il premier e il ministro Tria, hanno spiegato fonti di governo, avevano lavorato anche per questo obiettivo dilatorio.

Ora sembrerebbe a portata di mano per una duplice ragione: la prima è che solo il via libera del Parlamento alla manovra potrà certificare gli impegni presi dai gialloverdi con l’Ue; la seconda è tutta politica ed è che la Commissione non sembra voler rischiare di aggiungere un riacutizzarsi dello scontro con Roma. Ci sono già i nodi spinosi come la Brexit e le tensioni per i gilet gialli francesi (con sforamento del deficit). Salvini è tornato a guardare proprio Parigi quando si augura che a Bruxelles ci sia buonsenso e non figli e figliastri affermando: “All’Italia contano anche i peli del naso e a Macron fanno fare quel che gli pare”. Mentre Di Maio, combattivo, ha proclamato: “Nella legge di bilancio ci sono i sogni di chi vuole cambiare l’Italia e per questo siamo imbattibili e inarrestabili”.

I due vicepremier nelle ultime settimane hanno proseguito l’interlocuzione con il Quirinale, lasciando a Conte l’incarico di sbrogliare la matassa. Ma i tempi sono stretti e l’esito non è scontato. In Parlamento (al Senato, tra le proteste dell’opposizione per la restrizione del dibattito, la manovra non arriverà in Aula prima di venerdì), dopo molti trastullamenti per irragionevoli posizioni della maggioranza, si sta correndo contro il tempo per chiudere il testo entro l’anno ed evitare l’esercizio provvisorio di bilancio. Riusciranno Conte e Tria nell’impresa e con quali contenuti? Nel frattempo il disagio sociale continua a crescere e non ci sono ancora proposte politiche realisticamente valide per sconfiggere il fenomeno. Le forze governative hanno ottenuto consensi elettorali perché, demagogicamente, hanno fatto credere agli italiani di essere le sole forze politiche in grado di risolvere tutte le problematiche dell’esistente disagio sociale, assurgendo ad un ruolo giustizialista. Il miglioramento sociale delle condizioni di vita dei più disagiati, è un ruolo svolto storicamente dai partiti di sinistra che oggi sono rimasti intrappolati nel meccanismo neoliberista.

Salvatore Rondello

Fuis, gli ‘stati generali dell’autore’

libri

Si sono svolti a Roma, il 12 e 13 dicembre scorso nel Palazzo Ferraioli, la settima edizione degli ‘stati generali dell’autore’, organizzati dalla Federazione Unitaria Italiana Scrittori.

Per la settima edizione, la Fuis e gli scrittori si sono posti di fronte alle novità della società e della cultura. Innanzitutto è necessaria un’Europa unita e democratica dove poter costruire una società di ‘collecting’ per gli scrittori di tutte le espressioni e per gli autori delle arti visive. Nei due giorni di intensi lavori si sono alternati interventi di alto profilo.

Particolare attenzione è stata posta dalla Federazione alle opportunità di riflessione, elaborazione e condivisione della politica culturale portata avanti dalla Fuis in fatto di proprietà intellettuale e tutela della figura professionale dell’Autore. A tale scopo la FUIS ha già organizzato numerosi convegni e seminari sui temi che le sono cari: la difesa della proprietà intellettuale, la proposta di innovazione legislativa riguardante il diritto d’autore, la salvaguardia dell’identità italiana e dei valori europei.

Fra tutte le iniziative ideate dalla Federazione spiccano proprio gli “Stati Generali dell’Autore” che si tengono annualmente, in partnership con importanti soggetti istituzionali e culturali (fra cui l’Università La Sapienza di Roma e l’Istituto Giuridico dello Spettacolo e dell’Informazione), di volta in volta orientati ad approfondire alcune tematiche specifiche dei diversi settori tutelati dalla FUIS: letteratura, cinema, televisione, arti visive, musica, etc.

Si segnalano i convegni/studio sui diritti, tutele, comunicazione e promozione dell’arte contemporanea rivolti ad artisti e professionisti del settore.

Ai lavori della settima edizione degli ‘Stati Generali dell’Autore’ sono intervenuti, per l’apertura dei lavori, Natale Rossi e Francesco Mercadante co-Presidenti della Fuis. Tra i relatori ci sono stati Carmelo Cedrone (Eurispes), Daniela Felsini (Università Tor Vergata), Sandro Gozi (Presidente Unione Federalisti Europei), Francesco Gui (Università La Sapienza), Lucia Marchi (Comitato consultivo permanente per il Diritto d’Autore), Lino Saccà (J.Monnet Chair ad personam E.C.), Gabriella Sica (scrittrice); Giorgio Assumma (Presidente Istituto Giuridico dello Spettacolo e dell’Informazione ed ex Presidente Siae); Yulia Bazarova (Associazione Amici della Grande Russia); Claudio Bocci (Direttore Federculture); Mark Camilleri (Executive Chairman of the Malta National Book Council); Maurizio D’Amore (Co-fondatore dell’Associazione Europa Now); Umberto Donati (Fondazione Italia Giappone); Maria Ida Gaeta (Direttrice Casa delle Letterature); Lisa La Pietra (Soprano); Giovanni Solimene (Presidente Fondazione Bellonci/Premio Strega); Katie Webb (Co-Direttore Internazionale Fuis); Gerasimos Zoras (Vicepresidente Società Nazionale degli Scrittori Greci – Prof. Università di Atene); Vito Crimi (Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio); Francesca Aloise (Esperta in Diritto di Seguito); Ida Baucia (esperta in Diritto d’Autore); Simona Costa (Presidente Premio Viareggio); Daniela Costanzi (docente); Carolina De Cecco (Avvocato); Monica De Rita (esperta in ADR e Arbitrato – Università Roma Tre); Gabriele Pedullà (Scrittore e Docente di Letteratura Italiana Contemporanea – Università Roma Tre); Helene Paraskeva (Scrittrice); Silvana Cirillo (Università La Sapienza); Paolo Dragonetti De Torres Rutili (Premio Pushkin); Anna Malerba Lapenna (Presidente Premio Malerba); Bruno Manzi (Presidente del Consiglio Nazionale della Lega delle Autonomie); Andrea Palombi (Direttivo Adei); Stefano Petrocchi (Direttore Fondazione Bellonci/Premio Strega); Cetta Petrollo Pagliarani (Presidente Premio Nazionale Elio Pagliarani); Santino Spartà (Presidente Premio Poesia Religiosa).

Sono stati anche presenti: Vito Bruschini, Salvatore De Mola, Francesca Romana Gigli, Giampiero Gramaglia, Roberto Morassut, Franco Carlo Ricci, Filippo La Porta e Fabrizio Trionfera.

La Fuis intenderà portare la voce degli scrittori ed autori all’attenzione del Parlamento Europeo, in una dimensione europea dove la cultura riesce ad abbattere le barriere divisorie per elevare la dignità umana.

Saro

Fincantieri e Salini ricostruiranno Ponte Morandi

genova ponteSi conclude con oggi l’iter avviato a metà di novembre con la conversione in legge del “Decreto Genova” (L. 130/2018): è stato affidato l’appalto dei lavori per la ricostruzione del viadotto Polcevera sulla base delle specifiche tecniche approvate dal Commissario Marco Bucci il 15 novembre 2018 (Decreto numero 5).
Il commissario Marco Bucci ha confermato che sarà la cordata pubblico-privata formata da Salini Impregilo, Fincantieri e Italferr (in qualità di realizzatore del progetto) a ricostruire il viadotto Morandi.
La società di scopo a cui verrà spetterà la ricostruzione sarà composta paritariamenete da Salini Impregilo e Fincantieri e si chiamerà “Per Genova”. Mentre a Italferr spetterà la progettazione sulla base di quanto previsto da Renzo Piano che, tuttavia, non dovrebbe essere coinvolto direttamente nei lavori. Alla fine, dunque, sembra vincere il governo. Niente da fare per le proposte di Cimolai in partnership con l’architetto Santiago Calatrava, nonostante fossero più suggestive, ritenute migliori dal punto di vista tecnico dagli esperti del collegio e della struttura commissariale per la ricostruzione e più avanzate da quello progettuale.
Le aziende si sono impegnate a rispettare un crono-programma, che prevede l’inizio dei lavori il 1° febbraio e il completamento strutturale dell’opera entro la fine del 2019.
“Oggi si compie un passo importante per il futuro della città – ha spiegato Bucci – Abbiamo chiesto all’architetto Renzo Piano di sovraintendere al progetto, per garantire l’aderenza all’idea originale e la qualità di realizzazione della stessa. L’architetto Piano ha accettato l’incarico in forma di donazione alla città di Genova. Abbiamo ricevuto una lettera dall’azienda Cimolai”, che non presenterà ricorso, “e dall’architetto Santiago Calatrava, in cui si esprime la disponibilità alla collaborazione per lavorare allo sviluppo del nuovo viadotto per il bene della città di Genova e dell’Italia. Considero questa offerta molto positiva e nei prossimi giorni la esamineremo nei dettagli”. “Il progetto è previsto in 12 mesi – ha spiegato Bucci – e siamo confidenti che per la fine del prossimo anno avremo il ponte costruito. È prevista la costruzione nei 9 mesi e gli ultimi 3 mesi di collaudo”.
Il viadotto sul Polcevera è uno snodo essenziale per il collegamento di Genova con la Francia, con il porto e in generale con le aree limitrofe, tassello essenziale per far recuperare alla città il ruolo di grande hub portuale e commerciale. Il Ponte sarà costituito da un impalcato in acciaio, con una travata continua di lunghezza totale pari a 1100 m, costituita da 20 campate.

 

Dopo la povertà adesso cancellata la mafia

Che governo, ragazzi. Dopo che Di Maio ha promesso col bilancio di abolire la povertà, oggi Salvini ha dichiarato che in pochi mesi cancellerà la mafia. Questi due sono meglio del divino Otelma. Ma ci prendono per il culo? Credo di no. Parlano e sono forse anche convinti di quel che dicono. Il problema sono i risultati, e a loro di questi interessa poco. Il punto d’arrivo sono le elezioni europee. Tutto é rapportato ad esse. Quota cento deve partire in gennaio, massimo febbraio, il reddito di cittadinanza in marzo, massimo in aprile. Vogliono dare soldi per avere voti. D’altronde anche gli ottanta euro di Renzi, che sono il loro riferimento, ha dato frutti. Se poi aggiungiamo che prima delle Europee scomparirà la mafia e che i bambini italiani nasceranno tutti belli e cogli occhi azzurri il successo é assicurato. Del futuro chi se ne importa? Mettiamo fieno in cascina che “del doman non v’è certezza”, per restare a un fiorentino illustre…

Mostra  allo SpazioArte. Antonio Delle Rose e Paolo Monina

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SENIGALLIA – Antonio Delle Rose e Paolo Monina in esposizione a Senigallia fino al 6 gennaio 2019 presso la galleria SpazioArte della Fondazione A.R.C.A.: una mostra al tema dei sentimenti negati dalla paura e dai dolori. L’esposizione dal titolo OLTRE I TABU’ – Antonio Delle Rose e Paolo Monina, due importanti artisti del panorama marchigiano. La mostra è stata curata da Andrea. Carnevali. L’evento espositivo può raccogliere l’interesse di un pubblico di giovani che desidera approfondire i percorsi inconsapevoli dell’anima, grazie al linguaggio della fotografia, dell’arte informale o della pittura figurativa. La commistione espressiva tra fotografia e pittura è spesso impiegata dal cinema che ha sviluppato uno stile pieno di assonanze con altri linguaggi espressivi.
L‘esposizione, che è affrontata in una combinazione di due stili diversi, intende leggere interiorità del pittore Antonio Delle Rose e del fotografo Paolo Monina grazie alle opere del percorso espositivo dello SpazioArte. Tutt’e due sono importanti personalità del panorama artistico marchigiano che hanno voluto raccogliere la sfida di esporre in uno spazio piccolo nel cuore di Senigallia, ma non certo tra i più prestigiosi della città.
Il tema dei fiori di questa mostra è ispirato a Gina Pane, artista francese che lavorò sul concetto di amore come esperienza di amara disperazione. La sofferenza, che può essere legata ad un sentimento forte, fu da lei affrontata in una sorta di performance dal titolo Azione sentimentale (1973) allestita presso la Galleria Diaframma di Milano. Il progetto espositivo dello SpazioArte è stato sviluppato tenendo in considerazione i lavori degli anni ’80 quando l’artista non ha più utilizzato il suo corpo nelle installazioni, ma ha incominciato ad accostare materiali differenti, facendo emergere dal suo lavoro la sofferenza fisica e morale da cui lo spettatore tendeva a scappare. Un interessante articolo del 2009 di Salvatore Maresca Serra ha aperto una riflessione sul dolore e sul pensiero negativo come evoluzione della filosofia di Shopenhauer. Ragionando su questo tema, Antonio Delle Rose e Paolo Monina hanno voluto esplorare nuove forme di ricerca in cui l’intervento artistico possa dare delle risposte alla vita di tutti i giorni, ossia al superamento dell’isolamento della malattia, del dolore oppure dell’esclusione sociale.
L’arte cerca di correggere la paura di poter sbagliare, imponendo a se stessi dei divieti forti che diventano tabù. Le rose del pittore pesarese, piene di spine, possono ferire e creare delle lacerazioni alla meno od alle braccia. Il bel fiore si trasforma in un’arma di sofferenza, quando tentiamo di cogliere una rosa perché gli aculei entrano nella nostra pelle (se non facciamo attenzione). Questa ipotesi di interpretazione dei dipinti di Antonio Delle Rose in questa mostra può essere letta in una chiave leopardiana: “ non c’è uomo così profondamente persuaso della nullità delle cose, della certa e inevitabile miseria umana, il cui cuore non s’apra all’allegrezza anche la più viva…” (Zibaldone, 2 gennaio 1829). Ossia l’uomo si vuole avvicinare alla rosa che rappresenta il bello ed il sublime, ma il dolce incanto si spezza subito al contatto con il dolore delle spine delle rose che proteggono il gambo affinché non venga reciso e muoia il fiore. Le calle adagiate a terra o sul tavolo fanno pensare a dei corpi inermi che hanno rifiutato di continuare a vivere.
Questo tema riflette l’istinto artistico di Paolo Monina che sente molto vicino il surrealismo e lo stile di Man Ray. L’effetto pittorico e patinato di toni violacei o blu cede ancora più rarefatto l’ambientazione in cui è stato posto il mazzo di fiori. Grazie alle fotografie di Paolo Monina si amplifica di più il sentimento della negazione e del rifiuto tipico di chi non ammette qualsiasi forma di emancipazione sociale o affettiva. Pertanto all’individuo non rimane che accettare inerme e in solitudine qualsiasi cosa perché non rimane all’uomo che guardare!

Grazie ai banchieri il bifolco potrà ritrovare la sua centralità

Mi fanno pena i lavoratori del mondo che si spaccano la schiena lavorando alla terra, in fabbrica o in miniera, o inchiodati ad una scrivania otto ore al giorno, dietro un call center oppure davanti ad un computer da mattina a sera.
Poi ci sono i liberi professionisti, i medici, gli imprenditori che rischiano di perdere tutto ogni mattina se il direttore di banca che si è alzato con l’alito pesante per aver bevuto troppo la sera prima, gli chiude il fido.

E questo sciamare di uomini si muove sulla Terra rispettando l’ambiente, crescendo i figli insegnando loro l’educazione e l’onesta. Ma cos’è l’onesta? Non rubare? Nell’immaginario collettivo rubare è mettere le mani in tasca a qualcun altro… ma in che modo? Ecco, ce n’è uno classico punito dalla legge: quello di sfilare il portafoglio sulla metro affollata con destrezza; un altro, invece, più evoluto, è parlare senza rischiare alcunché, però svuota lo stesso le tasche ai cittadini portandogli via i risparmi, facendoli indebitare.

Sono quei ladri che non fregano la combinazioni per aprire la cassaforte, ma parlano e neanche spesso; anzi, lo fanno ogni tanto e pochissimo, talmente poco da non rischiare di compromettere le corde vocali.
Mi riferisco a quegli uomini cui prestiamo ascolto come fossero oracoli, bevendoci d’un fiato ogni parola esca dalla loro bocca cui pendiamo.

Se un politico, un governante, un amministratore di condominio, un banchiere e perfino il droghiere vicino di casa che è diventato consigliere del piccolo istituto di credito del paese affermano “domani i titoli azionari dell’Uganda crollano” c’è da star sicuri che i titolo ugandani crolleranno. Ma non perché sia stata corretta la loro previsione, bensì perché i risparmiatori allarmati avranno sottratto ogni soldo dai depositi bancari e i mercati tuoneranno contemporaneamente sfiducia, facendo crollare il prezzo dei titoli.
Ecco immediatamente il panico tra la gente che va subito a vendere o comperare altri titoli di altri Stati in altre piazze, lasciando sul campo la devastazione finanziaria di giornata, generata dalla speculazione prodotta a partire dalle demenziali parole pronunciate ad arte dai ladri di corte.

Ma perché lavorare se qualcuno compra per te i titoli azionari che tu stesso fai muovere come marionette, decidendo persino quanto guadagnare di ora in ora?
Ebbene, più o meno, è così che si sono costruite le ricchezze del mondo, senza un colpo di vanga, ma solo influenzando i mercati, vagheggiando di morie di vacche, notizia questa tratta dal film “Totò, Peppino e la malafemmina”. Ed ecco che, scatenata la fobia della penuria di vacche, tutti corrono a comperare la carne pagandola molto di più di quanto l’avrebbero pagata il giorno prima… ma questo ed altro per non rimanerne senza! Poi la buttano perché marcita e, smentita la notizia della pandemia perché le vacche stanno benissimo, la ricomprano a metà prezzo il giorno dopo.
I pupari dei soldi si divertono così, giocano scimmiottammo i protagonisti del film di Monicelli “Amici miei”.

Ma che caspita lavoriamo a fare, facciamo tutti i politici e i banchieri, che poi dopo diventiamo finanzieri?…et voilà siamo già ricchi.
In Italia, per esempio, l’ultimo dei sottosegretari dell’ultimo ministero nell’ultima fila del corridoio se ne esce con il fatto che il PIL aumenterà, riferendosi ai baffi della moglie…e subito l’equivoco scatena la bagarre a Piazza Affari dove si perdono o vincono decine di miliardi come nulla fosse.

Poi, al limite se si vogliono risparmiare qualche euro, si tagliano le spese alla scuola e alla sanità…tanto loro, i politici e i banchieri, in attesa di passare l’esame per essere promossi finanzieri, hanno seguito alla lettera i suggerimenti dell’ex senatore Antonio Razzi e si sono fatti una scuola e un ospedale tutto loro.
Sì, nella prossima vita ho deciso anche io di fare il politico o il banchiere!

E forse, a furia di giocare con la finanza e col denaro come si fa con le fiches al poker, il bifolco potrà finalmente ritrovare la sua centralità, vendendo formaggio e polli a peso d’oro (purché precedentemente munitosi del certificato Bio della Cee). Nel frattempo i soldi non varranno più nulla perché tutti si saranno messi a vendere certificati di credito (cioè cambiali) a babbo morto e quindi nessuno li prenderà più. Al limite si baratteranno i polli coi gioielli, una roba già vista nel dopoguerra…che poi, a ben vedere, è una versione rivisitata della borsa nera di ultima generazione.

Angelo Santoro

Le illusioni della globalizzazione

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Dopo il crollo del Muro di Berlino, politici ed élite economiche dominanti hanno profuso il loro impegno nel liberare il mercato dalle regole che nei decenni precedenti avevano consentito il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni di gran parte dei Paesi ad economia di mercato, retti da istituzioni democratiche. Alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, dopo l’affermazione dell’ideologia neoliberista, vi è stata un’ulteriore accelerazione nel processo di liberalizzazione del mercato, nella prospettiva che, attraverso la globalizzazione, l’integrazione delle economie nazionali, la finanziarizzazione del mercato globale e la riduzione della tassazione a carico delle imprese e delle persone fisiche, fosse possibile realizzare a livello globale le stesse aspettative di crescita e sviluppo che, alcuni anni prima, avevano giustificato in Europa l’istituzione dell’eurozona e del sistema-ero.

Si riteneva che la diminuzione della tassazione e la liberalizzazione del mercato avrebbero incentivato l’economia, ed entrambe avrebbero promosso una crescita globale tale da migliorare le condizioni di vita di tutti i Paesi, contribuendo anche a creare un nuovo ordine economico mondiale. Ciò che, invece, successivamente è accaduto è stato un approfondimento della disuguaglianza distributiva tra i diversi Paesi e, all’interno di ognuno di essi, tra i diversi gruppi sociali.

Sulla base delle stime recenti sul livello del reddito e sulla disuguaglianza nei vari Paesi, sono state valutate, sia la “disuguaglianza tra i PIL pro capite dei singoli Paesi”, che quella relativa alla distribuzione mondiale del reddito a livello individuale. La disuguaglianza tra i PIL pro capite negli ultimi trent’anni del secolo scorso ha continuato a crescere rispetto agli anni precedenti, mentre la disuguaglianza nella distribuzione mondiale del reddito a livello individuale è risultata molto al di sopra della predente, risultando caratterizzata da una tendenza ad una crescita costante, salvo una lieve flessione nel 1988. In tutto l’arco dell’ultimo trentennio, l’approfondimento delle due diverse forme di disuguaglianza si è associato ad un rallentamento della crescita, con il risultato di una crisi economica globale, che ha colpito ampie fasce della popolazione, al di là e al di qua dell’Atlantico.

I grandi beneficiari di quanto avvenuto sono stati gli appartenenti ad un’estrema minoranza della popolazione mondiale e le nuove borghesie formatesi nelle economie emergenti, quali soprattutto quella cinese e quella indiana; la categoria produttiva maggiormente penalizzata è stata quella costituita dai contadini, in quanto su si essi si sono ripercosse negativamente le vicende che hanno caratterizzato gli accordi commerciali concernenti le produzioni del settore agricolo.

Piuttosto che rinunciare agli alti sussidi statali, negli USA e nella UE, gli interessi costituiti in ambito agricolo sono stati tali da determinare il fallimento, non solo dei negoziati commerciali del “development round” di Doha, ma anche di quelli più recenti riguardanti i trattati TPP (Trans-Pacific Partnership) e TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), che avevano rappresentato uno dei pilastri portanti della politica economica degli USA durante la presidenza di Barack Obama, ma definitivamente accantonati con l’avvento alla presidenza degli USA di Donald Trump.

La nuova Amministrazione americana ha congelato la prosecuzione delle trattative relative a questi due ultimi trattati, soprattutto per le temute ricadute occupazionali negative; secondo i suoi critici, il TPP, anziché stimolare l’occupazione interna, l’avrebbe scoraggiata con l’apertura delle importazioni agricole statunitensi dai mercati asiatici. Sempre secondo i critici, il TPP sarebbe valso a peggiorare la situazione, già di per sé critica, causata dal trattato NAFTA (North American Free Trade Agreement), stipulato nel 1992, aggravata dalla normalizzazione delle relazioni commerciali con la Cina, nel 2000, e culminata con l’accordo di libero scambio con la Corea del Sud nel 2012. Inoltre, sono stati anche evidenziati gli effetti negativi che il TPP avrebbe potuto avere sulla qualità dei prodotti venduti sul mercato statunitense e sulla normativa in materia di tutela ambientale. Molte di queste critiche hanno ricalcato quelle che in Europa sono state rivolte al TTIP.

Le critiche ad entrambi i trattati sono state connesse, negli USA e in Europa, al timore di dover affrontare, in uno spazio economico comune, concorrenti considerati avvantaggiati da minori vincoli normativi, nel campo della tutela del lavoro, come in quello della tutela del consumatore. La scarsa informazione intorno al contenuto dei negoziati ha contribuito a dare alle critiche una forte connotazione emotiva, per via del fatto che gli accordi sono stati portati avanti segretamente, e quindi è stato facile sostenere che la loro stipula avrebbe ulteriormente peggiorato le afflizioni esistenziali dei consumatori.

Sulle due sponde dell’Atlantico, all’affermazione dell’ideologia neoliberista, riguardo al rilancio dell’economia mondiale, hanno contribuito, oltre agli esponenti delle tradizionali forze della destra liberista, aperte alle posizioni maturate all’interno del sodalizio della Mont Pelerin Society, anche molti autorevoli esponenti della sinistra; questi, pur criticando la destra, perché portatrice di idee che sono all’origine di disuguaglianze distributive sempre più diffuse e approfondite, non sono riuscite a differenziare la proposta politica delle forze conservatrici dalla loro: Bill Clinton Negli USA, Tony Blair nel Regno Unito, Gerhard Schroeder in Germania, Romano Prodi, Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi in Italia, hanno tutti introdotto riforme istituzionali che le forze della destra per decenni avevano sempre tentato di introdurre.

Tutti questi leader sono stati i principali protagonisti della conformazione dell’impianto istituzionale dei loro Paesi alle esigenze imposte dal “turbocapitalismo” mondiale, alimentato dalla globalizzazione. Nel caso europeo, molti di questi protagonisti avevano naturalmente obiettivi diversi rispetto ai protagonisti della destra, ma erano differenze per lo più di dettaglio; così, ad esempio, le forze di sinistra, pur perseguendo obiettivi compatibili con la realizzazione di una maggior giustizia sociale, con la tutela dei diritti fondamentali della persona e con la salvaguardia dell’ambiente, non hanno però esitato a conferire il loro sostegno (a volte decisivo) per l’adozione delle politiche di liberalizzazione, deregolazione e riduzione della tassazione, in pro della globalizzazione. Ma questa convergenza politica delle forse di sinistra con quelle di destra non ha portato, come l’esperienza sta a dimostrare, vantaggi per le fasce sociali più svantaggiate, compromettendo l’ordine politico e sociale precedente e impedendo l’elaborazione di possibili progetti di futuro per i singoli sistemi economici integrati nell’economia mondiale. Il culmine di questo processo è stato raggiunto con la crisi aperta dalla Grande Recessione del 2007/2008.

Oggi proliferano le spiegazioni del perché la costruzione dell’ordine neoliberista, che aveva prefigurato e promesso vantaggi per tutti, non ha corrisposto alle attese, alterando il tradizionale equilibrio dei rapporti tra le principali parti sociali (sindacati, imprese e governo); in questa situazione, l’indebolimento delle capacità contrattuali dei sindacati ha prodotto una crescita della disoccupazione, indebolendo le decisioni politiche nell’azione di contrasto alla crescente influenza del potere economico dominante, e causando l’impossibilità, per il settore pubblico, di disporre delle entrate necessarie per far fronte all’aumentato bisogno di protezione sociale. In ultima analisi, l’alterazione dell’equilibrio nei rapporti tra le forze sociali e la finanziarizzazione dell’economia ha rallentato la crescita, facendo diminuire le entrate dello Stato ed aumentando l’insicurezza e la precarietà occupazionale della forza lavoro.

Le forze di sinistra si sono lasciate coinvolgere dalle proposte della destra neoliberista, nonostante che tali proposte incorporassero alcuni assunti da tempo dimostrati erronei dalla maggioranza degli economisti, delle cui critiche la sinistra inspiegabilmente non ha tenuto conto. Innanzitutto, essa non ha tenuto presente che tali proposte erano fondate sull’assunto che i mercati fossero competitivi e caratterizzati dal pieno impiego dei fattori produttivi (in particolare, della forza lavoro) e che, ove si fossero formate sparute sacche di disoccupati, l’intervento pubblico avrebbe potuto porvi facilmente rimedio. In secondo luogo, ha ritenuto, erroneamente, che la liberalizzazione del commercio internazionale non avrebbe dato luogo ad alcun problema, in quanto, come da tradizione, ha supposto che qualsiasi aumento delle importazioni sarebbe stato compensato da un automatico aumento delle esportazioni. In terzo luogo, ha considerato veritiera l’ipotesi che, partendo dalla presunzione che i mercati fossero efficienti e competitivi, ha sostenuto che un aumento delle esportazioni avrebbe concorso ad aumentare l’occupazione; e che, se anche fossero stati “distrutti” posti di lavoro, con una banca centrale orientata a garantire il pieno impiego e governi propensi a sorreggere la domanda finale, sarebbe stato possibile attuare una politica macroeconomica in grado di assicurare la stabilità di un equilibrato funzionamento del sistema economico.

Quanto è accaduto a partire dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso è stato esattamente l’opposto di quanto previsto dalle riforme neoliberiste: le diverse forme di disuguaglianza verificatesi a livello globale nella distribuzione dei vantaggi creati dalla globalizzazione, pur privilegiando gli establishment dei Paesi più avanzati sul piano economico, non ha reso questi ultimi esenti da profondi scompensi. Infatti, il loro equilibrio interno è stato per lo più compromesso dal manifestarsi al loro interno del fenomeno della disoccupazione strutturale irreversibile; ciò perché gli effetti dei traumatici cambiamenti subiti dalle strutture produttive dei Paesi economicamente più avanzati si sono manifestati in termini così accelerati, da non lasciare alle singole economie il tempo di adeguarvisi.

Nel lasciarsi coinvolgere dalle proposte neoliberiste, le forze della sinistra si sono rese corresponsabili della fine delle politiche di stabilizzazione che esse stesse avevano contribuito ad istituzionalizzare. Inoltre, il loro contributo all’approfondimento della globalizzazione le ha coinvolte nella responsabilità di aver causato la fine, o quanto meno l’affievolimento, della tradizionale politica sociale che i Paesi economicamente avanzati avevano adottato, soprattutto a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale. La globalizzazione ha, infatti, decretato il venir meno del patto sociale stretto tra capitale e lavoro, che sottendeva il sistema welfaristico e che rendeva compatibile la dinamica del mercato del lavoro con il progresso tecnologico.

In futuro, se le élite politiche e il mondo produttivo (imprese e sindacati), non saranno in grado di correggere il modo di operare proprio della globalizzazione, esporranno le relazioni internazionali a generalizzate situazioni di crisi di natura politica, la cui soluzione sarà resa sempre più difficile dal proliferare, in tutti i Paesi in crisi, di formazioni politiche unicamente motivate da pulsioni nazionalistiche. Per tutte le ragioni esposte, la globalizzazione, al di là delle aspettative che originariamente aveva saputo suscitare, essendo andata fuori controllo (anche per l’irresponsabilità di alcuni politici a volte celebrati e onorati come “salvatori della Patria”), si è tradotta, perciò, almeno per le popolazioni dei molti Paesi economicamente avanzati, in una bruciante illusione.

Gianfranco Sabattini

 

Psi Vicenza: “Soddisfazione per la qualità della città”

“Il PSI della provincia di Vicenza – afferma Gianluca Capristo Vicesegretario PSI della provincia di Vicenza – accoglie con soddisfazione lo studio pubblicato ieri da “Il Sole 24 ore” sullo stato delle città italiane. In quello studio viene di fatto certificata la qualità degli interventi messi in atto dalle precedenti amministrazioni vicentine, guidate dalla maggioranza di centrosinistra. Vicenza è tra le principali città italiane per qualità della vita, per sicurezza e per capacità di integrare gli stranieri nel proprio territorio. Le amministrazioni a guida centrosinistra hanno lavorato e lavorano in maniera efficace ed efficiente. Nel capoluogo, il Sindaco Variati e le forze politiche che lo hanno sostenuto molto sono riuscite a fare. Molto c’è ancora da fare. Vedremo se la Giunta Rucco ne sarà capace”.

 

La stretta ma unica strada della serietà

Ok. A scorrere i titoli dei giornali la questione è sempre più esplosiva (dopo la triste realtà dell’incapacità di tenere sotto controllo in modo credibile i conti pubblici). In casa Pd volano pentole, si compiono adulteri e incesti. Il governatore del Lazio si confonde con suo fratello quando fa il Montalbano che si gode un bel pranzetto sul terrazzo di casa. Fa la parte di chi la sa lunga e sembra tranquillo, ma è in arrivo l’abbraccio mortale di D’Alema che è pronto a portarsi dietro gli affondati di LeU e degli sconfittisti “de sinistra”. I candidati alle primarie non si contano e si confondono. Il congresso è sempre più evanescente. Pezzi del ceto dirigente si vedono pronti a salpare per dar vita a liste e poi a partiti(ni) propri. E’ un cupio dissolvi generale proprio mentre il governo giallo-verde mostra evidenti segni di cedimento. Cedimento non all’Europa (come vogliono far credere nella loro perenne campagna elettorale) ma alla cruda realtà dei numeri.

Nel frattempo ecco il ritorno del grande progetto che cova dai tempi della famosa “non vittoria” del 2013. Si mormora, neanche tanto sottovoce, di “sfruttare le contraddizioni del M5S”, si ritorna a dire “che una grande (ma quale) forza politica deve tener conto dei numeri e dei rapporti con chi al governo potrebbe instaurare dinamiche interlocutorie su alcuni temi “, in pratica un pezzo abbondante del Partito Democratico a trazione Zingaretti è pronto a entrare in gioco come stampella di Di Maio. Calenda insiste, e fa bene, sulla necessità di dar vita al “Fronte Repubblicano” , e Renzi pare sul serio intenzionato a dar vita a una sua lista per le europee e poi a un suo partito, quello sì, personale.

Domanda. Ci rendiamo conto che diamine sta accadendo? Abbiamo davvero il coraggio di starcene fermi a guardare? Il Paese e l’Europa hanno bisogno di una nuova opzione riformatrice di matrice lib-lab subito. Un’aggregazione che dia visibilità a temi che sul serio riguardino la tenuta dell’Italia. Questioni che se non affrontate sono benzina sul fuoco sul futuro delle istituzioni democratiche, sul sistema previdenziale, sulle finanze pubbliche, sui diritti civili, sulla libertà di stampa, sulla qualità dell’istruzione, sul capitale umano…per non parlare dei problemi su cui discutiamo ogni giorno e che si impattano sulla vita dei cittadini, delle imprese e dei lavoratori (occupazione). Tav, Tap etc etc.

Non c’è un reale piano strategico per affrontare i numerosi punti di crisi. Manca una visione della società. Manca alle forze di governo ma manca anche alle opposizioni.

Gli imprenditori del nord non ne possono più e iniziano a manifestare chiari sintomi di insofferenza.

Lo sviluppo tecnologico avrà un impatto sul mondo del lavoro (come sempre è stato) e bisogna tenerne conto. I cambiamenti si governano non si rifiutano. Non basta ergere muri. Non basta neanche per la questione immigrazione . L’Africa è il futuro, e attualmente il Ruanda è il Paese che attira più investimenti stranieri e su cui si scommette di più .

Il mezzogiorno è un ponte strategico tra l’Europa e l’Africa. Ma Napoli, invece di comportarsi come l’eventuale cabina di regia con lo sguardo ben puntato sul futuro e sulle proprie capacità ( visto il ruolo che potrebbe avere data la sua posizione geografica e la sua storia), ha invece fallito dal punto di vista amministrativo passando con la gestione De Magistris da 900 milioni di debito a 2 miliardi e mezzo. Al contrario, comuni grandi e piccoli in Campania hanno la fortuna di poter contare su qualificati consiglieri, assessori, sindaci, vice-sindaci che lavorano sodo. La stessa Regione Campania fa la sua parte.

Il punto. Ecco che da questi elementi si evince l’urgenza della costruzione di una moderna forza riformista, plurale, ambientalista (ambientalismo innovativo stile Gruenen), socialista, radicale e che attinga ai gruppi e comitati civici presenti sui territori. Una forza che sappia partire dai territori per lanciare un segnale di un cambiamento vero, concreto e possibile proprio attraverso l’amministrazione quotidiana. Lavorando sodo e guardando in faccia la realtà . Un cambiamento che coinvolga il rilancio del sogno degli Stati Uniti d’Europa iniziando dal duro lavoro nei comuni e nelle città.

Massimo Ricciuti

Per le buche la Raggi chiede aiuto all’esercito

Buche-Roma

L’entusiasmo della Raggi, sindaco di Roma, è durato poco. La sua idea geniale di far chiudere le buche della città eterna dai militari si è schiantata contro la realtà. Oppure si potrebbe dire che è caduta dentro una della innumerevoli voragini romane. Insomma l’emendamento alla manovra per intervenire sulle disastrate e pericolosissime strade di Roma è diventato un pasticcio. La commissione bilancio del Senato ha infatti dichiarato inammissibile la proposta avanzata dalla maggioranza che stanziava 65 milioni di euro nel biennio 2019-2020 per riparare l’asfalto della città con l’aiuto del Genio dell’esercito.

Una novità festeggiata in mattinata dalla sindaca Virginia Raggi: “Una grande vittoria per Roma e i romani. Il governo sta mantenendo le promesse, ha stanziato i fondi per il rifacimento delle strade. Verrà impiegato l’esercito e il genio militare”. Aveva detto esultante. Una frase che ha ricordato l’affermazione dell’ex sindaco Gianni Alemanno che nel 2012 chiese l’aiuto dei militari per fare fronte al maltempo che si era abbattuto su Roma.

In poche ore, però, è mutato l’atteggiamento dei 5 Stelle. Prima la ministra della Difesa Elisabetta Trenta ha spiegato che “l’esercito interverrà nelle situazioni di emergenza, su quelle strade in cui c’è stata un’altissima mortalità”. Poi è arrivata la bocciatura della commissione bilancio con la viceministro Laura Castelli costretta a precisare: “L’intervento per la manutenzione delle strade di Roma ci sarà e sarà regolarmente finanziato. Stiamo effettuando una semplice correzione formale del testo, che sarà ripresentato a breve e che finalmente aiuterà la Capitale a risolvere l’annosa questione delle buche nelle strade”.

A far cambiare approccio, anche le proteste dei militari: È una cosa gravissima – spiega Luca Marco Comellini, segretario generale del sindacato – suggerisco un’alternativa: vadano i parlamentari a coprire le buche stradali della Capitale, visto che la giudicano un’opera talmente nobile, elevata e meritoria da scomodare i soldati dell’Esercito”. Critico anche il generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore della Difesa: “Ci troviamo davanti a un errato concetto delle Forze Armate e del loro impiego: certe forzature mi fanno venire subito l’orticaria”.

Al momento, insomma, nonostante le rassicurazioni della Castelli, i fondi per riparare le strade di Roma (già bocciati alla Camera una settimana fa quando a presentare l’emendamento fu il Pd) non ci sono. Secondo i 5 Stelle al governo, però, in questo momento è “inutile creare allarmi ingiustificati”.