mercoledì, 19 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Fine della grande guerra:
la sventura dell’Europa
Pubblicato il 05-12-2018


guerra mondiale

Quel periodo di fine Ottocento-primo Novecento non a caso chiamato ‘Bella Époque’ faceva dell’Europa «il migliore dei mondi possibili». Racconta Stefan Zweig ne “Il mondo di ieri”: «Quel mondo guardava con dispregio le epoche anteriori con le loro guerre, carestie, rivoluzioni, come fossero stati tempi in cui l’umanità era ancora minorenne e insufficientemente illuminata. Ora invece non era più che un problema di decenni, poi le ultime violenze del male sarebbero state del tutto debellate. Tale fede in un progresso ininterrotto e incoercibile ebbe per quell’età la forza della religione; si credeva in quel progresso già più che nella Bibbia ed il suo vangelo sembrava inoppugnabilmente dimostrato dai sempre nuovi miracoli della scienza e della tecnica».

Poi successe improvvisamente l’irreparabile: lo racconta Francesca Canale Cama nelle sua ricerca curata per RCS “La Grande Guerra”, alla quale mi riferirò spesso. Se prima del 1914 «la pace era il quadro normale della vita europea» nella quale potevano affermarsi accanto ad un tumultuoso capitalismo, anche un’apertura della politica alle istanze popolari e al riformismo sociale, va allora «considerato che le società nel loro complesso erano completamente disabituate allo sforzo bellico e, per giunta, molto poco sapevano dei caratteri della guerra moderna».

Tuttavia la lunga pace dell’Ottocento europeo – interrotta dalla guerra franco-tedesca del 1870 – era solo apparente: secondo lo storico inglese Eric Hobsbawm, la rivalità tra gli Stati, il nazionalismo, la pressione del complesso militare-industriale portavano inevitabilmente alla guerra. Ma anche chi prevedeva la guerra e premeva per essa, considerava pure che potessero frapporsi dei fattori che la rendessero evitabile: in Europa «nessuno previde – racconterà nelle sue memorie il presidente del Consiglio italiano Antonio Salandra – l’enormità delle immediate conseguenze che ne sarebbero derivate». La Prima Guerra mondiale divenne insomma una ‘avventura’ imprevista nelle sue dimensioni: innescata nel giugno 1914 dall’assassinio del principe ereditario d’Austria-Ungheria a Sarajevo e dall’ultimatum imperiale alla Serbia – considerata mandante dell’attentato –  si vagheggiò di una sua conclusione entro il Natale 1914: in realtà si era alle soglie di «una lunga guerra dagli esiti incerti», riferisce il lavoro della storica Canale Cama: noi sappiamo che durerà fino al novembre 1918, provocando 17 milioni di morti, di cui 7 milioni civili (esclusi quelli dovuti all’influenza spagnola), un ecatombe che avrebbe determinato «il passaggio ad una nuova era».

«Prepararci all’imprevedibile»: secondo il prof. Fulvio Cammarano questo sarebbe il compito degli storici che più attentamente scavino sotto gli intrecci degli avvenimenti e dei protagonisti. Ad esempio era abbastanza evidente che la Serbia avesse le sue responsabilità, avendo istruito ed equipaggiato gli attentatori di Sarajevo: ma l’Austria le indirizzò un ultimatum così estremo che la Serbia non poteva che respingere per salvaguardare la sua indipendenza. L’Austria-Ungheria avrebbe potuto avere tutta l’opinione pubblica mondiale dalla sua parte. Eppure scrive lo storico Golo Mann – «i signori di Vienna decisero di andare oltre». Perché? È qui che emerge la funzione dello storico capace di «prepararci all’imprevedibile», con un’analisi non superficiale. La menzionata ricerca RCS commenta così il casus belli: «La risposta, probabilmente, è nel fatto che già da tempo si stava affermando una tendenza bellicista all’interno dell’Austria-Ungheria, il cui principale esponente era il capo di Stato Maggiore Conrad, convinto che un grande successo di politica internazionale avrebbe indebolito tutte le forze centrifughe dell’Impero, mantenendone così la compattezza interna. Si voleva, insomma, una guerra per risolvere l’altrimenti insolubile problema delle etnie. Per questo, anche l’Ultimatum fu redatto in forma talmente categorica da indurre la Serbia ad opporsi. Alla base di questa tendenza politica stava – come spiega ancora Golo Mann –  un problema essenziale che l’Impero multinazionale asburgico non riusciva a risolvere in maniera efficace e che nel mondo di inizio Novecento prendeva un’urgenza inedita, quello delle diverse nazionalità. Un problema, peraltro, comune a tutte le entità imperiali del continente europeo e delle aree limitrofi che, non a caso, verranno spazzate via dalla guerra».

Dopo quattro anni e mezzo, la Grande Guerra terminò con la sconfitta degli Imperi austro-ungarico, tedesco e ottomano e la vittoria di Francia, Inghilterra, Italia e Usa, mentre la Russia fin dal 1917 – sotto la guida di Lenin – si era sfilata dal conflitto. Va ripetuto che la guerra all’inizio era stata pensata da molti come conflitto di breve durata, trasformatosi invece in una lunga contesa: un imprevedibile ‘cigno nero’ all’orizzonte, ossia una evoluzione inimmaginabile secondo le teorie di Nassim N. Taleb presentate nel suo saggio dal sottotitolo emblematico “Come l’improbabile governa la nostra vita”. Eppure la fine della guerra lasciò inizialmente «un senso di indefinitezza» tra i combattenti, tanto che la maggior parte dei soldati sul fronte occidentale «rimaneva lì dov’era, dubitando ancora che la guerra fosse finita», come ha testimoniato lo storico James Sheehan. Riavutisi da tale impreparazione, non capirono la nuova situazione, tanto che «i tedeschi, per esempio, in gran parte credevano d’aver vinto», non essendo a conoscenza «dell’immensità del quadro bellico»; comunque sperarono almeno in «una pace conciliatoria e non umiliante».

Ma nel giugno 1919 venne il Trattato di Versailles ad interrompere questi «facili entusiasmi», peraltro innescati anche dalle aspettative che il presidente americano Woodrow Wilson, sbarcando in Europa nel dicembre 1918, aveva sparso a piene mani proclamando: «Mai più guerra!». Questa voce – dichiarerà Stefan Zweig in “Momenti fatali” – venne «immediatamente capita in ogni paese, in tutte le lingue». Ma tra la pace sognata e la pace reale corse una distanza siderale. Il Trattato di Versailles, soprattutto per l’intransigenza del Primo ministro francese Georges Clemenceau, oltre a confermare lo smembramento degli imperi austro-ungarico e ottomano, fu molto punitivo contro la Germania, considerata la vera regista dello scatenamento del conflitto di cui l’Austria-Ungheria aveva solo acceso la «imprevedibile» miccia, congetturando un Ultimatum così drastico alla Serbia sulla base di un premeditato avallo tedesco. Tanto che così testifica il Trattato di pace: «Gli Alleati e i Governi Associati affermano, e la Germania accetta, la responsabilità della Germania e dei suoi alleati per aver causato tutte le perdite e i danni che gli Alleati e i Governi Associati e i loro cittadini hanno subito come conseguenza della guerra loro imposta dall’aggressione della Germania e dei suoi alleati».

Sulla Germania cadde dunque l’obbligo maggiore di pagare i costi di riparazione quantificati in 33 miliardi di dollari del 1913, di cui furono effettivamente pagati 21 miliardi tra il 1919 e il 1932 mettendo a durissima prova la tenuta economica e democratica post-bellica tedesca. «Questa non è una pace. È un armistizio per vent’anni» dichiarò Ferdinand Foch, comandante supremo delle forze alleate. Uguale fu il giudizio di un personaggio che poi diventerà un economista famosissimo e che allora fu presente a Parigi come rappresentante del Tesoro britannico: si tratta di John M. Keynes che abbandonerà la Conferenza di pace, sostenendo che le durissime riparazioni imposte alla Germania avrebbero portato il Continente nel giro di due o tre decenni ad un nuovo conflitto e «alla scomparsa dell’ordine sociale così come l’abbiamo conosciuto». Ecco due personalità – un militare e un economista – che ben incarnano la funzione della previsione storica in grado di «prepararci all’imprevedibile», che dunque diventa tale solo se non si analizza bene «la complessità degli intrecci», come richiamato più sopra dallo storico Cammarano. Peraltro c’è un’arguzia dello scrittore nordirlandese Robert McLiam Wilson che giustifica con sarcasmo anche gli insipienti cultori degli avvenimenti rappresentati come ‘improbabili’: «Nella geopolitica c’è una sola legge: tutto quello che è improbabile è impossibile finché non succede, e a quel punto era prevedibile».

In questo commento non poteva mancare un richiamo alla posizione dell’Italia che era entrata in guerra nel maggio 1915 a fianco di Inghilterra, Francia e Russia contro l’Austria-Ungheria, alla quale fin dal 1882 era legata, insieme alla Germania, dal patto ‘difensivo’ della Triplice Alleanza da cui ora si sentiva slegata: infatti l’articolo 4 dell’alleanza esonerava dal patto se una delle parti avesse dichiarato guerra ad una quarta potenza, come aveva fatto l’Austria con la Serbia ; inoltre, la mancanza di un accordo preliminare, previsto dall’articolo 7 nel caso di intervento di Austria o Italia nei Balcani, implicava un’infrazione dell’accordo a carico di Vienna. Ma fuori e contro lo spirito della Triplice – che rappresentava comunque un trattato d’amicizia, stretto inizialmente per parte italiana in funzione antifrancese per la contesa coloniale in Nordafrica –  agirono in Italia tutte le forze desiderose di completare l’ultima guerra risorgimentale dell’Italia, da combattere anche stavolta come le precedenti contro l’Austria per unire Trento e Trieste alla madrepatria. Va però segnalato che nel Trattato segreto di Londra del 26 aprile 1915, l’Italia aveva preteso ben di più, assecondando «le aspirazioni del nazionalismo e del conservatorismo liberale perché, oltre la rivendicazione delle province italiane dell’Impero asburgico, miravano a garantire confini sicuri, il controllo dell’Adriatico e la prospettiva dell’espansione coloniale». Precisa al proposito Lorenzo Cremonesi in una lunga ricerca curata a puntate per la rivista “Sette”: «Roma non solo voleva Trento e Trieste, ma anche l’Alto Adige a maggioranza tedesca, l’Istria, diverse isole e regioni croate abitate da slavi, l’Albania, il controllo militare dell’Adriatico, il Dodecaneso, una parte della Turchia occidentale e il pieno riconoscimento dei suoi interessi coloniali in Africa». Insomma lo spirito risorgimentale che avrebbe dovuto riconoscere e garantire le nazionalità – tutte le nazionalità – oppresse, veniva smentito. Addirittura il ministro degli Esteri Sidney Sonnino parlò apertamente di «sacro egoismo» lasciando il tavolo delle trattative di Parigi quando il presidente americano Wilson – in difesa dei principi di concordia fra tutte le nazionalità – considerò decaduto il trattato di Londra. In Italia si parlò di «vittoria mutilata»: in realtà la tesi wilsoniana corrispondeva agli obiettivi principali dell’interventismo democratico italiano, che puntando alla caduta dell’Impero asburgico per liberarne le nazionalità oppresse, non poteva che sostenere «un accordo tra italiani e slavi come la sola soluzione pacifica praticabile nella regione» sostiene lo storico Rosario Romeo ne “L’Italia unita e la prima Guerra mondiale”. Invece prevalse l’esasperazione nazionalistica, nonostante fosse stato già acquisito a vantaggio dell’Italia – «in violazione dei confini etnici» – il Sudtirolo di madrelingua tedesca: una violazione – spiega Romeo – che se fu «avallata a Nord» trovò al tavolo di Parigi «una invincibile resistenza per ciò che riguardava i confini orientali, dove le aspirazioni italiane si urtavano con quelle degli slavi del Sud».

Ma succederà anche di più: la concitazione da ‘vittoria mutilata’ spinse nel settembre 1919 una spedizione eterogenea di «soldati ribelli, artisti e libertari capeggiati da Gabriele D’Annunzio» – come racconta Claudia Salaris nel suo saggio “Alla festa della rivoluzione”- ad occupare la città di Fiume, che non era prevista come ricompensa all’Italia negli stessi accordi segreti di Londra. Fiume secondo il censimento del 1910 contava 49.806 abitanti, di cui la metà italiani, esattamente 24.212, mentre i restanti comprendevano abitanti di lingua serbo-croata, slovena, tedesca, ungherese: una realtà variegata – che si era andata dilatando negli ultimi decenni con l’immigrazione di cittadini non italiani – ma che comunque andava rispettata. Nella successiva storia italiana, l’avventura fiumana divenne «l’archetipo di successo» – rammenta ancora Cremonesi – della marcia su Roma e della sopraffazione fascista delle istituzioni liberali: con inevitabile sconcerto di chi era andato a Fiume con altre idealità e identità culturali.

In conclusione, riferirei in breve di due protagonisti dal percorso politico contradditorio e confliggente, attingendo alle biografie riportate nel citato lavoro “La Grande Guerra”. Parlo del presidente USA Thomas W. Wilson e di Georges Clemenceau, primo ministro francese. Wilson (1856-1924) giurista e politologo, partì da posizioni retrograde, tanto da considerare il diritto di voto per tutti come «fondamento di ogni male», propagandando anche il darwinismo sociale e «la superiorità biologica dei bianchi sulle altre etnie». Ma nel corso degli anni cambiò radicalmente posizioni tanto da essere designato nel 1912 alla presidenza degli Stati Uniti dalla componente progressista del partito democratico con l’ostilità di quella conservatrice. Diventato presidente, quando scoppiò la guerra mondiale mantenne gli USA dapprima neutrali e pacifisti, per evitare che «lo spirito brutale della guerra entrasse nelle fibre più profonde della vita nazionale, infettando il Congresso, le Corti di giustizia, il poliziotto di ronda, l’uomo della strada». Trascinato nel conflitto dalle provocazioni tedesche che con la guerra sottomarina avevano affondato navi passeggeri e mercantili statunitensi, nell’aprile 1917 dichiarò guerra alla Germania per «ristabilire le libertà violate dalla mire tedesche» e perché il mondo doveva diventare «un luogo sicuro per la democrazia». Nel gennaio 1918 presentò i suoi celebri “Quattordici punti” riferiti ai liberi commerci marittimi, ai diritti delle nazionalità oppresse, al riconoscimento dell’indipendenza dei popoli soggetti ai vecchi imperi, all’abolizione della pratica illiberale della diplomazia segreta, al bisogno di «instaurare un nuovo ordine fondato sulla pace», partendo dalla riduzione degli armamenti e arrivando alla proposta di fondare la «Società delle Nazioni, un organismo internazionale finalizzato ad assicurare il mutuo rispetto fra i singoli Stati». Accolto dall’opinione pubblica europea e mondiale come un ‘nuovo Vangelo’, il programma di Wilson fu accettato molto parzialmente dalle potenze vincitrici, che seguirono una prospettiva punitiva, dominata dal «sacro egoismo» di ognuna di esse. I suoi Quattordici punti restarono in gran parte lettera morta: come consolazione ottenne il Premio Nobel per la pace nel 1920.

Percorso opposto fu quello di Georges Clemenceau (1841-1929). Di tradizioni repubblicane e anticlericali, sostenne dapprima posizioni radicali e anticapitaliste, distinguendosi nella difesa di Alfred Dreyfus, affiancando vibratamente il J’accuse di Émile Zola contro l’antisemitismo del militarismo francese. Le sue opinioni mutarono quando divenne primo ministro nel 1906, imprimendo una «svolta di carattere nazionalistico al governo, in opposizione ai socialisti e ai sindacati». Scoppiata la guerra, fu «fervente militarista» e ostile ad ogni mediazione diplomatica. Come più sopra riferito, Clemenceau «mostrò una posizione intransigente nei confronti della Germania, sostenendo la necessità di piegarla sia politicamente sia economicamente; tali posizioni lo misero in contrasto con il presidente americano Wilson, ma furono poi quelle adottate dalle nazioni vincitrici». E per l’Europa a sventura si aggiunse sventura…

LIBRI CITATI:

-Stefan Zweig, “Il mondo di ieri”, Mondadori, Milano, 1994

-Eric Hobsbawm, “L’Età degli imperi. 1875-1914”, Laterza, Roma-Bari, 1988

-Golo Mann, “Storia della Germania moderna 1789-1958”,Garzanti, Milano, 1978

– Nassim N. Taleb, “Il Cigno nero – Come l’improbabile governa la nostra vita”, il Saggiatore, Milano, 2008

-James Sheehan, “L’età post-eroica. Guerra e pace nell’Europa contemporanea”, Laterza, Roma-Bari, 2009

-Stefan Zweig, “Momenti fatali”, Adelpi, Milano, 2005

-John M. Keynes, “Le conseguenze economiche della pace”,Adelphi, Milano, 2007

-Robert McLiam Wilson, “Belfast, Dublino e oltre”, in “La Lettura – Corriere della Sera”, 2 aprile 2017

-Lorenzo Cremonesi, “La rabbia italiana per gli accordi traditi”, rivista “Sette”, 21 ottobre 2016

-Rosario Romeo, “L’Italia unita e la prima Guerra mondiale,”Laterza, Bari, 1978

-Claudia Salaris, “Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume”, il Mulino, Bologna, 2002

Nicola Zoller

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