mercoledì, 19 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

La crisi del Welfare State, il modello di Beveridge e Meade
Pubblicato il 04-12-2018


welfare stateIl welfare State, così come oggi lo conosciamo, ha iniziato ad essere condiviso tra le due guerre mondiali, per tradursi in strutture pubbliche operative nei Paesi ad economia di mercato e retti da regimi democratici, a partire soprattutto dalla fine del secondo conflitto mondiale; è stato all’interno di questi Paesi che il welfare si è affermato, legittimando sul piano sociale la necessità che l’intervento dello Stato nell’economia diventasse un elemento importante del benessere dei cittadini, da conseguirsi attraverso la conservazione della stabilità di funzionamento del sistema economico.
A tale scopo, subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale, nell’organizzazione del sistema sociale del Regno Unito, sono state introdotte radicali riforme che hanno prodotto la trasformazione dello Stato di diritto liberale in Stato sociale di diritto, legittimando l’intervento pubblico nel governo dell’economia; le riforme, introdotte anche negli altri Paesi (in particolare, in quelli che aderiranno al progetto di unificazione politica dell’Europa), hanno dato luogo alla costruzione del sistema di “welfare State”, la cui funzione è stata quella di rendere operante la stipula di un patto politico tra capitale e lavoro, secondo l’ispirazione derivava dalle elaborazioni teoriche di John Maynard Keynes.
Il welfare State è divenuto così, sul piano dell’azione politica dei Paesi che l’hanno adottato, il presidio finalizzato a realizzare quanto fosse risultato necessario ad assicurare la stabilità del sistema economico, con una crescente creazione e conservazione dei livelli occupazionali consentiti dalle attività produttive. In particolare, il patto prevedeva che il sistema welfarista svolgesse la funzione di fornire alla forza lavoro, nel caso fosse risultata temporaneamente e involontariamente disoccupata, la garanzia di un reddito da corrispondere sotto forma di sussidio, a fronte di contribuzioni assicurative, a carico di imprese e lavoratori. Negli anni successivi all’introduzione del welfare State, il mercato del lavoro ha subito, però, un cambiamento, che ne ha compromesso la flessibilità, a causa del formarsi di una diffusa disoccupazione sempre più difficile da “governare”; fatto, quest’ultimo che ha messo progressivamente in crisi il sistema di sicurezza sociale, basato, pur in presenza di varianti nazionali, sul modello elaborato nel Regno Unito, nel 1942, da William Henry Beveridge. Il sistema di sicurezza realizzato si è infatti fortemente intrecciato con le profonde trasformazioni delle modalità di produzione del benessere e delle condizioni di vita delle persone, nonché con le trasformazioni sociali e politiche che hanno allargato la partecipazione dei cittadini alle procedure decisionali dell’attività politica.
È però opportuno ricordare che oltre all’organizzazione del welfare State, secondo la proposta (poi istituzionalizzata) di Henry Beveridge, veniva avanzata da James Edward Meade (docente alla London School of Economics e alla Cambridge University) una proposta alternativa. Meade proponeva che la sicurezza sociale fosse garantita in termini radicalmente diversi da quelli previsti dal sistema del welfare State adottato; la sicurezza sociale, a suo parere, poteva essere meglio assicurata, invece che con la corresponsione ai soli disoccupati di sussidi condizionati (vincolando, ad esempio, il disoccupato a reinserirsi nel mondo del lavoro e a sottoporsi a un insieme di controlli non sempre rispettosi della dignità della persona), piuttosto attraverso l’erogazione di una forma di reddito universale e incondizionato, corrisposto a tutti i cittadini senza alcun vincolo.
Meade chiamava “Dividendo Sociale” il reddito universale e incondizionato da lui proposto, da finanziarsi, non attraverso il sistema fiscale, ma con le risorse derivanti dalla vendita dei servizi di tutti i fattori produttivi di proprietà collettiva gestiti dallo Stato, mediante un apposito “Fondo-capitale nazionale”, per conto e nell’interesse di tutti i cittadini. Il dividendo sociale, doveva essere corrisposto a ciascun cittadino sotto forma di trasferimento pubblico, indipendentemente da ogni considerazione riguardo ad età, sesso, salute, stato lavorativo, stato coniugale, prova dei mezzi e funzionamento stabile del sistema economico.
Il fine ultimo della proposta di Meade era quello di realizzare un sistema di sicurezza sociale che avesse riconosciuto ad ogni singolo soggetto, in quanto cittadino, il diritto ad un reddito di base, sufficiente ad assicurare una giustizia sociale più condivisa; un sistema di sicurezza, cioè, che avesse consentito di raggiungere, sia pure indirettamente, tale fine, in termini più efficienti ed ugualitari di quanto non fosse possibile con qualsiasi altro sistema alternativo.
La proposta di Meade, tuttavia non è stata accolta, non solo per il maggior accreditamento sociale delle idee keynesiane sulle quali era stata formulata la proposta di Beveridge, ma anche perché nei “Gloriosi Trent’Anni” (1945-1975), nell’arco dei quali le economie capitalistiche che avevano adottato il welfare State di derivazione keynesiana hanno vissuto un periodo di crescita sostenuta, consentendo la sostenibilità di welfare State nazionali, portati ad aumentare sempre di più le loro funzioni.
Il processo di allargamento delle finalità del welfare, se ha avuto l’effetto di promuovere l’espansione dei diritti dei cittadini, ha avuto però anche quello di determinare una continua crescita della spesa pubblica, la cui copertura, a causa dell’aumentata frequenza dei periodi di instabilità dei sistemi economici, è stata considerata la causa del rallentamento del processo di crescita e sviluppo delle economie, con la formazione di crescenti livelli di disoccupazione strutturale irreversibile. Tali fenomeni, oltre ad incrinare l’antico patto tra capitale e lavoro, hanno anche determinato una crisi più generale del welfare State, a seguito della quale questo si è trasformato in struttura caritatevole nei confronti di una crescente massa di disoccupati, contribuendo ad allargare l’area della povertà, a causa delle sempre più limitate prestazioni sociali nei confronti di chi perdeva il lavoro.
Il rallentamento della crescita e dello sviluppo (alla fine degli anni Settanta del secolo scorso), nonché la crisi del welfare, hanno comportato la riproposizione di antiche ideologie economiche e politiche conservatrici che, imputando la causa della stagnazione del sistema economico al crescente livello della spesa pubblica, hanno individuato la soluzione del problema del rilancio della crescita e dello sviluppo nella riduzione delle prestazioni sociali (considerate un disincentivo al lavoro) e del carico fiscale (col quale veniva finanziato il sistema di sicurezza sociale).
Quali siano stati gli esiti dell’accoglimento delle ideologie conservatrici neoliberiste è ormai nell’esperienza di tutti. Ma, se il connotato principale degli attuali sistemi produttivi ad economia di mercato è quello di causare crescenti livelli di disoccupazione strutturale (complici, da un lato, l’internazionalizzazione senza regole delle economie nazionali e, da un altro lato, l’elevata velocità dei processi di miglioramento delle tecnologie produttive), quale prospettiva può essere offerta ai disoccupati irreversibili (e, in generale, a tutti coloro che risultano privi di reddito) di partecipare alla produzione-distribuzione del prodotto sociale, perché sia loro reso possibile di perseguire dignitosamente il proprio progetto di vita?
La risposta a questo interrogativo può essere data solo prendendo in considerazione una riforma delle modalità di distribuzione del prodotto sociale, in modo da erogare a tutti i cittadini un “dividendo sociale” (da intendersi nel senso di Meade), indipendentemente dalla loro età e dal fatto di essere occupati, disoccupati o poveri. Per quanto questa soluzione sia oggetto di dibattito sul piano teorico, essa è stata però ignorata dalle classi politiche dei Paesi sempre più frequentemente colpiti da crisi economiche; le forze politiche hanno preferito, al contrario, continuare a “rabberciare” il vecchio arnese del welfare State, ormai ridotto a strumento utile solo a consentire all’establishment politico, sindacale ed economico prevalente di “guadagnare tempo”, prima che i rattoppi del welfare State cessino del tutto la loro effimera efficacia.
Da tempo, infatti, a livello internazionale, si proponeva di ricuperare l’originaria proposta di Meade, al fine di introdurre un sistema di sicurezza basato sulla corresponsione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato, assegnato a tutti e sottratto alla logica di funzionamento del sistema economico. Si sarebbe trattato di un trasferimento pubblico diverso da quello concepito dal sistema welfarista a titolo di reddito di inclusione. Tale è, ad esempio, il trasferimento che, con la denominazione impropria di reddito di cittadinanza, sarà corrisposto sulle base dei provvedimenti adottati dall’attuale governo italiano. In realtà, come afferma Chiara Saraceno in “Reddito di cittadinanza: tanta confusione sotto il cielo” (Micromega 11/2018), con “un’impropria identificazione tra ‘povero’ e ‘disoccupato’ ed un approccio paternalista che vede nel percettore del reddito un potenziale approfittatore da tenere sotto sorveglianza (e a cui prescrivere persino i consumi)”, il trasferimento previsto dall’attuale normativa è tutto fuorché un dividendo sociale (o reddito di cittadinanza) universale e incondizionato.
Una riforma delle regole di distribuzione del prodotto sociale fondata sull’introduzione di un reddito di cittadinanza così inteso, renderebbe inutile quasi totalmente l’intero apparato del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, qualora essa fosse associata ad una riqualificazione dell’attuale sistema di welfare, volto prevalentemente, se non esclusivamente, ad assicurare l’istruzione, la formazione professionale e lo stato di salute dei cittadini; inoltre, essa renderebbe plausibile un possibile rilancio della crescita e dello sviluppo, attraverso la creazione di una società dell’apprendimento, intesa – secondo quanto suggerito da Joseph Stiglitz e Bruce Greenwald in “Creare una società dell’apprendimento” – come condizione perché la società del sistema in crisi possa evitare di sprecare la risorsa più preziosa della quale dispone, cioè la capacita lavorativa e creativa dei propri componenti.
Con l’introduzione di un reddito di cittadinanza (universale e incondizionato), la riqualificazione del sistema di welfare e la trasformazione dell’attuale società in società dell’apprendimento, diventa realistico pensare di poter rimuovere o ridurre le disuguaglianze distributive. Il settore pubblico, liberato dall’incombenza costante dei problemi distributivi, può così essere orientato prevalentemente a offrire ogni sorta di beni collettivi utili a massimizzare la valorizzazione dei talenti individuali; i quali, attraverso la loro creatività, potranno concorrere a plasmare, non solo l’economia, ma anche la società alla quale appartengono, in un senso più ampio di quello reso possibile dall’operatività del sistema del welfare State esistente, per innalzare quindi i livelli di vita odierni e futuri.
Che senso può avere la costituzione di un’organizzazione della società fondata su un’attività d’investimento pubblico e privato volto a rendere massima la valorizzazione dei talenti individuali? Se si riflette sulle difficoltà delle moderne economie industriali a creare nuovi posti di lavoro, in presenza di un trend dei sistemi economici capitalistici che causa una crescente riduzione dei livelli occupazionali, l’introduzione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato risponde all’urgenza che le politiche pubbliche tradizionali siano rese conformi alla soluzione dei problemi del nostro tempo, quali – tra i molti – la povertà, la disoccupazione e la bassa produttività dell’attività politica, ora perennemente “schiacciata” sul presente e poco orientata a progettare il futuro.
Questi ultimi problemi possono essere adeguatamente affrontati da una riorganizzazione del sistema sociale che, eliminando le disuguaglianze, la disoccupazione e la povertà, crei sempre più spazio alle attività d’investimento dirette a massimizzare il prodotto sociale, attraverso la salvaguardia dello stato di salute dei cittadini e la diffusione di una continua conoscenza; finalità pubbliche, queste, favorevoli alla promozione di attività produttive autodirette, come fonte di reddito alternativo al “lavoro in fabbrica”, del quale il processo di accumulazione capitalistica contemporanea tende ad avere sempre meno bisogno.

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