mercoledì, 19 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

“L’amica geniale”. Una bella storia di amicizia longeva
Pubblicato il 05-12-2018


amica geniale

Dopo tanta attesa, è arrivata sul piccolo schermo la nuova fiction “L’amica geniale”, che tanta attenzione e aspettative aveva suscitato nel pubblico su di sé. Attesa anche suscitata dalla presentazione della stessa alla 75esima edizione della Mostra del cinema di Venezia. E il successo di spettatori che ha avuto è stato un tripudio totale, sia dal punto di vista degli ascolti incassati che da quello del riscontro positivo ottenuto per il suo contenuto e la sua sceneggiatura e impostazione. Tale trionfo può essere riassunto in un solo aggettivo a sintetizzare la serie tv: geniale. Questo attributo si ricollega al titolo e deriva da una frase pronunciata da una delle due protagoniste di questa bella storia di amicizia longeva; Elena, detta Lenù (alias Elisa del Genio), dice alla sua amica e compagna di classe Raffaella, detta Lila (Ludovica Nasti): “Tu sei la mia amica geniale: devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine”. Già qui si delineano i punti forti della fiction: l’amicizia, l’istruzione, la cultura, la lotta di emancipazione e di riscatto. Cioè la ricerca di costruire un futuro migliore e di uscire dalla povertà attraverso lo studio, l’accesso al quale spetta anche alle donne e alle ragazze di diritto, che lo rivendicano con forza e lo difendono con tutti i propri mezzi a disposizione. Dunque una lotta per il cambiamento, per uscire da un ambiente, come la Napoli degli anni Cinquanta appunto, di miseria e violenza, fatto di discriminazioni, di rinunce, di costrizioni e di compromessi, a cui sottostare e da sopportare senza possibilità di revoca o replica, senza poter alzare mai la testa e dire ‘no’. Quello che invece decideranno di fare le due bambine. Il loro massimo desiderio quale è? Scrivere un libro, perché quello le farà diventare ricche; soprattutto umanamente, ovviamente. Infatti la loro brillantezza, soprattutto quella della ‘geniale’ Lila, è la loro intelligenza e la loro audacia. Coraggiosa, sa già leggere e scrivere quando va a scuola; ma, soprattutto, ama la cultura, i libri, leggere, non ha paura di ribellarsi, di fare anche ciò che è vietato e proibito: studiare, fare l’esame per andare alle scuole medie. Seguiremo questo loro percorso di formazione nel tempo, unite anche se separate a tratti, attraverso i personaggi delle adolescenti Elena (Margherita Mazzucco) e Lila (Gaia Girace). E il nome della prima protagonista non è a caso. Infatti, come noto, la serie tv è tratta dalla tetralogia di Elena Ferrante. Forse potremmo vedere nella giovane attrice un po’ un alter-ego della scrittrice; ma, a parte questo, di certo “L’amica geniale” è una coproduzione straordinaria, realizzata da Lorenzo Mieli e da Marco Gianani per Wildside, da Domenico Procacci per Fandango, in collaborazione con Rai Fiction, HBO Entertainment e TimVision. E la regia di Saverio Costanzo, promossa a pieni voti per il racconto per immagini che ha saputo creare, riuscendo a ridonare l’atmosfera del libro della Ferrante, riproponendola in maniera fedele. Il fatto che le protagoniste saranno seguite anche ‘da grandi’ – come già detto – fa il resto, dando un valore aggiunto alla serie, incrementandola e arricchendola ancora ulteriormente. Un processo e un progetto durati oltre otto mesi di lavorazione solo per i casting. Il successo di ascolti sancisce ufficialmente il trionfo della fiction: con una media di più di 7 milioni di spettatori e uno share del 29,3%; nello specifico: 7.458.000 telespettatori e il 28,05% di share per il primo episodio e 6.729.000 (e il 30,80% di share) per il secondo.

Il punto di forza è che è la storia di due giovani strenue ed instancabili combattenti. E questo è un aspetto molto verosimile nel concreto. Anche nella realtà, infatti, Ludovica Nasti/Lila, oggi 12enne, ha dovuto sconfiggere la leucemia, con cui ha lottato e contro cui ha combattuto dai 5 ai 10 anni. Proveniente da Pozzuoli, sognava di fare la calciatrice o la ballerina hip hop; ora è approdata in tv, superando un casting di più di 9mila aspiranti attrici coetanee. Le comparse hanno visto gente arrivare da tutte le parti della Campania alla ricerca del miglior accento partenopeo vero, attori non professionisti ovviamente, ma anche studenti delle scuole del posto. Ed a conquistare il pubblico sono stati proprio gli sguardi delle protagoniste, i loro abiti in costume d’epoca stile anni Cinquanta, con tanto di balli e le musiche di allora (dal twist al rock) e poi anche la voce narrante di Alba Rohrwacher: “troppa grazia”, verrebbe da commentare citando il titolo di un film che ha visto di recente protagonista l’attrice; anche il dialetto napoletano, però, non è dispiaciuto e non ha disturbato, non ostacolando la comprensione e l’empatia (anche grazie ai sottotitoli). Così come è stato molto apprezzato il personaggio della maestra Oliviero (alias Dora Romano), battagliera nello spronare le sue ragazze a mostrare il loro valore; è una sua frase ad immergerci nel senso della fiction, quando dice alle sue alunne: “se non cominciate a far veder sin da subito quello che sapete fare, non lo imparerete mai. Io so che siete capaci, che avete le potenzialità e credo che potrete farcela”. Per lei devono provare a sfidare i maschi in una gara a classi aperte, perché non sono inferiori ai ragazzi, che non sono superiori o migliori a loro. Devono semplicemente imparare a tirare fuori tutto il loro potenziale nascosto, andando contro chi vuole chiudere loro la bocca e ‘bloccarle’ nella loro crescita. Per la maestra con il loro studio potranno “contribuire allo sviluppo della società”. Qui sta la svolta epocale da punto di vista della presa di coscienza del ruolo della donna, anche delle bambine, nella società stessa appunto.

E non è un caso che la serie tv, in otto puntate di due episodi ciascuna, parta proprio delineando i termini chiavi della sua panoramica d’avanguardia, illuminante. Ben lo vediamo dai titoli dei primi due episodi: “Le bambole” e “I soldi”. Le bambole sono il simbolo dell’innocenza di chi ha la loro età, invece loro e i loro coetanei spesso sono costretti ad andare a lavorare per aiutare la famiglia, oppure conoscono solo violenza e brutalità. Bambini e bambine, donne e uomini, si feriscono in maniera feroce, sono sempre in contrapposizione, ma lo fanno per ragioni di orgoglio per lo più. Loro due, invece, riescono a stringere un’amicizia vera. “Quello che faccio io, lo fai pure tu; tanto io non ho paura” è la loro regola. Come, ad esempio, andare a riprendere le bambole nella ‘cantina’ di Don Achille, cioè l’emblema della loro serenità e spensieratezza (perdute) dell’infanzia e dell’adolescenza. Le bambole sono un po’ loro due: perse, cercano di ritrovarsi. Vanno da chi gliele ha tolte loro; come gli usurai e i camorristi, che anche gli uomini combattono. Un po’ come gli incubi dei bambini da piccoli, per la paura del buio magari, che immaginano mostri orribili e cattivi, orchi pericolosi, che vanno sconfitti. I soldi, invece, sono quelli di chi pensa di poter comprare tutto con essi, simbolo di spregiudicatezza e prevaricazione. Molti ragazzi vengono educati alla ‘guerra’, ad uccidere, alla violenza, come cani da combattimento che devono essere pronti a sbranarsi. C’è chi ha tutto e chi non ha niente: chi può studiare il greco e il latino e chi deve lavorare. Se imparano il significato del termine vendetta, le due ragazze invece vorrebbero scegliere speranza: quella in e di un futuro diverso. Lila, infatti, vorrebbe aprire un calzaturificio tutto suo, perché: “non possiamo (i poveri ndr) stare sempre a testa bassa, dobbiamo ribellarci”. Anche se, ricorda Lila, è un po’ come la storia di Didone: “se non c’è l’amore, non solo la vita delle persone non vale niente, ma non ha senso neppure quella dell’intera città (Napoli)”. Occorre ricordarsi sempre di amarsi, ma anche di sapere, di conoscere perché: “sono le cose che non sappiamo che fanno paura; più sappiamo, meno abbiamo e fanno paura”. Anche la fretta è una cattiva consigliera, perché per il cambiamento occorre (il) tempo (necessario). Man mano che i loro corpi cambiano, infatti, tale idea si insedia sempre più in loro, si sentono sempre più responsabili del loro paese e della loro vita. Ciò dà modo di accennare anche a tematiche moderne e attuali come quella della violenza di genere, sulle donne.

E qui la vera rivoluzione viene da Stefano Cassarà, quando dice ai coetanei ed amici: “I nostri padri hanno fatto cose brutte, ma noi, i figli, dovrem(m)o essere diversi. Dobbiamo chiederci: vogliamo restare sempre così o vogliamo cambiare le cose?”, se sì occorre farlo tutti insieme, come sparare tutti insieme i botti di Capodanno. Questo l’entusiasmo dei giovani, nei loro sogni e nelle loro aspettative; ma c’è molto ancora da fare per ottenerlo, perché chi ha il controllo non intende cederlo. Intanto qualcosa inizia a sorgere, come la biblioteca di tutti, aperta a tutti, del quartiere, del rione da cui si vuole fuggire, che dà premi ai più assidui lettori: uno dei quali è proprio Elena.

Se volessimo, invece, cercare una frase che sintetizzi tutta la portata innovativa della serie tv, è quella che riproponiamo, postata in un hashtag su Twitter (come segnalato dall’Huffington Post): “l’emancipazione sociale passa dalla cultura, le diseguaglianze si abbattono con la scuola. Sono i libri a salvare le vite e nazioni”; ovvero il sogno che inseguono e perseguono Lenù e Lila: è il grande racconto di un percorso di liberazione e libertà individuale e personale, ma anche collettiva e comune.

Il loro obiettivo è sfuggire alla ristrettezza di un ambiente in cui vige una mentalità patriarcale e maschilista, in una società ottusa in cui si sottostà al rigido ordine sociale dominante, predeterminato, in cui c’è una gerarchia da rispettare che suddivide la società in classi e caste: loro sono la plebe, non meritano niente. O forse no? Questo sembrano chiedersi le ragazze, mentre si interrogano parallelamente su quali siano i loro diritti. Si è schiavi delle regole e persino dentro casa, dove non c’è dialogo e non ci si può opporre: loro non vogliono essere sottomesse come le loro madri, eternamente ed inesorabilmente obbedienti. Loro ricercano piuttosto se stesse: come fare a scoprire cosa vogliono essere davvero e come fare a diventarlo veramente?

Girata a Caserta, l’epoca è quella del dopoguerra, il che complica il tutto beninteso. Lenù e Lila hanno due caratteri diversi: più ponderata, studiosa, rispettosa delle regole l’una; più istintiva, ribelle, di un’intelligenza intuitiva spesso l’altra. Condividono tutto, anche i primi innamoramenti; infatti c’è anche la loro volontà di avere la libertà di amare chi si vuole, seppure di ceto sociale diverso; sono due facce della stessa medaglia: quella dell’Italia di quegli anni, tra onestà e corruzione. Anche le prime esperienze sentimentali; litigano e si riappacificano; discutono e si confrontano; decidono insieme e si contemperano, cercando di trovare un equilibrio e un accordo almeno tra di loro, per restare ed essere unite e più forti dunque. Nonostante tutto; e le resistenze e gli ostacoli da superare non sono pochi; ma impareranno presto il significato della parola ‘perdono’. Un vero talento e un genio il loro a modo diverso. Un romanzo di formazione e di ascesa sociale, che cercano di raggiungere ognuna alla sua maniera: più tenera e calma Lenù; più irruenta, dura e distaccata e fredda a volte Lila, ma entrambe turbate profondamente da un cuore ferito, che si sente come in gabbia, impossibilitato ad esprimersi liberamente; si sentono quasi incomprese. Lila è più spericolata e incosciente, mentre Lenù è più ‘mansueta’, quasi come un animale addomesticato che sente di dover sottostare alle regole ed accettarle; finisce quasi per sentirsi un po’ prevaricare, opprimere dall’amicizia di Lila, quasi che dovesse fare tutto quello che dice lei, perché è più forte. Amiche e sorelle, nemiche ed amiche al contempo. Da qui un po’ un’aura di angoscia che si respira. Anche perché è una storia piena di sentimenti: desideri e sogni, rabbie e rancori, aspirazioni e ambizioni, vergogne e paure, gioie e dolori, delusioni e soddisfazioni. Una storia lunga circa settant’anni, che ci verrà svelata poco a poco, come in un lungo ed eterno flashback, in cui si disvela il personaggio di Lila, che traina e guida tutti gli altri. Tutto studiato nei minimi dettagli, quello di Lila è un fascino in primis intellettuale. La stessa Lenù si chiede: “come fai a sapere tutte queste cose?”; “non lo so – le risponde l’altra -: apro il secchio (la mente, la testa metaforicamente) e le tiro fuori”. Ecco, il tirare fuori, che è quello che fa la fiction: la vita aiuta le due protagoniste, in maniera maieutica, a tirare fuori tutto quello che avevano dentro, anche a loro insaputa, che non osavano o non avevano il coraggio di manifestare.

E se lo scenario della trama è dunque aperto sul e verso il futuro, il nuovo, anche quello della fiction sembra destinato a continuare nel tempo. Infatti c’è ancora molto materiale da cui poter attingere dalla produzione di Elena Ferrante a disposizione: ben quattro libri della scrittrice; oltre all’omonimo “L’amica geniale” (del 2011), anche “Storia del nuovo cognome” (del 2012), “Storia di chi fugge e di chi resta” (del 2013), “Storia della bambina perduta” (del 2014). Quindi non è difficile prevedere un sequel della serie tv, con altre stagioni ed episodi ricchi ed intensi tutti da scoprire. Tanto che la serie americana di ispirazione, “My brilliant friend”, prevedeva addirittura quattro stagioni di ben otto episodi (32 in totale dunque).

Barbara Conti

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