mercoledì, 19 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Mariupol, la città dimenticata Mare d’Azov
Pubblicato il 07-12-2018


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Leopoli, antica capitale della Galizia Austriaca. L’opera illuminata riporta la memoria ai libri di Martin Pollak, a uomini con cilindri di feltro ed ebrei indaffarati nei loro caffettani. Alle due di notte la stazione è abitata da Hutzuli dei Carpazi, Striani e sfollati del Donbass. Il treno da Cracovia che poche ore prima mi aveva portato fuori dall’Europa Unita verso l’Europa che nessuno vuole vedere riparte per il suo viaggio notturno.

Prendo posto per il mio viaggio di 26 ore, in un lungo treno circondato da gente indaffarata e piena di semplici fagotti. Destino Mariupol. La città dimenticata sul Mare d’Azov.

Il mio compagno di viaggio in cuccetta si chiama Vasyl, ha 56 anni. Da quella maledetta estate del 2014 quando le bande russe presero possesso della città portuale, si è trasferito a Leopoli per cercare lavoro, lasciando a Mariupol l’anziana madre. Lavora come autista di pullman, per 200 euro al mese e deve mantenere non solo la madre, ma anche quattro figli che con lui vivono a Leopoli in un appartamento con altri 5 sfollati.

Dopo 26 ore, 31 stazioni, 15 controlli di militari con relative domande di che cosa ci faccia in questo lembo di terra martoriata, otto panini, 15 the e 6 caffè solubili, una trota affumicata comprata per poche Hrywnie nella piccola stazione di Zhmerynka, due libri divorati dalla noia, arriviamo alle sei di mattina nella triste stazione di Mariupol.

Mi accolgono vagoni abbandonati ed arrugginiti, una città fantasma avvolta nel freddo dei -15 gradi mattutini, dove non corrono macchine ne pedoni, dove la gran parte delle case risulta essere abbandonata e con i vetri rotti. Una città spettrale e triste. In cui nessuno, nemmeno le stanche persone della stazione sembrano aver voglia di parlare. Solo Vasyl, pieno di una rabbia di 4 anni di esilio lontano dalla sua casa, ha voglia di farmi conoscere la realtà della dimenticata Mariupol.

Dalla stazione al porto ci sono poco più di 500 metri, Vasyl mi indica le grandi gru del porto, ce ne saranno una quarantina. Tutte ferme ed arrugginite. Mi racconta di come negli anni sovietici Mariupol fosse un crocevia di grandi traffici con la sponda opposta del Mar Nero, di come le navi arrivassero giorno e notte e mancasse la manodopera. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica Mariupol aveva continuato a prosperare grazie ai traffici con l’Europa – prevalentemente il grano o il carbone del Donbass.

Ma oggi la città sembra essersi fermata a quella maledetta estate del 2014 quando i ribelli di Luhansk e Donieck, appoggiati da bande paramilitari inviate da Putin, riuscirono a prendere possesso di parte della città salvo essere poi scacciati da una sollevazione cittadina e dai rinforzi arrivati da Kiev. I segni di quella battaglia si vedono tutt’oggi e non sono solo fisici.

Fa molto freddo. Con Vasyl entriamo in una piccola bettola dal tetto in amianto. Irina ci serve un borsh caldo e qualche crocchetta di carne. Ha la faccia scavata dai dolori degli ultimi anni: sua figlia è in Polonia e lavora come cameriera. Suo figlio è morto per l’Ucraina vicino a Donieck e ancora oggi non conosce la terra che si è divorata il suo corpo. Mantiene aperta questa bettola in cui i non marinai di un non porto non vengono a consumere i non pasti di una carta che offre solo poche cose. In questa bettola è cresciuta. In questa bettola vuole morire.

Sorseggiando il borsh Vasyl mi racconta che la situazione è peggiorata dopo la costruzione del ponte voluta da Putin per unire la Russia con l’Istmo di Kerch. Un giovane ragazzo, che non vuole dire il suo nome, aggiunge di essere arrabbiato con l’Europa e con gli Stati Uniti: “Come hanno potuto permettere una cosa del genere? Ok, potevano non reagire sulla Crimea. Ma sul ponte? Il mar d’Azov ora e tutto russo. Hanno fatto un ponte di 35 metri di altezza apposta per non far passare le nostre navi! E noi di cosa viviamo ora? Cosa faremo? Quanto tempo passerà prima che la Russia si prenderà anche questo deserto? Qui non è rimasto quasi nessuno, si muore di fame”. Irina mi porge il giornale. Il ministro delle infrastrutture Omelian avvisa: “È questo che vogliono i Russi. Il fine di Putin è quello di strangolare Mariupol e gli altri porti sul Mar d’Azov. Vogliono impossessarsene per poi dare un colpo mortale all’economia della libera ucraina”.

Da questo porto sono infatti partiti i 24 soldati ucraini fermati dai proiettili russi nello stretto di Kerch ed arrestati, le cui foto campeggiano sulla prima pagina del giornale.

Le tensioni tra Mosca e Kiev sono riprese, senza che davvero si fossero mai fermate. Semplicemente il mondo, ed in particolare l’Europa, ha imparato a guardare da un’altra parte. Difficile capire oggi come questa partita a poker finirà. Ciò che è chiaro a tutti i Vasyl e le irine di Mariupol è che non sarà una storia a lieto fine.

Diego Audero

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