giovedì, 25 Febbraio, 2021
Direttore Responsabile Mauro Del Bue

2020, aziende indebitate e crollo mercato dell’auto

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Una nota del Ministero dei Trasporti spiega la situazione delle immatricolazioni: “Nel periodo gennaio-dicembre 2020 la Motorizzazione ha in totale immatricolato 1.381.496 autovetture, con una variazione di -27,93% rispetto al periodo gennaio-dicembre 2019, durante il quale ne furono immatricolate 1.916.949. Nello stesso periodo di gennaio-dicembre 2020, sono stati registrati 3.018.301 trasferimenti di proprietà di auto usate, con una variazione di -27,89% rispetto a gennaio-dicembre 2019, durante il quale ne furono registrati 4.185.530. La Motorizzazione ha immatricolato, nel mese di dicembre 2020, 119.454 autovetture, in calo del 14,95% rispetto a dicembre 2019, durante il quale ne furono immatricolate 140.448 (nel mese di novembre 2020 sono state invece immatricolate 138.559 autovetture, con una variazione di -8,24% rispetto a novembre 2019, durante il quale ne furono immatricolate 151.001). Nello stesso periodo di dicembre 2020 sono stati registrati 276.665 trasferimenti di proprietà di auto usate, con una variazione di -13,76% rispetto a dicembre 2019, durante il quale ne furono registrati 320.799 (nel mese di novembre 2020 sono stati invece registrati 295.546 trasferimenti di proprietà di auto usate, con una variazione di -12,07% rispetto a novembre 2019, durante il quale ne furono registrati 336.112)”.
Secondo il Centro studi Promotor il livello raggiunto dalle immatricolazioni nel 2020 riporta l’Italia ai livelli degli anni ’70 del secolo scorso. Il 49% dei concessionari interpellati dal Centro studi nell’inchiesta congiunturale mensile condotta negli ultimi giorni di dicembre, considerando anche i nuovi incentivi varati con la Legge di Bilancio, si attende per il prossimo anno un numero di immatricolazioni sostanzialmente stazionarie sui livelli del 2020, mentre gli altri concessionari si dividono equamente tra ottimisti e pessimisti.

Le immatricolazioni delle autovetture sono come una cartina tornasole che evidenzia le difficoltà economiche esistenti, ma anche le difficoltà a superarle nel breve periodo. A conferma delle preoccupazioni sulla crisi causata dalla pandemia, c’è anche l’aumento dei debiti delle aziende che subiscono maggiori oneri finanziari. Questo aspetto è spiegato nella recente nota congiunturale del Centro studi di Confindustria: “Nel 2020 il credito bancario alle imprese italiane ha registrato un balzo (+7,4% annuo a ottobre), spinto dai prestiti emergenziali con garanzie pubbliche, arrivati oggi a circa 146 miliardi di euro. Questo strumento è servito per arginare la crisi di liquidità subita dalle imprese, causata dal crollo dei fatturati dovuto al lockdown e alle altre misure restrittive imposte dalla pandemia”.
Dunque, il prestito emergenziale già erogato con oneri a carico delle imprese, è pari ai tre quarti dei fondi ottenibili dal ‘Recovery fund’.
La nota spiega pure: “Tuttavia, in molti settori sia dell’industria che dei servizi ciò ha accresciuto troppo il peso del debito, misurato in anni di cash flow generato dalle imprese. Nei servizi, in media, da 1,9 a 11,2 anni. Cash flow che si è bruscamente assottigliato nel 2020 e in alcuni casi è divenuto negativo (da 81 a -4 miliardi di euro nel totale del manifatturiero). Il semplice servizio del debito, nella situazione attuale, prosciuga le risorse interne disponibili”.

E’ ovvio che la situazione di lockdown nel 2020 ha fatto crollare la capacità di cash-flow diventato negativo per molte imprese. Quindi è diminuita la possibilità di restituire i debiti contratti.
Complessivamente nel 2020, rispetto al 2019 il fatturato delle imprese è crollato di circa 300 miliardi di euro tra servizi e manifattura.

Senza interventi mirati a rafforzare la situazione finanziaria delle imprese (in primis, un allungamento della durata del debito) e senza un solido recupero di fatturato e cash flow dal 2021, in quasi tutti i settori di industria e servizi, l’eccesso di indebitamento mette a rischio il flusso di nuovi investimenti produttivi in Italia.
Naturalmente, il problema è diversificato tra settori che hanno subito maggiormente come turismo e ristorazione ed altri come alimentare e farmaceutico che hanno subito meno.
Nella situazione pre-Covid, ovvero con il cash flow del 2019, il debito bancario contratto fino ad allora, poteva essere ripagato in poco più di due anni. L’onere per interessi su tale debito era pari a una quota contenuta delle risorse interne (4,4%).
Oggi, nei settori industriali in cui il cash flow è diventato negativo, non è possibile (aritmeticamente) neanche calcolare quanti anni di risorse generate internamente servirebbero ad estinguere il debito. Se protratta nel tempo, una situazione del genere rischierebbe di rendere il debito insostenibile per le imprese.
Nei servizi l’indebitamento emergenziale è stato massiccio (57 miliardi di euro). Per vari settori dei servizi il debito è diventato insostenibile nel 2020 (commercio, alloggio-ristorazione, noleggio-servizi alle imprese). Per altri settori, la situazione è divenuta molto pesante (trasporto-magazzinaggio). Limitano i danni quest’anno solo pochi comparti dei servizi (informazione-comunicazione, attività professionali-scientifiche).
Nelle costruzioni il peso del debito, già elevato, è più che raddoppiato, balzando da 3 a quasi 7 anni di cash flow. Una situazione difficilmente gestibile a lungo, in assenza di un recupero di fatturato.
Per quasi tutti i settori, con risorse interne così limitate o assenti, è difficile immaginare che si possano realizzare nuovi investimenti ai ritmi pre-crisi. Prima della pandemia, il flusso annuo di investimenti in beni materiali realizzati dalle imprese manifatturiere era pari a 35 miliardi di euro, cui si erano sommati 51 miliardi nei servizi e 5 miliardi nelle costruzioni (valori corrispondenti al 30-40% del cash flow; dati 2019). Nel 2020, con risorse interne estremamente assottigliate nei servizi e negative nell’industria, è divenuta proibitiva la realizzazione di investimenti produttivi su valori analoghi a questi.
Nel 2021, si prevede che la situazione permanga tesa, pur se meno critica di quella del 2020, sul fronte del cash-flow. Il fatturato industriale, infatti, dovrebbe registrare una risalita rispetto al valore medio del 2020, sebbene parziale a causa della seconda ondata di pandemia che ha fermato al momento il recupero dell’attività economica (l’ipotesi è che l’industria registri un +9,8% in media, dopo il -14,5% del 2020).
In tale scenario, ipotizzando inoltre una elasticità dei costi ai ricavi come nel 2020, il cash-flow tornerebbe positivo nel totale della manifattura (42 miliardi) e in quasi tutti i settori.
Tuttavia, rispetto al 2019 l’indebitamento resterebbe molto più pesante nel 2021. Sia perché il debito è più alto (l’ipotesi prudente è che resti al livello del 2020), sia perché il cash flow è più basso.
Nella situazione post-Covid, quindi, occorrerebbero 5,4 anni di cash flow nel manifatturiero per ripagare il debito, più del doppio dei 2,2 anni del 2019. In tutti i settori la situazione sarebbe peggiore, con un forte aumento del numero di anni necessari a ripagare il debito.
Da questa analisi deriva che innanzitutto, è necessario consentire un allungamento del periodo di rimborso dei debiti di emergenza contratti nel 2020. Ciò al fine di allentare le tensioni finanziarie subite dalle imprese a seguito del maggiore indebitamento e liberare risorse per nuovi investimenti necessari per competere e svilupparsi.

Pertanto, Confindustria sostiene: “Occorre intervenire tempestivamente sulle disposizioni del quadro temporaneo per le misure di aiuto di stato a sostegno dell’economia nell’attuale emergenza del Covid-19 della Commissione Europea e in particolare sulla sezione 3.2., nell’ambito della quale sono state notificate le misure di garanzia previste dal DL Liquidità (Garanzia Italia di SACE e la maggior parte dell’intervento del Fondo di Garanzia), che ha fissato in sei anni la durata dei finanziamenti garantiti dallo Stato”.
Confindustria propone anche di riprendere il percorso di rafforzamento dei canali di finanziamento per le imprese alternativi al credito bancario, attraverso una strategia integrata, dedicata in particolare a PMI e midcap. Una strategia che combini interventi di natura fiscale, semplificazioni regolamentari e altre misure volte a favorire l’accesso delle imprese a fonti finanziarie alternative, puntando in particolare dal 2021 sui diversi mercati del capitale proprio (private equity, venture capital, azionario AIM, etc) e sull’emissione di debito non bancario. Ipotesi non facilmente praticabili tenuto conto delle avverse condizioni congiunturali attualmente esistenti.
Sempre secondo Confindustria: “In tale prospettiva, gli interventi sin qui messi a punto dal Governo attraverso i provvedimenti varati nel 2020 e quelli prospettati nella manovra di Bilancio appaiono ancora incompleti, soprattutto per quanto riguarda PMI e mid cap e si prestano a essere ulteriormente rafforzati”.
Tuttavia, la strada maestra resta il superamento della pandemia ed il ritorno ad una situazione di normalità che possa portare ad una ripresa dell’economia reale nel più breve tempo possibile. L’aumento della situazione debitoria in aggiunta alla diminuzione delle entrate, pesa come una spada di Damocle con cui si dovrà fare i conti. Debito privato e debito pubblico si sommano. Se non si investiranno i Fondi europei per creare le basi a solide prospettive di sviluppo, il rischio di default diventa incombente. Se malauguratamente ciò dovesse verificarsi, il cambiamento politico verso regimi autoritari sarebbe dietro l’angolo.

 

Salvatore Rondello

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