sabato, 24 Agosto, 2019

24 ottobre 1917: è Caporetto

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disfatta di CaporettoNell’oscurità della notte del 24 ottobre 1917 iniziò la battaglia di Caporetto, località che in sloveno si chiama Kobarid, oggi un paesino di 4.197 abitanti vicino al confine con l’Italia. Fu la più grave disfatta subita dall’esercito italiano, tanto che ancora oggi il termine Caporetto viene utilizzato come sinonimo di cocente sconfitta. Le truppe italiane, del tutto impreparate a una guerra difensiva e duramente provate dalle precedenti undici battaglie dell’Isonzo (questa era la dodicesima), non ressero l’urto delle forze nemiche e dovettero ritirarsi sino al fiume Piave. Cessate le ostilità i numeri furono spaventosi.

Presero parte alla battaglia che si protrasse sino al 9 di novembre circa 257mila soldati italiani che affrontarono quasi 350mila uomini per la maggior parte austriaci ma anche tedeschi. Per l’Austria il bilancio fu di 50mila tra morti e feriti. Mentre tra i 10 e i 13mila furono i caduti italiani. E ancora: 30mila i feriti, decine di migliaia tra prigionieri e disertori, oltre un milione i profughi civili. Sulle opposte trincee di Caporetto si affrontarono l’Esercito regio italiano e le forze austro-ungariche e tedesche. Proprio queste tre potenze in un primo tempo erano alleate.

Lo sfondo della carneficina fu la Prima guerra mondiale. A innescare qualche anno prima il conflitto era stato l’assassinio dell’Arciduca Ferdinando e della moglie Sofia avvenuto il 28 giugno del 1914. Il delfino degli Asburgo e la consorte caddero sotto i colpi esplosi dal nazionalista Gavrilo Princip mentre erano in visita a Sarajevo, in Bosnia. Gli spari omicidi, per ragioni politiche più che per vendetta, in Europa soffiava forte il vento dell’imperialismo e del nazionalismo, di li a breve tempo accesero la miccia. La candela dell’ultima estate di pace bruciò rapidamente: l’Austria asburgica nel mese di luglio si mosse contro la Serbia accusata di essere filo russa. Gli eserciti della steppa, per parte loro, si mobilitarono per difendere i propri interessi nei Balcani. Di conseguenza la Germania prese le difese degli Asburgo e cominciò a pianificare l’invasione della Francia. Mentre nei primi giorni di agosto si mobilitano la Francia e poi la Gran Bretagna. Le clausole e gli accordi nati per la mutua difesa tra gli Stati, con una catena inarrestabile di garanzie, si trasformarono in realtà nell’arma diplomatica che diede fiato alla guerra.

Mentre i cannoni esplodevano i primi colpi, l’Italia il 2 agosto del 1914 comunicò di avere imboccato la strada della neutralità. Ufficialmente lo Stivale restava saldo nella Triplice Alleanza, che era in vigore ormai da 30 anni, ma senza ricorrere all’esercito. Il dibattito interno che si sviluppò in quel periodo tra neutralisti e interventisti, tuttavia, durò poco meno di un anno. Se in un primo tempo avevano prevalso gli argomenti dei primi, alla fine furono i secondi ad avere la meglio. Ma non prima del colpo di scena. Con un repentino cambio di rotta, l’Italia, nell’aprile del 1915, frantumò il suo impegno con l’Alleanza e firmò il patto di Londra. Così, dopo un breve giro di valzer, si ritrovò nell’Intesa: a fianco di Gran Bretagna, Francia e Russia. Poco dopo, correva il 23 maggio del 1915, il governo guidato da Antonio Salandra dichiarò guerra all’Austria-Ungheria. L’esito della Grande Guerra rimase sospeso per quasi due anni, una sorta di stallo dominato da un lugubre equilibrio di morti. Seppure in trincea il massacro non conosceva sosta, né l’Intesa e né gli Imperi centrali riuscivano ad assestare il colpo decisivo.

All’interno del logorante conflitto il piano strategico dell’Esercito italiano, posto sotto il comando del generale e capo di Stato Maggiore Luigi Cadorna, prevedeva di intraprendere un’azione sia difensiva e sia offensiva. Nel primo caso per contenere gli austro-ungarici nel saliente di Trento e lungo il fiume Adige, seguendo il Lago di Garda e il cuneo tra Brescia e Verona. L’attacco, al contrario, andava sferrato proiettandosi in avanti, e cioè verso i confini con l’Austria-Ungheria. Procedere quindi in direzione est muovendo dalla parte ovest del Fiume Isonzo. L’obiettivo doveva essere in breve la conquista della città di Gorizia, per muovere verso Trieste, da sempre sbocco sull’Adriatico degli Asburgo, e infine risalire verso Vienna. Ma il progetto era troppo ambizioso e infatti fu destinato a un clamoroso e doloroso fallimento. Con la linea del fronte austro-ungarico a rischio di collasso attorno a Gorizia dopo l’undicesima battaglia dell’Isonzo, i tedeschi decisero di intervenire in aiuto dei loro alleati in modo da alleggerire la pressione italiana. I generali e comandanti supremi delle truppe del kaiser, Hindenburg e Ludendorff, si accordarono con il collega austriaco Arthur von Straussenburg per attuare una contro-offensiva combinata. Così alle ore 2 del 24 ottobre 1917, dal monte Rombon in direzione Bainsizza, le artiglierie austro-germaniche iniziarono a colpire le posizioni italiane. Poi la fanteria austro-tedesca fece il resto sfondando le fragili linee italiane sia sulle montagne e sia nella valle dell’Isonzo, dove una divisione tedesca sin dal pomeriggio dello stesso 24 di ottobre entrò in Caporetto. Ma era solo l’inizio della grande disfatta. Le truppe degli imperi centrali continuarono la loro inarrestabile avanzata raggiungendo Udine in soli quattro giorni. L’esercito regio era in rotta e in preda al più assoluto disorientamento. Quando l’apparato difensivo era ormai al collasso, dopo la caduta di Cornino e Codroipo, il capo di Stato Maggiore Luigi Cadorna ordinò all’intero esercito di ripiegare sul fiume Piave, mentre nel frattempo si era ricostruita una linea difensiva di resistenza sul Tagliamento. La disfatta di Caporetto, che si concluse il 9 di novembre, provocò il crollo del fronte italiano sull’Isonzo con la conseguente ritirata delle armate schierate dall’Adriatico fino alla Valsugana.

Tale fu la eco della sconfitta e la gravità delle conseguenze politiche e militari che si arrivò al mutamento di governo, Orlando prese il posto di Boselli, e del comando dell’esercito, il capo di Stato Luigi Cadorna venne licenziato su due piedi e al suo posto fu chiamato Armando Diaz. Poco tempo dopo la disfatta di Caporetto la Grande Guerra prese un indirizzo ben preciso. Nell’aprile del 1917 gli Stati Uniti entrarono nel conflitto a fianco dell’Intesa. Mentre nel febbraio uscì dalla contesa la Russia sconvolta dalla rivoluzione bolscevica. Infine, nell’agosto del 1918, la battaglia di Amiens ruppe definitivamente le reni agli Imperi centrali che si polverizzarono e letteralmente scomparvero.

Dalle macerie del conflitto nasceva un’Europa dalla cartina politico-geografica sconvolta: gli Asburgo avevano abdicato e l’Austria era diventata una Repubblica. In Germania accadde lo stesso dopo che il kaiser Guglielmo II era fuggito in Olanda. L’impero Ottomano si era definitivamente dissolto. Mentre la Russia dopo lo sterminio degli zar aveva lasciato spazio all’Unione Sovietica di Lenin. I revanscismi, la voglia di rivalsa e la rabbia degli Stati sconfitti poi mutilati di regioni e ampie fette di territorio fecero covare forti e profondi risentimenti che furono alla base neppure due decenni dopo della Seconda guerra mondiale. Ma questa è già un’altra storia.

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