venerdì, 24 Gennaio, 2020

60 anni fa il Nobel a Quasimodo, l’amarezza dei suoi denigratori

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In un necro(e)logio per la morte di Quasimodo, Gianni Brera chiamò in causa l’invidia dei letterati per il Nobel al poeta siciliano. Montale commentò con ironia: «C’è modo e ‘quasimodo’ di fare la poesia!>». Ungaretti definì il poeta siciliano «un pappagallo e un pagliaccio» e lo giudicava un opportunista. Il letterato Luigi Russo scrisse: «Ma perché codesti accademici svedesi non cambiano mestiere?». Sciascia lo difese: «Credo che nessun paese, mai, abbia reagito come l’Italia letteraria ha reagito all’assegnazione del Nobel a Quasimodo. Come ad un’offesa».

Salvatore Quasimodo è stato amico del giornalista e scrittore Gianni Brera, nonché talvolta commensale delle cene breriane del “club del Giovedì”. Accademie enogastronomiche, diventate liturgia nei primi anni Sessanta del Novecento, che accoglievano giornalisti, letterati, pittori, scultori intenti a discutere di arte, letteratura, cucina, sport. Non sorprende perciò che per la scomparsa di Quasimodo, nel 1968, Brera scrivesse un necro(e)logio che chiamava in causa l’invidia dei letterati che avevano storto il naso in occasione del conferimento del Premio Nobel al poeta siciliano di Modica. «Salvatore Quasimodo – scriveva Brera – era un arabo che cantava da greco. Il profilo da uccello palustre, due baffi secenteschi per ridurre, penso, l’imperiosa imponenza del becco. Dicevano tanto male di lui come uomo che doveva essere molto buono e grande.[…]Insignito del Nobel, si disse che era stato merito di Nordhal, calciatore del Milan. Si scrisse che a caval donato non si guarda in bocca. Partenope sera teneva per Montale che avrebbe voluto cantare da baritono». L’invidia letteraria esiste. Ne era un esempio il commento ironico che Eugenio Montale rilasciò dopo avere appreso del Nobel assegnato al suo collega il 10 dicembre del 1959: «C’è modo e ‘quasimodo’ di fare la poesia!». Ma anche la rabbia di Ungaretti. Temperamenti assai diversi (Quasimodo era uomo di poche parole, riservato, ma ironico; Ungaretti era invece privo di ironia e autoironia, nonché incline alla irascibilità), i due poeti erano rivali e si odiavano amabilmente. Quando Quasimodo vinse il Nobel, Ungaretti e altri intellettuali erano all’Ambasciata sovietica a Roma per la celebrazione della Rivoluzione di ottobre. Improvvisamente arrivò la notizia della vittoria del Nobel. Ungaretti, infuriato, cominciò a urlare e davanti all’ambasciatore sovietico in Italia e alle autorità diplomatiche tenne un comizio contro la poesia di Quasimodo, che riteneva sopravvalutata e non all’altezza di competere con l’opera di chi era consapevole di avere rotto gli schemi della tradizione poetica italiana e di avere inventato un linguaggio nuovo che la critica definiva in maniera spregiativa «ermetico». L’odio e l’invidia di Ungaretti per Quasimodo trovano riscontro in una lettera del 4 novembre del 1959 che l’autore di “Il Porto Sepolto” e de “L’Allegria” inviò al traduttore francese e filologo Jean Lescure. In questa lettera Ungaretti (che per volere del ministro Giuseppe Bottai nell’autunno del 1942 aveva ottenuto, senza concorso e senza laurea, una cattedra di insegnamento di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’università La Sapienza di Roma) scriveva che Quasimodo «ha collaborato per vent’anni alle riviste fasciste di più stretta osservanza, alle quali nessun poeta collaborava». Sottolineava che nel 1933 aveva scritto un inno per i martiri fascisti, intitolato “Coro di morti della rivoluzione”, e «fu fatto professore, cosa che io ho letto nei giornali, dal governo Mussolini quando Mussolini si trovava già a Salò con il suo governo di guerra civile, dopo il colpo di stato contro di lui nel 1944 (sic!)». In realtà Quasimodo fu nominato “per chiara fama” professore di Letteratura italiana al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano nel 1941, cioè due anni prima che venisse fondata la Repubblica Sociale Italiana. Ungaretti definiva inoltre Quasimodo «un pappagallo e un pagliaccio» e smontava i meriti letterari e civili del collega, giudicato un opportunista: «Scriveva poesie sulla Resistenza perché era la moda». Non meno velenose erano le parole che Ungaretti riservava alla giuria dell’Accademia svedese: «Tu sai che chi lo attribuisce [il premio Nobel]sono quattro poeti ridicoli. Gli altri sono uomini di scienza e il più cretino dei quattro è il segretario permanente». E concludeva così l’amaro sfogo per non aver ricevuto il premio tanto desiderato: «Hai compreso la serietà del Nobel? La merda che è in realtà il Nobel?» Intanto, acclamato all’estero, il poeta siciliano veniva mal compreso e denigrato in patria. Il critico letterario Emilio Cecchi scriveva: «A caval donato non si guarda in bocca. E la prima impressione, a proposito di questo premio Nobel per la letteratura è di soddisfazione per un così cospicuo riconoscimento toccato a un poeta del nostro paese. Purtroppo, in un secondo tempo, questo senso di soddisfazione è turbato da inevitabili riflessioni e comparazioni che si accumulano e finiscono col prevalere». Il poeta era denigrato non solo dai critici continentali come Cecchi, ma anche dal letterato siciliano Luigi Russo: «Il premio Nobel a Quasimodo ha avuto una unanimità di voti negativi in tutta la penisola, mentre il buono e modesto Quasimodo non ci deve entrare forse per nulla. C’entra forse l’insipienza donferrantesca e la presunzione degli accademici svedesi. Ma perché codesti accademici svedesi non cambiano mestiere? Ci viene in mente il don Ferrante manzoniano, che dopo aver dissertato gravemente sui due grandi matadores del pensiero politico contemporaneo, Machiavelli e Botero, poi finisce per preferire l’insulso e oscurissimo Valerio Castiglione. Quasimodo non è certo Valerio Castiglione, ma non si sa quello che di lui diranno i secoli, e se ne parleranno». Ha scritto Sciascia che quando nel 1959 fu conferito il premio Nobel a Quasimodo, «si ebbe la prova che non c’era nulla di maniacale nell’ostilità di cui si sentiva circondato: credo che nessun paese, mai, abbia reagito come l’Italia letteraria ha reagito all’assegnazione del Nobel a Quasimodo. Come ad un’offesa». Amareggiato per l’avversione mostrata dai poeti e i letterati nostrani, Quasimodo si cimentava allora nella scrittura di “Epigrammi”, dove prendeva di mira il sopra citato Cecchi:
«Fra i critici stravecchi/ il sor Emilio Cecchi/ la prosa lustra e screzia. / Se al con-sesso di Svezia/ potesse strizzar l’occhio, / fiat Nobel Pinocchio». E la giornalista Oriana Fallaci dopo un’ingrata intervista: «Gira per l’Italia, /forse per carità di patria, / una giornalista di ordine sotterraneo, / brutta, vecchia e risucchiata dalla luna. / Scrive interviste immaginarie/ incise su nastri di reggicalze: / così tenta di assorbire/ i suoi tumulti interni e fisici. / Per lei non fiori/ ma opere di bene». L’assegnazione del Nobel a Quasimodo, che avrebbe dovuto essere una consacrazione universale, si trasformava in una polemica ingenerosa e meschina nei confronti del premiato, che di lì a poco tempo porterà al ridimensionamento e poi al quasi oblìo della poesia del Siciliano. È vero, infatti, che oggi in gran parte delle antologie scolastiche, universitarie e di divulgazione la triade della lirica italiana novecentesca costituita da Ungaretti, Montale e Quasimodo registra l’esclusione di quest’ultimo, sostituito dal poeta Saba.

Lorenzo Catania

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