martedì, 22 Ottobre, 2019

8 agosto 1991. 28 anni dopo lo sbarco della Vlora

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8 agosto 1991. In una calda mattinata estiva, giungono nel porto di Bari 18000 albanesi a bordo di una nave mercantile, la Vlora. In pratica è come se l’intera Melfi in due giorni si spostasse in Lombardia. Erano persone che scappavano dall’implosione dell’Albania, lacerata profondamente da decenni di dittatura comunista.
L’idea dell’Italia era quella di un Paese dove rifarsi una vita, senza disuguaglianze sociali. Un “Italian Dream” che poco dopo l’attracco si rivelò essere molto edulcorato.
Infatti, mentre la Vlora viaggiava quasi a passo d’uomo verso le coste pugliesi, il governo Andreotti (con il forte avvallo di Cossiga) ribadiva con fermezza il respingimento dei migranti. Suona familiare?

Bari si ritrovò in mano una bomba ad orologeria: donne e bambini in primis da salvaguardare, padri di famiglia o semplici cittadini stanchi, ma anche banditi. Gli stessi banditi che prima presero in ostaggio il capitano della Vlora e successivamente decideranno delle sorti di migliaia di albanesi rinchiusi nello Stadio Della Vittoria.
Nel marasma generale, tra rimpalli di responsabilità e con le ferie in corso, il sindaco di Bari, Dalfino, che accolse gli albanesi così “sono persone, persone disperate. Non possono essere rispedite indietro, noi siamo la loro unica speranza” si ritrovò ad ingaggiare un vero e proprio scontro istituzionale con il Governo.
Si decise di mostrare il lato più “cattivo” dell’Italia, per dissuadere da futuri sbarchi: niente tendopoli, niente infermerie, niente cucine.
E per evitare che gli albanesi sfuggissero (2000 di loro ci riuscirono), fu deciso di rinchiuderli dentro lo Stadio della Vittoria.

La gestione simil-lager degli albanesi non fece altro che esacerbare gli animi dando vita a lotte per la sopravvivenza: razioni di cibo e acqua decise da capi-bastone albanesi anziché da autorità competenti, furti e stupri si consumarono nelle notti a seguire.
Una specie di zona franca, dove l’unica legge che vigeva era quella del più forte.
Con le istituzioni impegnate a litigare, si fece largo l’umanità e la solidarietà dei baresi; persone comuni andarono nei pressi dello stadio a portare viveri, carta igienica, acqua.
Un senso di fratellanza che ancora oggi ci unisce fortemente agli albanesi.

Alla fine si optò per il rimpatrio con l’inganno a bordo di traghetti e aerei, promettendo integrazione e una nuova vita dopo essere arrivati a Roma, Genova e Venezia. Ignari, gli albanesi stanchi e affamati salivano a bordo per scoprire solo allora di essere di nuovo diretti a casa.

Il 16 agosto tutto era finito.
Fu commesso un errore grave sulla gestione umanitaria della vicenda, è inutile girarci intorno. Accanto a questo bisogna anche ricordare una sorta di piano Marshall proposto da De Michelis, con investimenti di decine di miliardi di lire per far decollare la scuola e l’industria albanese.
Oggi quasi il 15% degli immigrati regolari in Italia è albanese, con una integrazione forte e un contributo robusto alla nostra economia. E si assiste, contemporaneamente, ad una Albania più forte anche per il ritorno in patria di chi scappò negli anni ’90 ed è tornato con competenze e soldi in tasca, oltre che per i proficui scambi commerciali con l’Italia.

Stiamo assistendo ad un imbastardimento del linguaggio, caldeggiato in primis da chi ci governa e non stigmatizzato abbastanza da una sinistra fin troppo dormiente e alcune volte complice.
Il gioco è sempre quello: soffiare sul fuoco del disagio delle persone.
Si è tornati allo stesso tipo di narrazione: gli albanesi rubano, stuprano, non hanno voglia di lavorare. Non vi sembrano frasi già sentite? Cosa è cambiato in 28 anni?
I muri, i confini, l’altro, l’integrazione. Ciclicamente affrontiamo queste “parole” con una certa paura, invece che col raziocinio.

Gli “invasori stranieri” sono la maschera dietro cui nascondere i reali problemi dell’Italia: mafia, corruzione, salari inadeguati, infrastrutture carenti mancato sviluppo del Mezzogiorno, disoccupazione e migrazione giovanile all’estero.

Ho fatto una scelta volontaria: non menzionare nessun caso di sbarco avvenuto da qualche anno a questa parte. Perché? Perché sono abbastanza sicuro che durante la lettura avrò già evocato immagini più “fresche” che tutti potranno confrontare con questa vicenda.
L’odio e l’intolleranza sono latenti da sempre nella società e vanno combattuti delegittimando il razzismo più becero e basilare, quello dei tweet e degli insulti facili e vuoti, attraverso la cultura e la storia. È ora di rompere il silenzio.

Andrea Ciriello
Segretario regionale giovani socialisti Puglia

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