domenica, 26 Maggio, 2019

90 anni di Tintin, arriva saggio Made in Italy e un film

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Peter Jackson e Steven Spielberg realizzeranno un nuovo film animato in motion capture su Tintin, anche se con i ruoli scambiati rispetto a “Il segreto dell’Unicorno” (2011): Jackson firmerà la regia e Spielberg sarà il produttore. L’accordo è stato firmato alla fine dell’anno scorso scatenando l’entusiasmo dei fan perché il giovane reporter belga dal caratteristico ciuffo biondo gode sempre di un successo inossidabile in quasi tutto il mondo, pur avendo superato la boa dei novant’anni: la sua prima avventura, “Tintin nel paese dei Soviet”, è stata pubblicata a puntate su “Le Petit Vingtième”, supplemento per ragazzi del quotidiano “Le Vingtième Siècle”, a partire dal 10 gennaio 1929.

Ma gli eroi, soprattutto quelli dei fumetti, non invecchiano quasi mai e Tintin, con i suoi 90 anni di vita, dovrebbe essere il fumetto più longevo d’Europa, uno dei pochi nati nei primi del Novecento che hanno superato indenni l’ingresso nel Terzo Millennio.

Inventato da Hergé, nome d’arte di uno dei grandi della letteratura disegnata, il belga Georges Prosper Remi (Etterbeek, 22 maggio 1907 – Woluwe-Saint-Lambert, 3 marzo 1983), Tintin è un fenomeno editoriale e una multinazionale dell’intrattenimento con pochi rivali, amato sulle due sponde dell’Oceano e nei paesi di lingua francofona, anche se in Italia non ha mai sfondato veramente.

Gianfranco Goria è uno dei grandi esperti italiani di fumetti, con una passione particolare per quello franco-belga, tintinologo e tintinofilo di vecchia data, e autore del recente saggio “Tintin: un giovanotto di novant’anni Appunti per stimolare la lettura del classico per eccellenza del fumetto franco-belga”, edito da Il Pennino di Dino Aloi. Abbiamo approfittato proprio dell’uscita di questo saggio per intervistarlo.

Una curiosità, prima di iniziare: chi è, e quanti anni ha, il più antico fumetto del mondo? Pubblicato ancora oggi con inediti, ovviamente. E chi ha superato il secolo di vita, pur avendo terminato le pubblicazioni?

«Salvo errori e omissioni, la serie più stagionata, ma non più attiva, è quella dei “The Katzenjammer Kids”, conosciuta in Italia come “Bibì e Bibò”, pubblicata dal 12 dicembre 1897 al 1 gennaio 2006: quasi 109 anni; mentre la più longeva ancora in vita effettiva è “Gasoline Alley”: dal 24 novembre 1918 a oggi, con oltre 100 anni di pubblicazioni ininterrotte».

Tintin compie “solo” novant’anni e dovrebbe essere il più longevo personaggio europeo dei fumetti. Ma sorge un dubbio: anche se è ancora un ragazzino, come titoli nel tuo libro, dobbiamo annoverarlo tra i “lavoratori” o tra i “pensionati”, visto che le sue avventure si sono interrotte con la morte dell’autore?

«Normalmente sarebbe da considerare in pensione, dal punto di vista fumettistico, giacché nuove storie inedite a fumetti, per ora, non ce ne sono. Tuttavia, editorialmente la serie è ancora viva e vegeta e continua a produrre guadagni immani, vendendo senza interruzione sia gli albi, sia ogni sorta di prodotto derivato. Per dire, i Beatles non sono più un gruppo attivo da decenni, tuttavia come si possono considerare in pensione le loro canzoni? Per giunta, Tintin ha avuto, col film di Spielberg, la possibilità di tornare in vita attiva, visto che non si tratta di una semplice trasposizione delle avventure a fumetti, ma di una storia rielaborata, quindi nuova».

Chi è Tintin e perché continua a essere pubblicato?

«Tintin è un giovanissimo giornalista (cosa plausibile, all’epoca), un misto di Enzo Biagi e di corrispondente estero, per intenderci, che vediamo lavorare alla propria professione solo all’inizio. Poi lo seguiamo come fosse un globe trotter, sempre pronto a stare dalla parte di chi ha più bisogno di aiuto. Un amico su cui si può contare con fiducia. Leale, onesto, coraggioso, altruista, insofferente all’ingiustizia; decisamente l’opposto di odierni individui egoisti, cattivi, disonesti, xenofobi, omofobi, razzisti ecc. Può ricordare, come atteggiamento positivo, il Superman dei tempi d’oro, ma, ovviamente, senza poteri speciali. Non che non abbia dei limiti: è umano. Ma i suoi amici (e comprimari) sono quelli che esprimono maggiormente i difetti umani, a loro tocca il compito, nella narrazione, di fare da contraltare (in modo comico, di solito) alla sua positività: c’è chi è distratto, chi beve troppo, chi è collerico, chi è sulle nuvole, chi troppo curioso, chi impreca senza sosta quando s’indigna, chi è appiccicoso e fastidioso e via così. La commedia umana si rivela in tutti i suoi aspetti, mentre il racconto si dipana».

Possiamo paragonarlo ai grandi classici della letteratura?

«Si. Il corpus complessivo delle sue avventure è tale da averlo reso un vero Classico, dalle mille sfaccettature, dai mille contenuti più o meno evidenti, adatto alla lettura da parte di tutta la famiglia, senza distinzione d’età (anche se nacque per i più giovani). Questo ha fatto sì che i suoi albi venissero tramandati di generazione in generazione. I bambini li ricevono, ancora oggi, in regalo dai genitori o dai nonni, i quali, peraltro, rileggono le storie scoprendoci cose che nell’infanzia non avevano colto. Nei (tantissimi) paesi in cui è noto, è una lettura transgenerazionale ed è una serie iconica a livello di cultura popolare. Volendo cercare un paragone in Italia, si può pensare a Pinocchio. Che però non è un fumetto e non ha il successo costante e ampio di Tintin».

Chi era Hergé, e perché ha voluto che nessuno continuasse le avventure del suo personaggio?

«Hergé, è considerato in Belgio (e non solo) uno dei grandi della letteratura francofona. E’ diventato fumettista un po’ per caso, trascinato dal suo mentore, che aveva visto i suoi disegni nella rivista degli scout.
Il rapporto coi propri personaggi è cresciuto man mano nel tempo, fino a diventare così stretto e profondo da dargli l’impressione che nessuno avrebbe potuto scrivere per loro al posto suo.
Benoit Peeters (fumettista, grande tintinologo e autore di una biografia dedicata a Hergé) ha scritto a suo tempo che Hergé è “figlio di Tintin”, nel senso che proprio lavorando alle sue avventure, Hergé ha modificato man mano la propria personalità, crescendo e migliorando come essere umano».

Un eroe che, almeno sulla carta stampata, ha concluso il suo percorso?

«Nonostante questo legame fortissimo, non mi sento di escludere che, un giorno, possano esserci sceneggiatori in grado di entrare davvero nei personaggi e nel loro mondo, ma, ovviamente, non sarà mai la stessa cosa: come dicevo, Hergé cresceva insieme ai suoi fumetti e, ormai, quello specifico percorso è definitivamente concluso. Peraltro chi avrebbe mai pensato che Corto Maltese avrebbe potuto essere ripreso dopo Hugo Pratt? Eppure… E anche i Paperi di Carl Barks vivono storie sempre nuove con una miriade di altri autori. Ovviamente non rappresentano più lo spirito dei “suoi paperi”, ma quello offerto dai nuovi sceneggiatori e disegnatori che, se bravi, hanno sviluppato nuove vie, anch’esse personali.
In ogni caso, prima o poi, anche Tintin entrerà nel pubblico dominio e chi vorrà cimentarsi col grande classico, potrà farlo. Ma non escludo che sarà proprio la proprietà, la Moulinsart, a riattivare appieno il personaggio, quando sarà il momento, per rinnovarne i diritti. Chi vivrà, vedrà».

Come nata la tua passione per il giornalista col ciuffo?

«La mia passione per Tintin? Ne parlo nel libro, in effetti. E’ stato un incontro casuale, da ragazzino. Già leggevo fumetti “fin dalla più tenera infanzia” (alternativamente Topolino e il Corriere dei Piccoli: non potevo permettermi tutt’e due le testate), ma quello stile grafico e  narrativo fu una vera sorpresa, per me. E, nota per il mio neurologo, probabilmente mi ricordavano, senza ch’io me ne rendessi conto, i libretti da colorare di quando ero piccino e le meravigliose sensazioni ad essi associate insieme ai miei primi tentativi di disegno».

Tintin ha esordito con una storia ambientata in Russia e nel corso delle sue avventure, per l’esattezza nel 1953, è stato anche sulla Luna, qualche anno prima dello sbarco di Neil Armstrong. Quanto sono importanti i luoghi nelle storie del giovane reporter?

«La Storia, anzi, l’attualità, è l’elemento essenziale dei suoi racconti. Hergé ha sempre scritto per giovani lettori e lettrici, cercando di parlare loro dell’attualità. La vita attorno ai lettori (vicina o lontana), il loro mondo, la geopolitica, diremmo oggi, il contesto in cui si deve vivere e che si deve capire per diventare veramente esseri umani: questo era l’interesse di Hergé, relativamente ai suoi lettori. Non dico si tratti di giornalismo a fumetti, ma di avventura interessante per dei giornalisti seri, sì. Per cui i luoghi non sono casuali: rappresentano l’occasione per parlare, senza darlo troppo a vedere, di quel che succede, di come gli avvenimenti condizionano la vita delle persone, le loro scelte e la loro umanità».

Agli inizi, Tintin è stato disegnato con uno stile che viene considerato il padre nobile della “ligne claire” (linea chiara), tecnica che caratterizza ancora oggi il fumetto franco-belga. Cos’è, in pratica, la “linea chiara”?

«Il concetto di “linea chiara” (ligne claire in francese, klare lijn in origine) è stato espresso solo nel 1977, a Rotterdam, dal fumettista Joos Swarte in occasione di una mostra dedicata a Tintin. In fondo, voleva solo intendere che il tratto pulito, essenziale, l’assenza di ombre, i colori piatti e separati dal tratto, rendevano quel fumetto particolarmente leggibile e che non tutti erano stati capaci di farlo con altrettanto successo. Hergé, ovviamente, lavorava in quel modo istintivamente, all’inizio. Poi con sempre maggiore consapevolezza e raffinatezza, con l’intento di essere il più chiaro possibile per i suoi lettori, non solo dal punto di vista narrativo e dei contenuti, ma anche (e in primis) dal punto di vista grafico, giacché si trattava di fumetto».

Non solo le prime storie sono state ridisegnate, ma in qualche caso sono stati cambiati anche i contenuti. Censura o autocensura?

«Le prime tre storie erano, ahinoi, influenzate direttamente dal mentore (e datore di lavoro) di Hergé, un abate dell’ultradestra ultracattolica in una Europa che, a livello popolare, era colonialista, razzista, antisemita ecc., e prossima a dare la stura a peggio ancora, come si sa. Ci è voluto un po’ perché Hergé capisse che i suoi valori (basati in origine sullo scoutismo) non erano in realtà gli stessi dell’abate. Appena Hergé ha mano libera, le storie prendono immediatamente un altro respiro e altre direzioni. Ci vollero ancora altri anni perché riuscisse, fra mille tormenti interiori, a prendere definitivamente le distanze dall’ambiente nel quale era nato e cresciuto, spostando a Oriente il suo pensiero filosofico. Va da sé che, man mano che Hergé cresceva come essere umano e come artista narratore, i suoi lavori precedenti gli mostravano i propri limiti. Le revisioni e le correzioni (grafiche, fumettistiche ecc.) sono legate a esigenze diverse: i passaggi dalla versione a puntate su rivista a quella in albo cartonato, dalla versione in bianco e nero a quella a colori, ecc.».

Ricordo male, o ci sono stati anche interventi sui testi?

«Quanto ai contenuti del racconto, Hergé è intervenuto sulle ingenuità del suo apprendistato fumettistico (le prime versioni dei primi racconti contengono errori di regia fumettistica e il tratto era ancora grezzo) e su concetti che in realtà non condivideva, o che aveva capito essere negativi, o che erano troppo “da barzelletta”.
Solo in alcuni casi ci sono state esplicite richieste di editori esteri (inglesi e americani): famosa la richiesta di non rappresentare personaggi dalla pelle nera in anni in cui la questione razziale era tutt’altro che risolta negli Stati Uniti. Una volta è intervenuta anche la Chiesa, sul tema del suicidio. Questo tipo di richieste non gli piacevano punto, come si può ben capire, anzi lo indispettivano decisamente, ma l’editore è l’editore».

C’è stato un processo che ha fatto epoca, che ha mandato assolto Tintin dalle accuse di essere un fumetto “cattivo”. Vogliamo ricordare questa vicenda?

«Sì, è stato un processo lungo quanto discutibile, finito in una bolla di sapone. E’ di non molti anni fa (l’autore era morto già da un sacco di tempo) e appariva decisamente pretestuosa la richiesta di distruggere l’albo per razzismo. Il discorso era legato a “Tintin in Congo”, ultima versione, quella già modificata ed epurata di errori, ingenuità, luoghi comuni e sciocchezze varie. In realtà, per quanto possa sembrare curioso, proprio questa avventura è molto amata in Congo e dai bambini. Chi fece causa si indignò, forse ad arte, per qualcosa che in altre occasioni era stata risolta con una breve prefazione contestualizzante il racconto nella sua epoca, quando richiesta. Qua e là, infatti, in precedenza l’avventura africana era stata boicottata anche da bianchi, ma ecco il commento africano: “… Il redattore di “Zaïre” afferma che i bianchi che hanno bloccato la pubblicazione di “Tintin au Congo” non hanno capito una cosa fondamentale: se la storia fa sorridere un lettore bianco, essa fa ridere di più i congolesi quando scoprono come erano visti i propri antenati dai bianchi, e conclude affermando che sarebbe ingiusto condannare questa rappresentazione del loro paese, verso cui l’eroe di carta dimostra, tutto sommato, molta tenerezza.” E che Tintin fosse tutt’altro che razzista, lo dimostrano diverse sue storie. Il signore europeo di origini africane che aveva intentato la causa, tenne il punto per anni e anni, con ricorsi e nuove vertenze, fino alla sentenza finale e definitiva, a lui sfavorevole. Peraltro persino l’associazione dei neri francesi chiese che l’albo continuasse a essere nelle librerie e nelle biblioteche, semmai con una prefazione che chiarisse il “pensiero comune” dell’epoca in cui la storia venne creata e stigmatizzare quel periodo oscuro dell’Europa, facendo così opera pedagogica nei confronti dei giovani lettori».

Ma è normale usare parametri di oggi per giudicare una storia pubblicata quasi cento anni fa? Usando questo modo di ragionare, quanti classici della letteratura (per adulti e per ragazzi) rischiano di essere processati per poi essere messi al rogo?

«Non ha senso, in effetti. Contestualizzare invece sì, può essere assai utile».

Un altro record di Tintin è quello delle vendita all’asta delle tavole di Hergé, che hanno toccato cifre da Guinness dei Primati. Quali sono state le spese più alte in Europa e negli Usa?

«Siamo arrivati fino a 2,5 milioni di euro per la copertina de “L’Etoile mystérieuse”. Una di “Tintin in America” arrivò a 1,3 milioni. Una doppia tavola è arrivata a 2,65. Bisogna considerare che Tintin è una importante icona della letteratura francofona (e non solo), fa parte della cultura popolare, rappresenta emozioni dell’infanzia di centinaia di milioni di persone. Inoltre è fondamentale dal punto di vista della storia del fumetto europeo, sia narrativamente sia graficamente. Non deve stupire che il mercato del collezionismo risponda così bene».

Nei giorni scorsi è stato pubblicato il tuo saggio “Tintin: un giovanotto di novant’anni”, che è anche il primo sul personaggio realizzato in Italia. Perché lo hai scritto?

«L’ho scritto perché Tintin è poco conosciuto in Italia e io, per contro, ritengo possa essere una lettura interessante e divertente per i nostri giovani lettori (e anche per quelli meno giovani). Nel libro propongo ai neofiti di leggere alcune delle avventure per prime, spiegandole senza spoiler, raccontando aneddoti, chicche, curiosità e contenuti che di solito sfuggono alla prima lettura». 

Quali sono le iniziative editoriali più significative, oltre il tuo libro, per festeggiare i novant’anni di Tintin?

«In Italia non mi risulta ci sia altro, per ora, ma chissà, immagino che dopo il mio, qualche altro libro uscirà, spero. L’importante era cercare di fare un primo passo. Nella francofonia l’evento è stato segnato da due edizioni speciali: la pubblicazione di un inedito assoluto in lingua francese, la versione intermedia di “Tintin in Congo”, quella pubblicata dal quotidiano belga in lingua olandese “Het Laatste Nieuws”, realizzata dopo la prima (come dicevo, ingenua anche graficamente), ma precedente a quella che si trova in libreria e che tutti conoscono. Questa versione è molto significativa perché consente di valutare le mutazioni della storia e il percorso di analisi dell’autore. L’altra uscita speciale è la versione, “rimasterizzata” in digitale e colorata, della prima versione di “Tintin in Congo”». 

Mentre la serie a cartoni animati realizzata negli anni Novanta è già disponibile su Netflix, probabilmente l’anno prossimo Tintin ritornerà anche sul grande schermo, grazie a Steven Spielberg e a Peter Jackson. Ti è piaciuto il primo film? Pensi che possa nascerne una serie, un francise dai mega incassi tipo Marvel o Dc Comics?

«Sì, a me piacque molto. Lo vidi in anteprima a Bruxelles, alla presentazione ufficiale cui ebbi la fortuna di essere invitato. Manco a dirlo, eravamo tutti un po’ dubbiosi. In genere le rivisitazioni dei fumetti scontentano i fan più agguerriti. Invece, com’era giusto aspettarsi, Spielberg ha fatto un lavoro davvero notevole. Un vero film d’avventura, vivace, senza sosta, pieno di ritmo, come il fumetto. Una grafica particolare, rispettosa della grafica del fumetto pur essendo decisamente diversa. Naturalmente, c’è dentro molto meno di quel che si trova nel fumetto, non potrebbe essere diversamente data la durata di un film. Penso che Hergé l’avrebbe proprio apprezzato. Non è stata una “riduzione” cinematografica: è un’opera a sé, degna di stare a fianco dei fumetti. Ma da qui a farne una serie tipo super eroi… mah… Non so. Tintin esprime il meglio (e molto di più) col fumetto: ci vorrebbero autori eccezionali per replicarne la forza al cinema. Ah, ma ci sono: Spielberg e Jackson! Solo che se ci mettono anni e anni ogni volta…».

Antonio Salvatore Sassu

Gianfranco Goria è nato per caso a Brunico, in Alto Adige, il 3 agosto 1954, perché il padre carabiniere era di stanza in Val Pusteria. La famiglia si sposterà a Roma e poi a Torino. Tra i suoi lavori si ricordano le sceneggiature di alcune storie per la Disney realizzate in Italia.
Nel 1992, insieme all’editore Vittorio Pavesio, fonda l’associazione italiana professionisti del fumetto Anonima Fumetti (di cui è stato presidente fino al 2003).
Nel 1995 fonda e dirige l’agenzia quotidiana non profit di informazioni afNews (araba fenice news), ora blog su fumetto e dintorni. L’anno dopo, insieme a un gruppo di esponenti del comicdom italiano, tra cui Luigi F. Bona e Alfredo Castelli, fonda l’Associazione Franco Fossati e nel 2007, la Fondazione e Museo del Fumetto Franco Fossati (di cui è stato consigliere).
Nel 1997 è docente di scrittura creativa e sceneggiatura del corso per esperti autori di fumetti e illustratori, creato e diretto dal grande autore disneyano Giovan Battista Carpi.
Nel Duemila, insieme a Marco Cattaneo e con il sostegno di Sergio Cofferati (allora segretario generale della Cgil) e di Fulvio Fammoni (allora segretario generale Slc/Cgil), fonda il sindacato di categoria dei settori fumetto-illustrazione-animazione Silf, di cui è stato primo segretario generale e secondo presidente (dopo Grazia Nidasio).
Nel 2002 è stato insignito del Premio Anafi, uno dei pù prestigiosi del fumetto europeo.
Nel 2010 è stato nominato dal consiglio di amministrazione della Siae membro del Comitato Arti Visive e altre figure autoriali, per la sezione Fumetto.
Ha curato le edizioni italiane di saggi sul fumetto tra cui quelli di Scott McCloud, Will Eisner e Benoît Peeters. È stato insegnante di letteratura disegnata e conferenziere sul fumetto franco-belga, specializzato nell’opera di Hergé, Tintin, di cui è stato anche traduttore per la Repubblica e per l’editore belga Casterman, e di cui ha curato l’aderenza filologica alla serie originale per la nuova versione integrale italiana della serie edita da Rizzoli Lizard nel 2011.

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