mercoledì, 11 Dicembre, 2019

A 100 anni dall’assalto all’Avanti

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Finché a dirigere l’Avanti ci sarò io non perderò due occasioni. La prima é relativa al ricordi di momenti essenziali della storia socialista. La seconda attiene alla ricostruzione senza settarismi e con spirito di verità degli avvenimenti. Grazie al professor Carlo Felici é in corso la rilettura, sulle pagine dell’Avanti, del periodo burrascoso del primo dopoguerra che dagli aneliti rivoluzionari, nell’intento di “fare come in Russia”, portò a una guerra civile dalla quale emerse vincitore il fascismo. In un capitolo di questo excursus storico Felici ricostruisce anche le vicende che portarono all’assalto e alla distruzione dell’Avanti in quel 15 aprile di cent’anni fa.

Dopo la manifestazione socialista e leninista del 13 del mese a piazza Garigliano a Milano, vero centro propulsore del movimento proletario, culminato in scontri con le forze dell’ordine e con la morte di un ex militare in licenza, Giovanni Gregotti, colpito da un proiettile al capo, il sindacato decise un nuovo sciopero generale da svolgersi nella giornata del 15 aprile. In quella giornata convennero all’Arena, ad ascoltare tra gli altri il comizio di Claudio Treves, socialista riformista che aveva però parlato con grande rispetto della rivoluzione d’ottobre, ben ventimila persone. Tra loro anche alcune centinaia di anarchici ed estremisti armati. Di contro Mussolini, che da poco aveva fondato i suoi Fasci, il futurista Marinetti e il capo degli Arditi Ferruccio Vecchi, con l’appoggio degli studenti ed ex combattenti del Politecnico, decisero una contro manifestazione e chiesero, senza ottenere l’autorizzazione prefettizia, di sfilare per le vie di Milano. Poi si radunarono prima in piazza del Duomo poi in  piazza Cavour dove era previsto un comizio di Alceste De Ambris, all’epoca dannunziano e poi antifascista. Il gruppo più estremista radunato all’Arena si distaccò per attaccare l’altro corteo, mentre le forze dell’ordine tentarono un inutile cuscinetto.

Il nucleo nazionalista, il cui nerbo era costituito proprio da allievi ufficiali dell’esercito provenienti dal Politecnico e capeggiati dal tenente Mario Chiesa, era armato e disperse gli avversari a colpi di pistola. Negli scontri vennero uccisi tre manifestanti: la giovane socialista diciannovenne Teresa Galli, il diciottennne Pietro Bogni e e il sedicenne Giuseppe Luccioni, tutti raggiunti da colpi di arma da fuoco al capo, mentre numerosi furono i feriti. Cappeggiati da Chiesa, Marinetti e Vecchi i nazionalisti si diressero verso la sede dell’Avanti, protetto da un cordone di cento militari. Negli scontri un proiettile, forse sparato dalle finestra del quotidiano socialista, colpì e uccise Martino Sperone, uno dei militari impegnati nel cordone di sicurezza. A quel punto i militari cedettero volentieri il passo ai nazionalisti che entrarono nell’edificio, pare solo protetto da quattro o cinque persone, e lo devastarono distruggendo e incendiando mobili e macchinari. Mussolini volle assumersi, scrivendolo su Il Popolo d’Italia, la responsabilità morale dell’episodio, la distruzione di quel giornale che egli stesso aveva diretto dal 1912 al 1914. L’Avanti fece appello a una grande sottoscrizione popolare e dopo tre settimane riprese le sue pubblicazioni. La nuova sede del quotidiano socialista di Milano verrà poi inaugurata il primo maggio del 1920 con una grande manifestazione popolare.

A cent’anni di distanza ricordiamo una vicenda di sopraffazione e di violenza. E’ vero che in quel momento il Psi, e anche il suo giornale, proclamavano la rivoluzione, l’instaurazione dei soviet, la dittatura del proletariato contro l’opinione dei riformisti e con lo scherno di Filippo Turati, che al congresso di Bologna del 1919 si proclamò un “sorpassato” e proclamò sarcasticamente la sua  come “la voce dei defunti”, ma il sol fatto che la reazione si sia spinta fino a partorire e a praticare la distruzione di un organo di stampa, e per di più pagato dai lavoratori, la dice lunga sullo spirito di tolleranza e di rispetto di una tendenza politica che a parole intendeva difendere le istituzioni dal nefasto leninismo imperante, ma che di lì a poco avrebbe calpestato tutte le libertà democratiche, soffocando ogni libertà di stampa, e instaurato un regime. Quando si concepisce la morte di un giornale si giustifica la fine di una democrazia.

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Riguardo l'Autore

Mauro Del Bue

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