venerdì, 23 Agosto, 2019

Luci e ombre (molte) nella melodia della sfortuna

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La Forza del destino, prodotta dai teatri di Piacenza, Reggio Emilia e Modena, è opera di repertorio verdiano, anche se assai tribolata nella sua genesi e piuttosto farraginosa nel suo sviluppo musicale e drammaturgico. Verdi la compose dopo i trionfi della trilogia, dopo il successo di Un ballo in maschera, per il teatro di San Pietroburgo e venne accolto, oltre che dal gelo (esiste una bella fotografia del compositore su una slitta trainata dai cani), anche da alcune contestazioni. L’opera fu giudicata vecchia dai russi che volevano difendersi dall’ingerenza italiana e proteggere i loro compositori.

Forse avevano qualche ragione. La forza del destino, allora priva della meravigliosa sinfonia iniziale, è troppo densa di accadimenti (l’amore, lo sparo fatale, la vendetta, la guerra, il convento, il duello, gli omicidi finali e c’era, nella prima stesura, anche il suicidio di don Alvaro, il tutto attenuato, quasi illuminato, da due personaggi lieti e ironici tesi a disintossicare una trama truculenta: Preziosilla e fra Melitone). Rimpiangere l’essenzialità di una Traviata, con tre personaggi in scena e segnata dal sacrificio e dalla morte, é quasi d’obbligo. Tuttavia la Forza del destino é opera di transizione che permette al più grande operista di approdare ai capolavori di Aida e poi di Otello e Falstaff. Cioé alla sua completa maturità.

Gli interventi postumi, rispetto alla rappresentazione del 1862 a San Pietroburgo, risalgono al 1869 quando l’opera andò in scena alla Scala, nella versione attuale, con la sinfonia, altri inserimenti minori e il finale cambiato con quella eterea e soffusa melodia che, come in Un ballo in maschera, accompagna la morte. Al Municipale di Reggio Emilia l’ultima rappresentazione é datata 48 anni fa. Era il 1970 e quella Forza del destino contava su un cast di un certo riguardo con Rita Orlandi Malaspina, Luigi Ottolini e Mario Zanasi. Ma quella che i più vecchi ancora ricordano é la rappresentazione del gennaio 1962, con Flaviano Labò nei panni di don Alvaro, di Luisa Maragliano in quelli di Leonora e di Piero Cappuccilli in quelli di don Carlo da Vargas.

E che suscitò un successo strepitoso. Difficile giudicare questa nuova produzione dei teatri di Piacenza, Modena e Reggio Emilia. Difficile anche capire il motivo della scelta dell’opera che é insieme di repertorio e di impervia esecuzione, per la vocalità da tenore drammatico del personaggio di Alvaro, che deve anche essere dotato di squillo (l’opera perfetta per Franco Corelli, ma anche per il meno conosciuto Labò, ah ce ne fossero oggi tenori cosi….) e per la duplice forte pulsione emotiva e tragica che riveste quello di Leonora, che deve transitare dall’emissione acuta della disperazione che l’accompagna, tra amore e padre perduti, allo sfumato della Vergine degli angeli. Diciamo subito che il tenore Luciano Ganci ha inteso giustificare la sua opaca prova con un malore intervenuto a fine primo atto. Ma se un tenore é indisposto che canti non in voce, come accaduto non di rado in altre occasioni. Ricordo Bruno Prevedi in una memorabile rappresentazione di Turandot al Municipale nel lontanissimo 1961, giustificato a sipario chiuso proprio da mio padre, allora componente della direzione teatrale. Insistere a spingere senza trovare le note é parsa una scelta di dubbia efficacia. Lo ascolteremo con interesse in piena forma.

A Reggio, contrariamente a Piacenza e a Modena, la parte di Leonora non è stata affidata alla più famosa Anna Pirozzi, già reduce dall’ottimo Macbeth verdiano in quel di Parma. Perché la Pirozzi abbia cantato negli altri due teatri produttori dell’opera e non nel terzo, proprio Reggio Emilia, è mistero che forse rimanda ai ruoli dei tre teatri, con Piacenza un tempo relegata a fanalino di coda del sistema Ater e che oggi ha ampiamente sconfitto Reggio Emilia, vedasi la produzione di Gioconda con Francesco Meli. Reggio pare aver scelto più la comoda parte del gregario che del protagonista delle produzioni di teatri associati. Pazienza. A Reggio la parte di Leonora è stata affidata a Susanna Branchini, che ha voce robusta nei toni medi, un po’ stressata in quelli alti e appena percettibili negli sfumati e nelle mezze voci. La sua prova è stata tuttavia all’altezza delle aspettative. Decisamente fuori luogo il baritono Kiril Manolov nella parte di don Carlo di Vargas.

Dovrebbe essere credibile come studente e invece appare decisamente fuori corso. Anche la sua abbondanza configge con la testarda volontà di uno sfida a duello (meglio sarebbe stato il braccio di ferro che pure compare nelle scene per scelta registica), anche se la sua voce è intonata e calda, ma un po’ troppo artefatta. Bene il padre guardiano di Marco Mimica, il fra Melitone di Filippo Romano e soprattutto la Preziosilla di Judit Kutasi, una zingarella tutto fare, che Verdi propone con arie che ricordano da vicino quelle del paggio Oscar del Ballo in Maschera. Regia e scenografia sono coerenti con un secolo di post posizionamento rispetto alla storia che è settecentesca. Qui si svolge nell’ottocento sotto grandi ritratti che ricordano il significato delle scene e col popolo sullo sfondo e trovate convincenti che sostituiscono il ballo. Orchestra Toscanini diretta, con un certo qual distacco, da Francesco Ivan CIampa, che non forza mai durante la meravigliosa sinfonia e accompagna con attenzione il canto, ottimo il coro del teatro comunale di Piacenza. Teatro non esaurito.

E qui vien da domandarsi come mai. Tutti i teatri d’Italia sono strapieni e il nostro non è al completo neppure con un’opera di repertorio verdiano? Non credo sia per via di qualche maldicenza che si tramanda. E’ vero che i protagonisti sono parecchio sventurati. S’è opportunamente parlato di melodia della sfortuna. Una pistola scarica gettata a terra uccide il padre dell’amata, suo fratello incontra casualmente in guerra l’uccisore, lei si fa suora in un convento e ancora casualmente in quel convento diventa frate il suo amato che raggiunto non si capisce come dal fratello di lei, viene sfidato a duello, il fratello soccombe ma prima di morire uccide la sorella (e nella stesura di San Pietroburgo moriva anche don Alvaro). Destino crudele e beffardo, d’accordo. Ma non è detto che la forza del destino trasferisca i suoi malefici sugli spettatori. Anche per questo, forse, il pubblico ha applaudito. Come per tenersi alla larga da una sorta di malocchio…

Mauro Del Bue

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