domenica, 21 Aprile, 2019

A proposito del reddito di cittadinanza

0

Il “reddito di cittadinanza” approvato di recente non è certamente, comunque lo si voglia considerare, una misura bizzarra ed esotica introdotta da un governo barbarico. Perché è uno strumento vigente da anni, non solo nei paesi poveri o caratterizzati da forti disuguaglianze sociali- come l’India e il Brasile – ma anche in molti stati di antica industrializzazione. Ed è anche un progetto fondato, anche se in varie forme, su di una filosofia comune: “Io stato ti vengo incontro dandoti dei soldi- nella consapevolezza che questo è l’unico strumento di inclusione a mia disposizione- e tu in cambio ti impegni a fare qualcosa per la società in cui vivi: contribuire alla realizzazione di un’opera pubblica o di utilità sociale, mandare i figli a scuola, impegnarti per uscire dalla condizione di dipendenza in cui ti trovi”.
Era dunque logico sperare che la nostra discussione si svolge entro questo comune parametro di riferimento, evidenziando all’interno del progetto governativo anomalie, incertezze e contraddizioni e soprattutto assenza di strumenti operativi. Ma non abbiamo avuto nulla di questo: perché alle voci sommesse e pacate proprie di una discussione si è sovrapposto l’urlo scomposto e l’invettiva: e perché questa invettiva non ha colpito, come sarebbe stato comprensibile, gli autori del progetto ma i suoi destinatari. I poveri.
“Fancazzisti”, cultori dell’ozio, profittatori, incapaci di crescere e di lavorare e, ingiuria definitiva e suprema, meridionali (e, come tali, responsabili primi dei loro mali) E, a esibirsi in questa gara del disprezzo, deputati del Pd, giornalisti e, a coronare il tutto, i vertici di Confindustria.
Siamo alla povertà come colpa. Al ritorno di antichi ritornelli, tra l’altro del tutto estranei alla nostra civiltà e al ruolo che al suo interno ha avuto da sempre la Chiesa seguita, nella logica delle convergenze parallele, dal movimento operaio e socialista. Siamo, anzi, stiamo tornando indietro a centinaia di anni fa: all’Inghilterra del cinquecento e poi dell’epoca vittoriana.
Due stagioni diverse nel tempo ma accomunate dalla convinzione, tipica dell’ortodossia calvinista che i poveri siano in qualche modo colpevoli e quindi meritevoli di esserlo, specie quando non fanno nulla per migliorarsi: per i meritevoli simpatia e, all’occorrenza, un qualche sostegno; per gli altri, e cioè per la maggioranza degli appartenenti alla categoria, il lavoro più o meno forzato in appositi luoghi sorvegliati e per un corrispettivo volutamente tenuto basso.
A negare anzi a superare questa logica e a liberare, contestualmente i poveri da qualsiasi stigma, sarebbero stati alla fine dell’ottocento i socialisti, prima fabiani e poi laburisti in un processo che sarebbe sfociato decenni dopo nella creazione del “welfare state”: assistenza per tutti dalla culla alla bara in un sistema cui tutti avevano il diritto di accedere e il dovere di contribuire.
È accaduto poi, con il volgere del tempo, che questo sistema alla lunga insostenibile non sia stato aggiornato ma dissolto; per dar luogo un malcelato scontro di classe tra ricchi e poveri non più mediato, nel nostro paese, dalla politica e dalla cultura socialista e cattolica. Ed è accaduto, sempre nel nostro paese, che la questione della povertà e la questione meridionale, tra loro strettamente collegate, non siano più viste con gli occhi di Gramsci o della grande cultura riformista ma con quelli di Lombroso.
Tutto qui. E non è poco.

Alberto Benzoni

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply