giovedì, 27 Febbraio, 2020

A proposito di Moroni e Napolitano

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Non mi va di criticare Giorgio Napolitano. Soprattutto alla fine della sua esperienza, che ritengo positiva, di presidente della Repubblica. Non aveva certo chiesto lui di rimanere al Quirinale, dopo il suo settennato, caso unico nella storia repubblicana. Si è reso disponibile al secondo mandato dopo che il Parlamento, e soprattutto il suo partito di riferimento, il Pd, non riusciva a eleggere nessuno, travolto dai franchi tiratori e dalle incongruenze politiche del suo segretario, frastornato dal negativo esito elettorale. Napolitano pose due condizioni. La prima era che si formasse un governo di unità nazionale, visto che non esisteva alternativa praticabile al di fuori di nuove elezioni. La seconda era, una volta stabilizzata la situazione, che lo si lasciasse andar via, alla soglia com’era dei suoi novant’anni.

Come dirigente socialista e deputato del Psi, eletto al secondo mandato in quel turbinoso novantadue, non mi posso dimenticare di cosa accadde anche alla Camera durante i giorni caldi e anche cruenti di Tangentopoli. Giorgio Napolitano era stato eletto presidente in sostituzione di Scalfaro, eletto presidente della Repubblica nel maggio, dopo la strage di Capaci. Scalfaro era stato patrocinato da Pannella e scelto da Craxi, come suo ex ministro, preferendolo a Spadolini, perché avrebbe potuto tenere la porta aperta a una presidenza del Consiglio socialista. Napolitano era il leader della corrente riformista del Pds, quella più vicina ai socialisti, che voleva col Psi un accordo in funzione del socialismo europeo e diffidava di quell’andare oltre vaticinato da Occhetto. Dunque lo votammo con convinzione, come si vota un compagno che si stima e di cui si condividono le idee di fondo.

Il clima di Tangentopoli travolse tutto. Anche le persone, molte persone, subirono una radicale trasformazione. Quelle che chiedevano pulizia e venivano travolte dalle inchieste diventavano subito garantiste, i libertari divennero in molti casi manettari per spirito di sopravvivenza o per paura, qualcuno anche perché profondamente colpito dalle rivelazioni che provenivano dal Pool. In tanti concepirono quella falsa rivoluzione come occasione per eliminare dirigenti e prendere il loro posto. L’ex ministro del governo Craxi, da presidente della Repubblica, si trasformò in pedina dei magistrati milanesi. Sfiorato dalle inchieste sui fondi neri al ministero degli Interni, venne subito tenuto al riparo (non firmò il decreto di depenalizzazione del finanziamento illecito, dopo una sorta di pronunciamento del Pool), assieme al presidente del Senato Spadolini (si svolsero indagini sul suo predecessore e il suo successore alla guida del Pri) e al nuovo presidente del Consiglio Giuliano Amato, unico tra i dirigenti del Psi a rimanere fuori dalle inchieste.

Anche Napolitano, contrariamente a diversi suoi compagni di corrente, uno per tutti Gianni Cervetti, venne in qualche misura tenuto al riparo da ogni indagine. Si parlava del quadrilatero delle Bermuda, il presidente della Repubblica, del Consiglio e delle due Camere, da custodire per ottenere appoggi e per evitare una pericolosa crisi istituzionale. Napolitano in quei mesi non era la personalità politica che avevamo conosciuto. La delicata e struggente lettera di Moroni fu letta senza commenti e senza dibattiti. Come una cosa che rientrava nell’ordinaria amministrazione. Era invece un atto di accusa che resterà nelle pagine della storia. Sofferto, lucido, straziante, profetico. Ha ragione Galli Della Loggia. Quel gesto, il suicido di un parlamentare che non accettava la gogna, avrebbe dovuto far scattare quanto meno un segnale. Non lo si volle udire.

La furia del giustizialismo era troppo forte. La Camera, col suo presidente Napolitano in testa, piegò la testa. Anche l’ingresso della Guardia di finanza in Parlamento per sequestrare i bilanci dei partiti, senza autorizzazione e contro ogni regolamento, venne coperta e silenziosamente accettata. Anche se poi la magistratura fece finta di non capire che i bilanci di tutti i partiti, di tutti, nessuno escluso, erano palesemente falsi. Solo anni dopo, molti anni dopo, in tanti hanno saputo assumere un’altra posizione, a cominciare da Luciano Violante, ho sempre pensato per un sincero complesso di colpa. Di Napolitano tutti i socialisti non possono dimenticare le parole contenute nella lettera ad Anna Craxi, in occasione del decennale della morte del marito. Parole di riabilitazione politica e di critica alla magistratura. Ma era tardi, molto tardi, troppo tardi.

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