mercoledì, 20 Novembre, 2019

Il Muro 30 anni dopo. Nencini: il tradimento e la finzione

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l muro di Berlino fu costruito nel 1961 per fermare l’esodo della popolazione dalla Repubblica Democratica Tedesca (Ddr, o Germania Est), comunista, verso la Repubblica Federale di Germania (Germania Ovest), più ricca. Tra il 1949 e il 1961 erano fuggiti dall’est più di 2,6 milioni di tedeschi, su una popolazione totale di 17 milioni. Molti erano professionisti qualificati, la cui assenza si faceva sempre più sentire nella Ddr. Con il paese sull’orlo del collasso economico e sociale, il governo della Germania Est prese quindi la decisione di chiudere tutto il confine, costruendo il muro in una notte, il 13 agosto 1961. Il nome ufficiale era “barriera di protezione antifascista”, che doveva difendere i tedeschi orientali dall’occidente.

Almeno 138 persone hanno perso la vita cercando di attraversare il muro, ma si stima che siano circa cinquemila quelle che sono riuscite a scappare, anche se entrambe queste cifre sono spesso messe in discussione. Chi è fuggito lo ha fatto nascondendosi nelle automobili, passando furtivamente i varchi di confine, lanciandosi con carri armati attraverso le strutture fortificate, nuotando attraverso il canale di Teltow, vogando su un materassino gonfiabile sulla Sprea, o strisciando all’interno di tunnel scavati da squadre di zelanti volontari, di cui facevano parte anche gli aspiranti fuggiaschi. Tra i più spettacolari ci fu il funambolo di un circo che raggiunse l’ovest camminando su un filo elettrico in disuso, e che si ruppe entrambe le braccia nell’impresa.

Nel 1989 un autunno di manifestazioni politiche aveva creato una forte pressione sul governo della Germania Est affinché concedesse maggiore libertà di spostamento. Nella prima serata del 9 novembre un portavoce del governo dichiarò, nel corso di una conferenza stampa, che i tedeschi dell’est sarebbero stati liberi di recarsi in Germania Ovest. Alla domanda su quando tutto questo sarebbe accaduto, esitò e, provocando lo shock e lo stupore dei tedeschi presenti, aggiunse: “Subito”. Appena i mezzi d’informazione occidentali riferirono che il confine era stato aperto, le persone cominciarono a radunarsi a frotte ai posti di blocco di entrambe le parti. Sopraffatte dal numero di persone accorse, le guardie smisero di controllare i passaporti intorno alle 23.30. A quel punto le persone passavano ormai liberamente da un paese all’altro.

Fu solo l’11 e 12 novembre che le prime porzioni di muro cominciarono a essere abbattute. Il 10 novembre fu fatto un buco nel segmento che conduceva alla porta di Brandeburgo, poi richiuso dalle autorità della Germania Est. Fu solo il 22 dicembre che il muro fu effettivamente abbattuto.

Il presidente del Senato, Elisabetta Casellati, è da oggi nella capitale tedesca per un’annunciata visita istituzionale di tre giorni in occasione del trentennale della caduta del Muro di Berlino. Già in mattinata è previsto un suo incontro col presidente del Bundestag, Wolfgang Schaeuble, nella sede dello stesso parlamento tedesco. In Aula in Senato è intervenuto oggi il senatore socialista Riccardo Nencini per ricordare la caduta del muro.

Di seguito l’intervento integrale di Riccardo Nencini al Senato

Signor Presidente, onorevoli colleghi, la storia che ricordiamo oggi ne racconta di fatto tre, oppure nessuna: se è nessuna, basterebbe leggere il muro alla maniera di Banksy, tale per cui il muro ha due facce, una grigia, che guarda verso la vecchia Berlino Est, e una colorata, che guarda verso Berlino Ovest, quindi verso l’Occidente.
Queste tre storie, però, ci sono e hanno segnato le vite di molti – se non di ciascuno di noi – a cominciare dalla prima che il muro racconta nella sua edificazione e nel suo crollo, ossia la fine di un secolo. I grandi storici, Hobsbawm in testa, hanno scritto che il ‘900 è il secolo più breve nella storia della civiltà umana, perché inizia con un ritardo ventennale, alla fine della Prima guerra mondiale, e finisce con la caduta del Muro, quindi undici anni prima della fine del secolo e del 2000.
In verità, è un secolo straordinario e lunghissimo, quello delle ecatombi e dell’Olocausto. Questa è la ragione per la quale la fine di quel secolo, che il crollo del Muro testimonia, indica alla Banksy un inno alla felicità e il trionfo della gioia (e, non a caso, si scelse di utilizzare Beethoven la notte successiva alla caduta del Muro).

La seconda storia che la caduta del Muro racconta è la lotta tra due civiltà, quella cristiana dell’Europa occidentale socialdemocratica e quella – sconfitta – del comunismo nel mondo. La lotta tra due civiltà, la lotta fra un’Europa che nasce nell’immediato dopoguerra con due obiettivi: ricostruire se stessa, se medesima e creare un baluardo sia contro il fascismo, che l’aveva devastata per un ventennio e, naturalmente, contro il nazismo, sia contro il comunismo, che aveva occupato e stava dominando, lo stalinismo nel caso, l’Europa Orientale e non soltanto l’Unione Sovietica.

L’Unione Sovietica invece quel muro lo costruisce per motivi uguali e opposti. L’Europa occidentale appena nata è la rappresentazione fisica e geografica del fascismo e, quindi, va combattuta e quel muro è la rappresentazione fisica di quella battaglia. La verità è che le due civiltà che si confrontano – e vincerà l’Europa cristiana e socialdemocratica – sconfiggono una visione del mondo che si era rivelata sbagliata e che si era rivelata soprattutto la più stupefacente illusione posta nell’animo umano.

Questo apre, e concludo, il terzo racconto di quel Muro. Il terzo racconto e la terza storia è il racconto di un tradimento e di una finzione. Tutte le dittature, siano esse comuniste o su base nazionalista, nascono e fanno leva su sentimenti umani profondi, perché promettono la palingenesi e la resurrezione laica.

Il Muro testimonia che non vi fu né resurrezione laica, né palingenesi, ma il dramma di un popolo moltiplicato per moltissimi popoli. Lì fu il tradimento, la finzione fu in molte case vicino alle nostre, perché chi vide non ebbe il coraggio di dire. Questa fu una colpa straordinaria di cui molti si sono macchiati anche in Occidente.
Concludo citando un grande poeta che è stato senatore a vita solo per pochi mesi, Mario Luzi, che ci ha lasciato con una frase, non con una poesia perché era un poeta, ma anche un grande scrittore. Non c’è monito nella caduta di quel Muro, non c’è una morale, c’è solo un insegnamento. La libertà – dice Mario Luzi – è una palestra nella quale andare ogni giorno. Se non ci vai, inaridisce.

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