lunedì, 22 Luglio, 2019

Abbiamo un problema:
le Regioni

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Per dovere di sincerità premetto a questa mia riflessione sulla grave crisi dell’ordinamento regionale una confessione: sono stato in passato convinto regionalista. Ho creduto che la nascita delle Regioni avrebbe migliorato il nostro sistema istituzionale, con effetti positivi per il buon funzionamento della vita democratica della Nazione. Ritenevo che il decentramento di molti poteri dallo Stato alle Regioni avrebbe reso lo Stato più vicino ai cittadini.

Nel 1970, quando iniziò il rodaggio delle Regioni, ero vice-presidente della Provincia di Parma. Fui sostenitore di un vigoroso rapporto di collaborazione dei comuni e delle province con la Regione. Il primo Presidente della mia Regione fu Guido Fanti, un ottimo presidente. Nel PSI Aldo Aniasi, già Sindaco di Milano, scriveva un pamphlet sulla “Repubblica regionalista e delle autonomie”. Guido Fanti dette impulso alla creazione in ogni provincia dei comitati politico-scientifici della programmazione. Abbozzò una politica estera della Regione. Impegnò la Regione nel campo della difesa del suolo. Iniziò anche, con doverosa misura, a proiettare un grande realtà come quella emiliana nello scenario internazionale. I socialisti criticavano il “modello emiliano” a dominazione comunista, ma erano presenti nella Giunta regionale. Eletto senatore nel ’76, partecipai come membro della cosiddetta “Commissione bicamerale Fanti” alla redazione del decreto 616, che attuava un massiccio trasferimento di funzioni dallo Stato alle Regioni. Lì cominciarono le mie prime perplessità. Si esagerava. Si pretendeva di trasferire alle Regioni anche i parchi nazionali e le riserve naturali. Il mio ravvedimento, e le prime motivate preoccupazioni, presero corpo quando fui nominato nel 1982 Ministro degli affari regionali del Governo Fanfani. Mi resi conto della condizione preoccupante di quasi tutte le Regioni del Mezzogiorno e della tendenza delle Regioni efficienti a dilatare i loro compiti e contestualmente i costi della loro attività. Numerose Regioni inauguravano la loro sede a Roma, preludio della creazione di Uffici comunitari a Bruxelles ed anche “ambascierie” in giro per il mondo. L’efficienza delle Regioni a statuto speciale del Nord era ad altissimo costo, mentre Sicilia e Sardegna non facevano buon uso della loro speciale autonomia. Brillavano Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Puglia, ma il loro profilo era dominato dall’ipertrofico settore sanitario, caratterizzato da una forte politicizzazione.

Poi venne la nefasta riforma Bassanini. La modificazione del titolo quinto della Costituzione provocò un’infelice sovrapposizione di competenze fra Stato e Regioni, fonte di dannosi conflitti.

Le Regioni hanno preteso competenze concorrenti con quelle dello Stato anche nel campo del commercio estero. Si continuerà così con lo “spezzatino regionale” alle grandi fiere internazionali.

Gli studiosi del processo legislativo dei Consigli Regionali hanno denunciato il suo carattere meramente provvedimentale. In larga misura si trattava – ed così anche oggi – di distribuzione a pioggia di denaro sul territorio, finalizzata alla captazione del consenso. Insomma, come paventava Norberto Bobbio, il primato del “mercato politico” sul governo delle leggi. La situazione è andata peggiorando via via che ci avviciniamo ai giorni nostri. Alla mediocrità legislativa si è associata la mediocrità di parte cospicua del ceto politico impegnato nelle regioni. Si moltiplicano le tendenze al neo-centralismo regionale a detrimento di Comuni e Province. E giungiamo così al disastro che è davanti ai nostri occhi, che sembra avere il suo epicentro nel Lazio, in Sicilia, in Piemonte (famoso per l’acquisto di mutande verdi, tosaerba e biglietti per la partita con denaro pubblico), ma anche in Emilia Romagna, che perde definitivamente il blasone, largamente usurpato, di regione virtuosa. Il governatore della Toscana, per parte sua, non si accorge che a Prato è nata una nuova forma di servitù di stampo cinese e quello della Puglia, l’ambientalista Vendola, si cova silenziosamente per svariati anni la bomba dell’ILVA.

Non si sente ancora affermare questa semplice verità: non ci sarà risanamento della finanza pubblica, senza un’amputazione vigorosa della dotazione finanziaria delle regioni e senza un forte rinvigorimento delle funzioni delle Corti dei conti regionali.

Insomma, dopo oltre cinquant’anni il modello regionale versa in gravissima crisi. E tuttavia la questione non è all’ordine del giorno dell’agenda politica: anzi il progetto di trasformazione del Senato è imperniato sulla valorizzazione delle Regioni nell’architettura istituzionale dello Stato.

Gianfranco Miglio, gran consulente della Lega, aveva proposto la creazione di poche mega-regioni. Una soluzione che scardina il sistema, senza correggerne le storture. Del resto, la Lega ha la guida delle tre grandi regioni del Nord e non ha dato attuazione ad alcun progetto di governo comune.

Nel prossimo futuro il rischio del centralismo regionale a detrimento dei Comuni si accentuerà con la soppressione delle Province: una istituzione coeva alla formazione dell’Italia unita, fornita di un apparato amministrativo spesso di buon livello.

Malgrado tutto ciò, la crisi delle Regioni non è all’ordine del giorno: è esclusa dal pacchetto di riforme istituzionali su cui stanno (o stavano?) lavorando gli esperti nominati dal Quirinale ed il Ministro Quagliariello. Né si esce dalla crisi del regionalismo, trasformando il Senato in Camera delle autonomia.

È allora compito di una forza di minoranza, come è la nostra, che tuttavia ha alle spalle una rispettabile storia sul versante della “grande riforma” delle istituzioni, “cantare fuori dal coro”: ricordando che la crisi del regionalismo è gravissima; e non si risolve fingendo che non esista.

Fabio Fabbri

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