mercoledì, 8 Aprile, 2020

ABC di Emanuele Pecheux

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Non pretende questo pezzo di essere un esauriente ritratto del nostro Emanuele. Vuole, questo pezzo, solo dare qualche schizzo di colore per chi lo ha conosciuto poco. È il mio ricordo personale.

A come asino.

«Come il popolo è l’asino: utile, paziente e…bastonato» fu il motto, guerrazziano, scelto per la rivista satirica l’Asino. Una splendida esperienza del socialismo italiano ancora magmatico. Emanuele apprezzava quelle grandi vignettone colorate di fine Ottocento (soprattutto le anticlericali); anche per questo gli venne naturale scegliersi l’asino come animale totem.
Emanuele era timido e umile di natura e di educazione, ma i nostri gagliardi anni ’80 avevano preteso da lui (come da Craxi) una torsione verso una certa muscolarità aggressiva. Dopo il Diluvio del ’92, dover imparare nuovamente ad essere sé stesso fu traumatico: specialmente perché, mentre bisognava abituarsi al drastico ridimensionamento, fu comunque vitale continuare ad ergersi a testa alta sopra i laghi di sangue e merda versati dalla politica sgozzata.
E allora l’Asino, che non poteva più fingersi leone, si mise due ali d’aquila con le quali ha attraversato tutta la cosiddetta Seconda Repubblica, fino a questa infame fase che stiamo attraversando.
“L’Asino che vola”, il miracolo zoologico più proverbiale, fu per lui il PSI che tornava in Parlamento con Nencini, nonché il titolo di una sua bella raccolta di scritti dai quali gustarsi ancora tutto il vigore e l’intelligenza della sua vita.

B come burbero.
Un burbero, ma un burbero benefico come quello della commedia di Goldoni. Una tradizione italiana e socialista, fatta da persone di buon cuore che scelgono maschere accigliate per proteggerlo quel buon cuore. Emanuele si mostrava ruvido agli estranei, anche se proprio non riusciva ad essere maleducato e cattivo. Quando si imparava a farsi strada verso i suoi velluti, invece, si riceveva un’amicizia molto calda e sincera. Alla fine dei conti non era neanche così difficile, perché in lui il desiderio di amicizia e il bisogno di rapporti di fiducia erano fortissimi. Alla fine comunque, nonostante le tante brutte esperienze, dava sempre a tutti molte occasioni di farsi conoscere o perdonare. Infatti le delusioni non gli sono mai mancate. A causa di ciò ogni malinteso era con lui un casus belli tempestoso. Anche il solo sospetto di un tradimento ne offuscava il giudizio, portandolo ad un’intransigenza guerriera (anche un po’ ottusa) che era figlia della naja fatta nella cerchia di Martelli. Chi ricorda Restelli?

C come Charlie Brown.
Spaparanzato davanti al computer, con la spalliera reclinata, il braccio teso sul mouse (con sigaretta stretta fra le dita), le labbra appena appena schiuse in un sorriso e il sopracciglio inarcato per non farsi sorprendere senza la maschera burbera. Scorreva le vignette dei Peanuts.
A casa mia, dalla mia libreria piena di capricci e stranezze, prima di addormentarsi, prendeva solo la mia grande antologia di Charlie Brown.
Il determinatissimo e sospirante bambino di quarta elementare, un po’ ansioso e introverso, era uno dei suoi eroi.

D come donne.
Lasciando stare la sua vita sentimentale (da una little red-haired girl ad una parlamentare ancora attiva), Emanuele era uno che nelle donne credeva moltissimo. Nonostante qualche battuta maschilista, automatismi anni ’80 anche quelli, era uno che non aveva grande stima del genere maschile e stravedeva invece per le virtù delle donne, specialmente delle ragazze.
Sostenerle e consigliarle nel mondo politico, davvero maschilista e non così perbene e sensibile com’era lui, rimase un suo cruccio e spesso ci si incagliava cocciutamente. Fino all’errore. Frequente. Sarebbe stato disposto a perdere mille maschietti in gamba per una sola ragazza promettente. Su simili casi abbiamo molto litigato ma, anche quando la ragione stava altrove, poco gli importava: la ragione aveva torto.

E come ebraismo.
Era un grande filosemita. Ci salutavamo dicendoci “shalom” e per festività e compleanni “mazel tov”. Fondammo insieme per scherzo una corrente “Socialismo sionista”. Tra le sue grandi amicizie nel partito va ricordata a tal proposito quella con Ilda Sangalli Riedmiller. Telefonare a Ilda per lui era un momento sempre nutriente, parlare di Israele…non lo ammetteva ma se una persona che reputava intelligente non era anche filoisraeliana ci rimaneva molto male.

F come Facebook.
Molti giovani galletti dei social-media, ingenerosamente e arrogantemente, soffrivano manifestatamente il suo incarico di responsabile comunicazione. La FGS fiorentina lo soprannominò ban-hammer, martello del ban.
Effettivamente la sua formazione, la sua generazione erano distanti dai nuovi spazi virtuali e relative applicazioni, ma la sua intelligenza, la sua scorza da sopravvissuto, le sue ali d’asino insomma, non potevano lasciarlo nella comfort zone del vecchio binomio “stampa e propaganda”. E allora eccolo, come diceva lui “artigianalmente”, a studiare, a farsi mani, occhio e bocca nella grande rete.

G come giovani.
Quanto ci voleva bene? Quanto tempo e quanto fegato ci ha dedicato?
Il suo Federico (Parea) innanzitutto, i suoi fratellini acquisiti a Piazza Armerina, la sua Giada (Fazzalari).

H come Idrogeno
Nonostante il suo ruolo fondamentale ai referendum contro il nucleare, non era davvero così antinuclearista. Un po’ se ne era anche pentito. Un po’. Era appassionato di tecnologia ed energia e seguiva molto i lavori di Carlo Rubbia, sul quale aveva un paio di aneddoti interessanti.

I come idioti.
Chiamare le cose col loro nome. Questo ci univa molto…se vedeva un’idiozia lui lo diceva: questa è un’idiozia. Era una delle poche cose su cui non aveva pudori. L’intelligenza era, insieme all’umiltà, per lui una componente fondamentale per un politico. Mal sopportava la grossolanità di certa gente, la sciatteria di certi ragionamenti, la volgarità di certi comportamenti e non lo nascondeva. Le sue sprezzature, sull’Avanti, su Facebook, nelle riunioni, erano boccate d’aria, liberava il dibattito da ipocrisie e ridicoli accorgimenti. “Quello è un coglione”, è vero Emanuele. Quello è proprio un coglione.

J come Sajeva.
Gli ho dato molti pensieri ma credo di essere stato un’amicizia importante. Una finestra su altri mondi. La scena delle sottoculture giovanili (mica siam tutti discoteche e Vasco Rossi), i miei amici artisti, il Conte Villani. Io mi divertivo un mondo a inondarlo di tutta sta roba underground perché, inizialmente, era sempre scettico ma quasi subito mi riempiva di domande e curiosità. Poi magari tagliava corto ma dopo un po’ ritornava a farmi domande ed io lì a parlargli di feste al cimitero, di concerti clandestini in fabbriche abbandonate, degli esperimenti social di Carmelo Suchi. Lui per me è stato il primo vero contatto con il partito, il primo ad avermi orientato senza manipolazioni e interessi.
I miei travagli mi han tenuto lontano da lui, ci siam visti poco qui in Sicilia ma son contento di avergli fatto rivivere un po’ Palermo, un po’ Catania.

K come Kossiga

A pochi passi dalla vecchia sede di piazza San Lorenzo in Lucina c’era la biblioteca dei valdesi. In una piovosa serata, tarda, vedemmo uno strano vecchio bussare furiosamente a quel portone. “È quel pazzo fottuto” brontolò lui con espressione sciasciana (“Zii di Sicilia”). Io andai a presentarmici. L’indomani Emanuele mi rimproverò molto ma fu anche molto contento di aver raccontata l’esperienza di notturna teologia politica.

L come lealtà.
Nonostante tanti bocconi amari dalla storia, dai nemici, persino dai compagni…sempre socialista del Partito Socialista. La bellezza dell’Asino.

M come musica.

Lui Callas io Tebaldi. Lui Beatles io Rolling Stones. Lui della new wave amava il new romantic mentre io il post-punk. Mi prendeva in giro perché apprezzo Nilla Pizzi e Gino Latilla, mi stimava per la mia conoscenza delle musiche popolari di tutto il mondo, anche piemontesi, che ci aprivano a momenti proustiani in cui lui mi dava brevi sprazzi biografici. L’ultima volta a inizio di quest’anno, quando gli feci sentire un nuovo pezzo del mio repertorio. Una canzone antichissima che si canta dai Pirenei alle valli occitane del Piemonte. Gli ricordò una ragazzina dai capelli rossi di quando era studente.
La musica è un gran balsamo ma troppa, diceva Ceronetti, crea angeli feriti. Emanuele ne ascoltava veramente tanta.

N come New Orleans
Si voleva andare lì insieme. Ma non ci credeva.

O come Ottantasette
Ah! Ma che ne sapete voi del Continente. Ok, io avevo due anni ma qui se ne cantano ancora le leggende. La campagna elettorale di Martelli in Sicilia Occidentale per le nazionali del 1987. Ci fu anche Emanuele, trentenne, in una delle sue tante esperienze siciliane.
Emanuele riuscì a non farsi travolgere dal cupo carnevale elettorale in cui i socialisti stavano tra l’incudine della Mafia e il martello dei Gesuiti, tra la padella dell’ambiguità interna e la brace dell’equivoco esterno, tra il dire dei disfattisti e il fare dei sedicenti. Non solo. C’era l’ingombrante partito socialdemocratico di Vizzini nel suo regno, c’erano le follie di Pannella, c’era Leoluca Orlando. E c’era Martelli, il cui carattere spesso non aiutava!
La compagna Lia Di Lorenzo, colonna di quegli anni, mi ha da poco raccontato l’episodio in cui Martelli, appena prelevato da Emanuele e Lucarelli in aeroporto, furibondo per l’assenza di suoi manifesti in zona, dopo una breve e dura cazziata, fece fermare la macchina abbandonandoli in autostrada. Dovettero attraversare a piedi asfalto e campagne incastrate fra gli aspri lidi tirreni e la macchia mediterranea sui tormentati monti a Ovest di Palermo. Giunti dopo ore in Federazione, vennero immediatamente convocati al Grand Hotel Et des Palmes dove intanto Martelli s’era rinfrescato. Prima che Lia potesse ristorarli con i suoi anelletti.

P come Piazza Armerina.
L’amicizia col compagno Totuccio  Miroddi, uno di quei socialisti ancorati ai monti interni della Sicilia ma con la testa sempre in tutto il mondo, è stata una delle relazioni umane più importanti della sua vita. Tanto da fargli scegliere quella cittadina gallo-italica come sua Peña Pobre. Per anni, già prima del suo trasferimento definitivo, (quando non era ospite dell’altro fraterno amico Pastorelli) passava le vacanze natalizie fra quelle strade medievali, l’agosto invece nell’idillio della campagna.
Lì aveva stretto un rapporto fraterno con i figli di Totuccio Ugo, Gustavo e Cesare; anni fa per loro ed i loro amici e cuginetti si travestiva da Babbo Natale. Dava loro la colpa quando si sgraffignava tutta la marmellata preparata da Alida, moglie di Totuccio , signora di quelle terre. Aveva un rapporto comico col fratello di Alida, il Barone Cammarata del Casale, che ogni volta che lo vedeva lo perseguitava chiedendogli retroscena oscuri (da bravo aristocratico siculo era convinto che il socialista piemontese Emanuele fosse un 33° della Massoneria Internazionale) ma soprattutto lo tormentava con la storia della Kollbrunner…
Grazie alla sua presenza lì si è potuto celebrare il matrimonio tra lo splendido Antonio Venturino (vicepresidente vicario dell’Assemblea Siciliana, primo “pentito” grillino) ed il Partito Socialista.

Q come Questione Socialista

Per lui? In sintesi…nessuna unità a qualunque costo, largo alle donne e ai giovani, basta pletore, basta codazzi.

R come Radici
Il pittore Pêcheux, suo antenato.

S come Sicilia
“E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”
Friedrich Nietzsche
Nella campagna elettorale dell’87, come in altre immersioni nella dimensione politica siciliana, fu costretto a entrare in contatto con un sottoproletariato urbano tre volte millenario e un’aristocrazia dalle ascendenze cosmopolite ma con vocazione isolazionista; con masse contadine analfabete, prive di strade telefoni energia acqua corrente, e potenze ecclesiastiche secentesche; con ineffabili matusalemme democristiani mummificati e con giovani democristiani populisti agitatissimi da cui gli anarchici spagnoli potevano solo imparare. Il PSI siciliano era un Sacro Impero dominato da uno strategicamente stanco Lauricella, detto il Negus, e amministrato dai Principi delle Correnti che si riunivano in diete ben più formali e sostanziali di congressi e direttivi. Lui la Sicilia l’ha sempre compresa bene, ovvero ha sempre capito quando smettere di provare a comprenderla, sempre forte del suo Sciascia (che ben consigliò al suo Federico), delle preziosissime chiavi di lettura dategli da compagni preziosi come il fraterno Totuccio Miroddi e altri interpreti mitologici come l’allora segretario regionale, l’antropologo Nino Buttitta.
A differenza di quell’altro piemontese dal cognome francese, Chevalley, che nel Gattopardo si confronta con l’ancestrale cupio dissolvi siciliano, Emanuele non scappò via dall’impulso di Morte che vena tutta la mia Isola. Da un lato, con scaramanzia anche plateale, fuggiva le manifestazioni del Tristo Mietitore, dall’altro però non riusciva a stare lontano dal nostro oblio e noialtri abbiamo sempre fraternamente assecondato con nonchalance questa sua affinità. Le sue spoglie riposeranno in Piemonte, la sua anima ha scelto di staccarsene non lontano da dove, per i miti greci, ebbe principio il Ciclo delle Stagioni.

T come Torino

Emanuele era piemontesissimo. Questa identità non è mai stata spazzata via dall’ingombrante influenza romana. Amante dunque ovviamente del vino e dei dolci, educatissimo e dotato d’intelligenza cartesiana…anche se tormentata. Perché Torino, lo si dimentica spesso, è sì regolare ma da maniaci (le arcate, i reticoli viari…). È inoltre pur sempre una città Barocca. Anche per questo motivo tale era l’affinità con la Sicilia e quell’amore per Palermo. Quando glielo facevo notare lui mi diceva “sì, ma io sono barocco come Bach”. La grande inventiva di Emanuele era infatti una bizzarria che seguiva il foglio millimetrato.

U come Ussaro o Ulano
Appassionato di storia, anche militare, gli sarebbe piaciuto essere un cavalleggero, magari lanciere d’Aosta. Ma senza dover fare la guerra.

V come Vizi
Per limitare il fumo, per un periodo s’era attrezzato di un marchingegno allucinante con cui stipava il tabacco in tubetti dotati di filtro.

Z come Zzzz

A casa mia si addormentava sul divano mentre scrivevo, gli mettevo la musica che gli piaceva e un plaid di lana. Quando si risvegliava era contento di quella copertina. Nel mio monolocale soffriva a dormire con la mia collezione di maschere che ne agitavano i sogni.

Roberto Sajeva

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