domenica, 27 Settembre, 2020

Accadde tra il 25 e 26 luglio del ’43. L’epurazione all’italiana…

0

Dopo la caduta del fascismo, il piano di epurazione dei residui del passato regime proposto dal governo presieduto da Ferruccio Parri (giugno-novembre 1945) incontrò forti resistenze presso l’opinione pubblica moderata. Benedetto Croce, ad esempio, in maniera coerente con la sua visione della natura accidentale del fascismo, suggeriva che nel realizzare l’opera epurativa occorreva procedere con “buon senso”, colpendo in alto e adoperando indulgenza verso la “grande moltitudine dei gradi inferiori e umili”, che aveva aderito al fascismo spinta dalle necessità materiali. Per Croce, inoltre, la “defascistizzazione” era una “brutta parola, che sebbene sia contro il fascismo, ha suono fascistico”.

Fu così che l’epurazione, impostata diversamente da come auspicato dall’intransigenza del Partito d’azione, lasciò impunite le persone più autorevoli e compromesse con il regime. Significativa risulta in questo senso la vicenda che nel dopoguerra ebbe come protagonista il giornalista siciliano Telesio Interlandi (1894-1965). Vicenda a cui la recente riedizione del libro di Giampiero Mughini “A via della Mercede c’era un razzista. Lo strano caso di Telesio Interlandi” (Marsilio 2019) dedica due opache righe. Esponente di spicco dell’editoria romana del ventennio, caro a Mussolini, Interlandi era a capo dell’azienda editoriale-giornalistica che annoverava il quotidiano estremista “Il Tevere”, la rivista quindicinale “La difesa della razza”, il settimanale sportivo “Il Tifone” e quello culturale “Quadrivio”. Interlandi, che aveva fatto del razzismo il proprio cavallo di battaglia, era noto per la sua campagna antisemita, condotta tramite i suoi giornali, e per la pubblicazione del libello “Contra Judaeos”.

Era percepito perciò come un simbolo del potere della dittatura e della sua arroganza. Il rivolgimento politico provocato dal 25 luglio 1943, che segnò la caduta di Mussolini e del suo regime, creò scompiglio nell’esistenza di Interlandi, arrestato poco dopo perché considerato fascista fanatico e pericoloso. Nei giorni in cui i fascisti si nascondevano o si disperdevano e la gente scendeva nelle strade per esultare, una folla di romani si radunava nella sede del quotidiano “Il Tevere”, prudentemente abbandonato dai suoi redattori, e danneggiava mobili, bruciava carte e giornali, perché il predetto giornale era considerato uno degli organi di più attiva propaganda fascista. Nel dopoguerra, la corte di appello di Roma, chiamata a rispondere alla richiesta di risarcimento di Interlandi, gli aveva riconosciuto un indennizzo di 15 milioni.

Aveva anche sentenziato che a prescindere da quel “saccheggio”, l’azienda di Interlandi poteva ritenersi dissolta a causa della tempesta politica che aveva sconvolto il Paese nell’estate del ’43. Nell’Italia democratica, giornali come quelli diretti dall’intellettuale siciliano non si sarebbero potuti più pubblicare e perciò quelle testate avevano perduto ogni valore. Annullata quella sentenza dalla corte di Cassazione per un errore di procedura, altri giudici si occuparono della questione, mutando avviso e rifacendo i conti. L’azienda di Interlandi non era affatto morta in seguito al terremoto del 25 luglio. Era stata rovinata dal Comune di Roma, che, ritornato in possesso dei locali di sua proprietà, aveva “proceduto alla vendita di tutto il materiale cartaceo dell’azienda” rimasto dopo il falò , e aveva distribuito “ai vari uffici comunali i restanti oggetti mobili”.
“L’azienda – affermavano i giudici – ben avrebbe potuto continuare a funzionare, sia pure con i necessari mutamenti e adattamenti, attraverso un procuratore dello stesso Interlandi e il personale aziendale”.

E così, nel luglio del 1960, a quasi vent’anni dalla caduta del fascismo e dopo un estenuante percorso giudiziario, il Tribunale di Roma condannava l’amministrazione municipale della capitale a pagare cento milioni di lire a Telesio Interlandi, a titolo di risarcimento per i danni subiti dalla redazione del quotidiano “Il Tevere”, ad opera di cittadini indignati dalla linea antiebraica del giornale. I contribuenti romani, e tra questi non pochi ebrei sopravvissuti, pagavano di tasca propria per risarcire Interlandi, che, sfuggito alla epurazione, sarebbe vissuto indisturbato fino alla morte.

Nell’Italia repubblicana il fascismo, crocianamente inteso come un accidenti venuto dal nulla, scompariva nel nulla, e avevano perciò torto coloro che, giudicandolo come il luogo storico in cui erano affiorati tutti i mali endemici del sistema politico e della società italiana, credevano che fosse l’antifascismo la cura più efficace per debellarlo.

Lorenzo Catania

Condividi.

Riguardo l'Autore

Avatar

Leave A Reply