lunedì, 14 Ottobre, 2019

Addio a Roberto Villetti, una vita da socialista

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“Un pezzo importante dell’orgoglio socialista” così il Segretario del Psi Enzo Maraio ha ricordato Roberto Villetti, scomparso sabato pomeriggio. È andato via, in silenzio, chiuso nella riservatezza che lo ha da sempre caratterizzato. Classe 1944, una vita passata nel Partito. Prima nella Fgs poi come direttore dell’Avanti! e infine in Parlamento per tre legislature, dal 1996 fino al 2008, quando lasciò l’impegno attivo per ritirarsi tra i suoi libri. Ma la politica è rimase sempre la sua passione. Lasciamo a chi lo ha conosciuto meglio e a chi ha condiviso con lui la passione per la politica e l’attaccamento al partito lui il compito, difficile e doloroso allo stesso tempo, di tracciare un ricordo di Roberto.

Riccardo Nencini
Carattere spigoloso, bella testa però. Ottocentesca. Tutta dedita al ragionamento. La politica come si intendeva una volta. Roberto è stato un intellettuale raffinato, attento ai cambiamenti nel palcoscenico della politica italiana. A lui si devono alcune intuizioni della metà degli anni ’90, quando il partito, agonizzante, cercava una strada per restare in vita. Finito il ciclo Boselli, si ritirò senza mai rinunciare nè all’iscrizione al partito ne’ a dare il suo contributo. Quello che si deve fare.

Le sigarette. Una stanza affondata nel fumo e nella cenere. E le giacche blu su pantaloni grigi. L’ho sempre visto vestito così, un’eleganza sobria, vecchia maniera, di chi ritiene che l’abito è importante, si, ma non fa il monaco.
Riposa in pace, Roberto. Con una penna e un foglio bianco sul comodino.

Pia Locatelli
La notizia, tristissima, della scomparsa di Roberto Villetti mi è arrivata ieri, di ritorno da Fano, una sorpresa amara a conclusione della bella Festa dei Socialisti, ormai tradizione settembrina.
Roberto si era ammalato tempo fa, sembrava tutto sotto controllo ma la malattia ha ripreso vigore negli ultimi mesi e lo ha sconfitto.
Non sapevo della sua malattia, ce l’ha nascosta per la riservatezza assoluta del suo carattere ma avrei dovuto sospettare qualcosa. Regolarmente mi mandava un regalo ad inizio di anno, con un biglietto affettuoso di auguri.
Puntualmente gli rispondevo che il regalo più gradito sarebbe stato poterlo incontrare; altrettanto puntualmente rispondeva rinviando l’appuntamento ad una futura data. Nessuna risposta all’ultimo mia mail.
Roberto era uomo della Sinistra Lombardiana, la corrente nella quale aderì entrando nel PSI, fu direttore dell’Avanti! per anni, Vice-segretario del partito, quando Segretario era Enrico Boselli, uomo che dava la linea dopo lunghe meditazioni, Capogruppo alla Camera, severo e rigoroso, che teneva colleghi e collaboratori a lavorare fino a notte fonda negli uffici di Montecitorio, sottoponendo a interrogatori amici economisti vicini al partito in occasione della Legge di Bilancio. Da loro ho saputo della sua scomparsa, da Alessandro Roncaglia che ha fatto circolare una mail cui sono seguite altre in cui sono state sottolineate le virtù morali di Roberto, la vivace intelligenza, la profonda cultura, la grande onestà intellettuale…
Ancora una volta Roberto mi è “sfuggito”, Roberto che ho inseguito per anni senza mai riuscire a raggiungerlo per la sua decisione di “sparire” dopo le elezioni del 2008, che videro l’esclusione del PSI dal Parlamento: la lista di Di Pietro fu preferita alla lista del PSI nell’alleanza di centro-sinistra e il nostro tentativo orgoglioso di correre soli, nella speranza di superare la soglia del 4%, non ebbe esito. Se ne assunse tutta la responsabilità e si ritirò in isolamento, credo una forma di punizione che si inflisse ma eravamo tutti responsabili della scelta.

Ho di lui qualche ricordo divertente e un debito di riconoscenza: un trasferimento notturno da un capo all’altro di Roma stipati in sei nella sua Fiat 500 beige, discutendo delle sorti della Sinistra Socialista; una giornata a spasso a New York in occasione di un Consiglio, forse un Congresso dell’Internazionale Socialista che si concluse con una cena alla Carnegy Deli, ristorante sulla 7 Avenue frequentato da Woody Allen, dove Luca Cefisi ed io pensammo lo avessero scambiato per l’attore-regista essendo l’unico dei tre a ricevere l’attenzione delle cameriere, tutte di una certa età.

E riconoscenza perché venni a sapere più tardi che il suo parere fu determinante nella decisione della mia candidatura al Parlamento europeo. Gli avevo fatto presente che vivevo una situazione di imbarazzo come presidente dell’Internazionale Socialista Donne: ero circondata da Vicepresidenti con cariche istituzionali di peso: la speaker della Camera austriaca, un paio di ministre, alcune in attesa di essere nominate ambasciatrici…
Fui così candidata al Parlamento europeo e fui eletta. Gliene sono ancora grata.

Bobo Craxi
Roberto ha lasciato detto di non volere commemorazioni e cerimonie, se n’era andato in punta di piedi ed in silenzio dalla attività politica attiva ed allo stesso modo ha voluto abbandonare questo mondo.
In questa concezione sobria e discreta della vita c’è tutta la sintesi di un “tipo” socialista.
Villetti era un genere di socialista che abbiamo conosciuto, rigoroso, mai dottrinario, legato ad una concezione solida della politica, quasi logica.
Il privilegio di avere svolto la sua attività militante nella Capitale lo ha proiettato direttamente nella classe dirigente del Partito di cui ha asceso nel cursus honorem praticamente tutte le tappe diventando uno dei leader del Socialismo Italiano però nella fase nella quale i socialisti non erano più i protagonisti centrali della vita politica e democratica del paese.

Villetti si contraddistingueva per l’approccio serio e rigoroso nel considerare il socialismo ed il partito quasi obbligato a mantenere saldo il suo legame con le sue origini che affondavano le radici nel movimento operaio; Convintamente autonomista Villetti mutuava una linea di continuità con l’ispirazione lombardiana che considerava praticabile la prospettiva di una convergenza unitaria con il segmento separato comunista nella sinistra italiana.
Dalla politica attiva e di frontiera consumata nell’esperienza della federazione giovanile Villetti trasferì il suo sapere, il suo acume e la sua competenza nel giornale di Partito, L’Avanti! dove di fatto ricoprì la co-direzione assieme ad Ugo Intini negli anni del Rinnovamento socialista e nella difficile ma esaltante esperienza dell’esperienza del primo Governo a guida Socialista.

L’impianto unitario del Partito dell’epoca non confinò Roberto in un cono d’ombra, tutt’altro, dialogava direttamente con Palazzo Chigi di cui era interlocutore privilegiato con il compagno Giuliano Amato e dalla trincea dell’Avanti! assieme a giovani giornalisti come Correr, Sciubba, Genah, Vecellio ed altri rinnovò la testata nel suo linguaggio e nell’impronta giornalistica.

La rottura traumatica del 92-94 provocò in lui sconcerto e delusione; estraneo alle lotte di corrente ed alle degenerazioni del sistema (Roberto subì una cocente delusione dalla sua mancata elezione al consiglio comunale romano) dapprima si rinchiuse in una situazione di pre-abbandono e successivamente fu richiamato alla lotta da vecchi sodali come Boselli e Del Turco.
Villetti fu il teorico pratico della resistenza socialista, e perché essa fosse praticabile scelse il mantra della discontinuità con il periodo “aureo” della gestione Craxiana.

Fu il periodo di massima frizione con una parte importante della comunità socialista, aveva fatto propria la teorizzazione marxiana del “morto che non deve acchiappare il vivo” convinto com’era che il socialismo italiano potesse sopravvivere a se stesso soltanto operando una simbolica catarsi producendo oblìo sul passato e investendo sul futuro.
Naturalmente l’operazione iniziale negli anni successivi si corresse verso una visione più realistica delle cose e consentì anzi spinse ad una più ampia riconciliazione Politica fra i socialisti che si erano drammaticamente dispersi in diaspora e divisi sull’interpretazione delle vicende di “mani pulite”.

Mi chiese di candidarmi per le europee con i socialisti democratici, mi confessava la sua grande pena per le condizioni di mio padre Bettino che aveva in considerazione per avergli conferito l’onore di poter dirigere il giornale che fu diretto da Bissolati Mussolini, Nenni, De Martino, Lombardi, Saragat, Pertini e grandi intellettuali come Silone, Arfé ed altri. “Devi spiegare a Bettino che purtroppo non sarà sufficiente sventolare il bandierone socialista per far tornare tutti all’ovile e che il nostro compito è quello di non far cadere su di noi la dannazione della memoria, anche della sua..”

Per questo cercò una strada politica nell’osmosi con i radicali e per questo successivamente aderì all’idea della costituente socialista il cui fallimento politico provocò in lui una delusione talmente grande da determinare un distacco fisico dalla nostra Comunità.
Voglio ricordarlo come un uomo colto e profondamente buono anche nelle sue asprezze intellettuali, amante del paradosso e della citazione afferente alla nostra storia che spesso utilizzava come pietra di paragone alle nostre insidie politiche del presente.
Era uno di noi, e quando se ne va un nostro compagno di strada non possiamo che sperare che vi sia qualcun altro che sappia proseguire con la stessa intensità e la stessa passione la lotta politica.

Villetti ha speso la sua vita per la nobile causa socialista noi gli rendiamo omaggio come meritano i protagonisti di una storia secolare; con gratitudine, riconoscenza ed affetto.

Ugo Intini
Ho conosciuto Roberto Villetti nel 1978. Ero appena stato designato come direttore responsabile dell’Avanti! Non so in quale aeroporto, in mezzo alla folla, Craxi me lo presentò: ecco, questo è il vice direttore. Lo avevo seguito come vice direttore di Mondoperaio e prima ancora come segretario della Federazione giovanile socialista. Ma non lo avevo mai visto di persona. Io ero della corrente autonomista e lui della sinistra guidata da Riccardo Lombardi. E a quei tempi, com’era giusto, doveva esserci equilibrio tra le correnti: dunque, direttore politico (Craxi) e direttore responsabile (io) alla corrente autonomista di maggioranza; vice direttore (Villetti) a quella di minoranza.
Da allora, con Roberto, abbiamo lavorato tutto il giorno insieme per quasi dieci anni (sino al 1987), quando ho lasciato l’Avanti! Ne sono nati un sodalizio e una amicizia profonda, consolidata dai tanti eventi drammatici che in un giornale si affrontano quotidianamente. Un’amicizia personale che ha contribuito a mettere l’Avanti! al riparo dalle lotte di potere (inevitabili in un partito). Vedevamo il giornale come una “istituzione” (la più cara ai compagni e la più radicata nella storia): come tale da proteggere. Ogni giorno, prendevamo nell’intervallo di pranzo un panino e un tè in un bar vicino. Se c’era qualche problema, lo risolvevamo.
Dopo di me e Antonio Ghirelli, è diventato lui il direttore dell’Avanti! e lo è stato sino al momento più traumatico: Il crollo del partito, del giornale e dell’intera prima Repubblica. Sino a quella tragedia socialista, abbiamo continuato a consultarci quotidianamente come se lavorassimo ancora insieme in redazione: non al giornale ma al bar prima ricordato, equidistante tra la sede del partito in via del Corso e l’Avanti!
Poi l’esplosione del PSI ci ha spinto su strade diverse, ma ci siamo ritrovati nel 1996, nel tentativo di ricostruire e rafforzare una presenza socialista. Nel partito e nel Parlamento, il nostro sodalizio è continuato, ancora con una frequentazione e condivisione quotidiana.
Il 2008 è stato per Roberto Villetti l’annus horribilis. Il partito al quale aveva dedicato la vita (anche per le scelte di cui si riteneva responsabile) è stato spazzato via dalle elezioni politiche e per la prima volta si è trovato senza una rappresentanza parlamentare. Contestualmente, ha scoperto di avere un cancro ed è stato operato. Da allora, si è ritirato in un appartamento di Ostia, restando in contatto costante (telefonico) con pochissimi amici: fra i quali ho avuto l’onore di trovarmi.
Roberto odiava le esagerazioni, le deviazioni dal pragmatismo, l’ipocrisia, la retorica e i giudizi compiacenti. Devo essere quindi molto prudente nello scegliere le parole per ricordarlo. Ma non posso trattenermi dal dire le cose come stanno. Era leale, corretto ed educato in modo straordinario. Mai ha detto una villania, una menzogna e neppure una mezza verità. Infatti, in tanti anni di lavoro comune (e difficile), pur con idee a volte divergenti, non ricordo di aver mai litigato con lui. Aveva una cultura straordinaria, enciclopedica e precisa nei particolari. Persino in modo esagerato: per questo lo chiamavo “Pico de Paperis”. Seguiva con particolare attenzione le pagine culturali dell’Avanti! Si avvaleva per questo dell’amicizia e collaborazione degli intellettuali più prestigiosi, italiani e stranieri, frequentati dai tempi in cui stava a Mondoperaio. Alla cultura umanistica, associava quella economica, che lo rendeva prezioso in Parlamento e specialmente alla Commissione bilancio. Era un autodidatta e gli mancava la laurea nella materia (che infatti conseguì ormai anziano dopo il 2008, senza dirlo a nessuno).
Associava idealismo a pragmatismo. Il suo rigore sulle regole era tale da renderlo assolutamente inflessibile e questo talvolta mi innervosiva. Ma esisteva un lato positivo: si mostrava un negoziatore instancabile, visto con terrore dagli altri dirigenti politici, spesso rassegnati ad arrendersi per sfinimento. Il rigore era diretto in modo anche più severo verso se stesso.
La sua infanzia e la sua famiglia erano state emotivamente difficili. Non aveva una vita privata: era un “monaco laico” impegnato soltanto nell’attività politica e culturale. Ma sul piano umano era socievole, divertente e ricco di sfumature. Il suo hobby era la musica classica (Santa Cecilia). Coltivava un umorismo amaro e tagliente. Per questo le amiche dicevano con affetto che ricordava Woody Allen (anche nell’aspetto fisico). L’inflessibilità prima ricordata lo rendeva irriducibile e coraggioso nelle sue decisioni di fondo, anche personali. In modo irriducibile scelse nel 2008 di ritirarsi. In modo altrettanto e più irriducibile si è comportato nell’ultima, tragica fase della sua vita. Ha comunicato con un SMS a pochi amici di avere un cancro al cervello, di essere condannato in tempi brevi e di voler morire da solo, senza più vedere e sentire nessuno. Così è stato, per l’impossibilità di raggiungerlo. Questa è stata la cruda conclusione.
Con il tempo, la comunità socialista e politica, rileggendo e ragionando, apprezzerà ancora di più il contributo dato da Roberto Villetti, forse sottovalutato per la sua natura schiva, autocritica e sdrammatizzante. Mancherà a molti. Non potrò dimenticare gli anni di “vita comune” all’Avanti!, al partito e in Parlamento. Ma neppure gli ultimissimi anni: le lunghe telefonate nelle quali, con il suo pragmatismo dissacrante, Roberto (sempre informatissimo) coglieva con lucidità la sostanza degli sviluppi politici. Lontano, molto lontano, ormai. Ma presente.

Carlo Correr
È morto Roberto Villetti. L’avevo conosciuto nel 1979 quando ero entrato nella redazione dell’Avanti e lui era vicedirettore, per la minoranza ‘lombardiana’. La nostra amicizia non aveva avuto un bell’inizio. Con la franchezza ruvida che lo contraddistingueva quando riteneva di essere nel ‘giusto’, che bisognava separare i fatti dai sentimenti, – ma questa sua qualità l’avrei capita e apprezzata solo molti anni dopo – a chi gli faceva notare che a favore della mia assunzione pesava anche il fatto che avevo una figlia piccola da mantenere, aveva risposto: “Questi sono fatti che non ci riguardano…” o qualcosa del genere.
Aveva molti difetti, come tutti. Ma anche pregi notevoli.
Una franchezza, appunto, al limite della brutalità; un’intelligenza e una cultura fuori dal comune; una sensibilità politica eccezionale, quasi magica; un’educazione borghese di grande livello che gli permetteva di essere cortese dando ascolto a chiunque per comprenderne le ragioni; una cocciutaggine marmorea, inumana, che gli consentiva di raggiungere, e far raggiungere, obiettivi altrimenti inarrivabili.
Ho lavorato con lui per un’infinità di tempo soprattutto dopo la chiusura del giornale. Con lui ho bisticciato per il lavoro e per la sua, a volte, insopportabile pignoleria, ma ho anche avuto una montagna di preziosissimi insegnamenti e finivo per scoprire che aveva ragione molto spesso.
Alla fine la stima era reciproca e anche un vergognoso, pochissimo dichiarato, affetto basato soprattutto su una reciproca e disinteressata comprensione.
Personalmente ero pieno di dubbi e non devo difenderne la memoria dentro al partito, ma penso davvero che ha fatto un torto all’intelligenza chi a volte ha ridotto il suo agire a una questione di vantaggi personali: Roberto aveva un modello di partito ideale, di socialismo, in testa e lo perseguiva con coerenza e anche, talvolta, con cinismo e durezza. E quando ha perso, ha lasciato la scena con altrettanta coerenza e determinazione.
In questi ultimissimi anni ero tra le poche persone con cui era rimasto in contatto. Erano telefonate che cominciavano quasi sempre allo stesso modo: “Non voglio parlare di politica…” e invece non duravano mai meno di un’ora e mezza e si parlava solo di questo. Non voleva assolutamente parlare di sé, tanto meno della sua salute.
Nell’ultimo anno, anche per la mia colpevole indolenza, non l’avevo più sentito. Un rimorso che è tornato a farsi sentire proprio ieri, ma ancora non sapevo.

Vito Raponi
Caro direttore, ho letto con commossa partecipazione il ricordo di Roberto Villetti. Ho avuto Roberto come direttore quando, tanti anni fa, lavoravo in veste di redattore all’Avanti! Mi ha onorato della sua stima e della sua fiducia. Il nostro rapporto si è poi interrotto a causa delle vicissitudini a cui la famiglia socialista, e il giornale che ne era la voce, è andata incontro. Lo annovero tra i miei rimpianti di natura politica, professionale e personale. Mi associo al vostro lutto, che è anche profondamente il mio.

Carlo Pareto
Da straordinario giornalista quale era, Roberto Villetti, ha raccontato i grandi fatti della politica e della vita sindacale con acuta intelligenza e singolare equilibrio. Tutti (noi lettori in primis) ne abbiamo imparato a conoscere la cifra: intanto l’attaccamento senza risparmio al lavoro; poi la grande voglia di capire, di conoscere ogni dettaglio; e ancora la notevole rete di relazioni che si era costruito; la memoria incredibile di ogni fatto che gli consentiva un facile lavoro di rilettura critica degli avvenimenti.
Così da diventare nel tempo una insostituibile bussola capace di orientare tutti nelle complesse dinamiche del Paese, per penetrarne non solo la vita istituzionale ma anche quella popolare, che fossero gli operai di una fabbrica, o gli studenti in lotta, oppure la realtà del volontariato e dell’associazionismo.
A Roberto Villetti piaceva discutere di tutto. La politica era senza dubbio la sua grande passione civile. La rabbia, le delusioni, il disincanto erano forti ma non aveva perso la voglia di crederci. La convinzione che dà lì passasse – e passi – comunque la possibilità di una società migliore dove far crescere i figli. Lui sapeva tenere insieme l’analisi delle vicende governative, spaziando dalla storia d’Italia a quella dell’ex Pcus. Così, come faceva parlando di economia e di sindacato. Sapeva leggere i fatti attraverso la lente del mondo. Una virtù rara che era frutto di quella capacità di approfondire che aveva messo dentro ogni attimo della sua vita.

Ma Roberto Villetti lo abbiamo apprezzato per molto altro: per la generosità, per l’altruismo, per il rigore morale, per la sua fiducia nella vita, per la ricerca di dare un senso anche all’avventura giornalistica attraverso l’amore per  l’altro. E quella era allora la cifra professionale del suo lavoro: non soltanto l’attenzione verso le storie dei più deboli, l’occhio su quella società marginale che rischia spesso di star fuori dal focus delle cronache. Era soprattutto  il suo modo di raccontare i fatti, la sua attenzione a dire tutto ma mai una parola di più che potesse ferire senza necessità, la sfida a non perdere il rispetto degli altri coinvolti nelle vicende raccontate. Pochi altri all’Avanti! riuscivano a stargli dietro.
Aveva idee socialiste forti Roberto Villetti, radicate, costruite su una profondità di riflessione. Amava la Costituzione e gli uomini che ce l’avevano data in eredità con quell’idea di una società progressista. Ma le sue idee non voleva imporle a nessuno. Voleva solo provare a convincere che fossero davvero quelle giuste. E per questo godeva di un  riconoscimento senza confini e senza steccati di parte.
Era davvero insomma un impasto speciale di cuore e di testa. Per questo ci mancherà tanto.

Il voto utile di Veltroni di Carlo Correr

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