domenica, 8 Dicembre, 2019

Adriano Olivetti: che la forza sia con noi

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Bigiaretti-Olivetti-IvreaGli spioni americani, impersonati da una bella fotografa, ufficiale dell’aeronautica americana, salvata da Adriano Olivetti durante la guerra, fanno parte di una licenza poetica che gli autori di Rai Fiction si sono concessi. Per il resto “La forza di un sogno” è una storia tutta vera. Sono veri gli ideali, il background culturale, la competenza tecnica, il coraggio e i sentimenti che il bravo regista Michele Soavi è riuscito a trasmettere al pubblico. Sono veri anche i nemici di Adriano cioè le caste finanziarie e i poteri consolidati che vivono di rendita, siano essi italiani o stranieri, siano essi pubblici o privati. Che cosa fece paura dell’azione di Adriano a questi nemici? Senza dubbio la capacità di generare un’impresa con un margine primario enorme dovuto all’innovazione spinta delle tecniche produttive e al coinvolgimento affettivo ed emotivo alla fabbrica delle maestranze. Senza dubbio la capacità di destinare quel margine a finalità sociali, per elevare ad altezze impensabili la qualità della vita di tutto lo staff, che crebbe nel numero fino a decine di migliaia di lavoratori. Infine la capacità di utilizzare la felicità dei suoi dipendenti come motore per la qualità del prodotto e moltiplicatore dell’efficienza produttiva.

Adriano Olivetti non fu un freddo amministratore di interessi di famiglia, di quegli interessi che spesso degenerano nell’avidità e, alla lunga, danneggiano anche le migliori intuizioni imprenditoriali. Era molto ambizioso, di un’ambizione smisurata, tanto che per lui contavano poco le decine di case, di barche, di aerei privati, di escort da esibire alle feste milionarie, di cui molti imprenditori stranieri e nostrani amano circondarsi. Lui voleva di più, voleva il cuore e l’anima dei suoi. E a quel cuore e a quell’anima era capace di adattarsi. Scriveva con la penna stilografica, ma i suoi fabbricavano le macchine per scrivere più belle ed efficienti del mondo.

Amava l’arte, la filosofia, le scienze umane eppure era ingegnere e accettò di investire per costruire Elea, il primo calcolare a transistor del mondo. Lo fece con il conforto di Enrico Fermi e con la collaborazione dell’ingegnere, di origine cinese, Mario Tchou che, nel 1961, morì in un incidente stradale, all’età di 37 anni, mentre si recava in Olivetti. Morì esattamente un anno dopo Adriano che fu colpito da un malore in treno. Furono troppi gli incidenti in quel periodo, troppe coincidenze. Quello più eclatante uccise Enrico Mattei che precipitò col suo aereo, nel 1962, vicino a Pavia.

La licenza poetica del rocambolesco complotto CIA, che fa da contrappunto al romanzo in due puntate trasmesso da Rai Uno, è il messaggio, non tanto cifrato, che gli autori consegnano al popolo italiano. Non fu spiato e combattuto perché era socialista, amico di Filippo Turati che contribuì a liberare assieme a Carlo Rosselli, Ferruccio Parri e Sandro Pertini e per questo fu costretto a fuggire in Svizzera durante gli anni della guerra. Fu spiato e combattuto perché era straordinariamente bravo, capace di farsi amare. E far amare la sua fabbrica tanto da generare un margine primario del mille per cento sui prodotti di punta, come le calcolatrici meccaniche. Se avesse trasferito questa capacità sull’elettronica, dove il costo della materia prima è irrisorio, oppure sull’informatica, dove il costo è zero? Dove gli unici investimenti sono umani, di intelligenza, creatività, intuizione? Tutte qualità per le quali il popolo italiano ha primeggiato nel corso dei secoli e fatto scuola al modo.

Eccolo il messaggio che mette in primo piano il fattore umano disatteso, nel corso dei decenni successivi, dai Valetta, Agnelli, De Benedetti, Cuccia, Romiti… L’elenco potrebbe essere lunghissimo. Poiché il romanzo storico, che oggi chiamiamo fiction, è mille volte più efficace sull’immaginario collettivo che non l’esposizione asettica e rigorosa della vicenda, il successo di “Adriano Olivetti: la forza di un sogno” potrebbe scuotere questo nostro Paese dal torpore. Come lo fecero, a partire dal 1964, i romanzi di Cronin sceneggiati dalla giovane televisione. Come La Cittadella, col grande Alberto Lupo, con le miniere della rivoluzione industriale inglese, le lotte dei lavoratori e anche i primi barlumi di evoluzione, in senso sociale, dell’impresa.

Daniele Leoni 

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